L’edizione 2026 della Global CEO Survey di PwC delinea un panorama di profonda trasformazione tra i leader globali, segnato da una dicotomia tra la gestione delle crisi immediate e la necessità di una visione a lungo termine. In un contesto globale dove la fiducia nella crescita a breve termine è crollata al 30%, i leader aziendali si trovano a navigare tra minacce cyber, volatilità macroeconomica e l’incertezza derivante dalle nuove politiche tariffarie.
In questo scenario, l’Italia presenta sfumature peculiari che meritano un’analisi dedicata. Se da un lato il Paese riflette le preoccupazioni globali, dall’altro mostra dinamiche specifiche nel suo tessuto sociale ed economico.
I pilastri del sondaggio— dall’economia del “Trust” all’impatto reale dell’IA — integrano le evidenze globali con i dati del contesto italiano, offrendo una guida strategica per i leader che intendono trasformare l’incertezza in un’opportunità di rinascita strutturale.
La leadership moderna tra calo della fiducia e minacce macroeconomiche
Nel panorama economico attuale, i leader globali si trovano a dover gestire una dualità senza precedenti. Come emerge dalla 29ª Global CEO Survey di PwC, che ha coinvolto 4.454 capi d’azienda in 95 paesi, la questione principale consiste nel bilanciare il “microscopio” — l’attenzione maniacale alle minacce a breve termine — con il “telescopio” — la visione necessaria per cogliere le opportunità di trasformazione a lungo termine.
Siamo entrati in un’epoca di “reinvenzione continua”, dove la capacità di adattamento non è più un vantaggio competitivo, ma un prerequisito per la sopravvivenza in un mercato ridefinito dall’intelligenza artificiale (IA), dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi climatica.

Il dato più immediato e preoccupante del report è la brusca frenata dell’ottimismo. Rispetto allo scorso anno, i CEO sono significativamente meno fiduciosi sulle prospettive di crescita dei ricavi delle proprie aziende nei prossimi 12 mesi. Solo il 30% si dichiara “molto” o “estremamente” fiducioso, un calo rispetto al 38% del 2025 e ben lontano dal picco del 56% registrato nel 2022.
Questa erosione della fiducia è alimentata da una costellazione di minacce interconnesse:
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Volatilità macroeconomica e cyber risk: Questi due fattori siedono ora ai vertici delle preoccupazioni globali. Il 31% dei CEO teme perdite finanziarie significative dovute ad attacchi informatici, con un incremento costante negli ultimi tre anni.
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L’ombra dei Dazi: Una nuova fonte di ansia è rappresentata dalle politiche protezionistiche. Il 29% dei leader prevede che i dazi ridurranno i margini di profitto netto. La percezione del rischio varia drasticamente per geografia: mentre negli USA il 22% si sente esposto, il dato balza al 35% in Messico e al 30% in Turchia.
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Incertezza geopolitica: Questo clima sta rendendo i leader più cauti; il 32% dichiara che l’instabilità geopolitica riduce la probabilità di avviare nuovi grandi investimenti.

I CEO puntano il dito su cambiamento tecnologico, dazi, rischi informatici, inflazione e scarsità di lavoratori qualificati, citati dal 20% al 25% degli intervistati. Rispetto al mondo, i CEO italiani si sentono molto meno esposti ai conflitti geopolitici: solo il 13% si è dichiarato molto o estremamente esposto, vs 23% a livello globale.
Calano anche le ansie generali. La carenza di competenze chiave, che un anno fa svettava al 35%, oggi si ferma al 20% e divide il podio con altre quattro preoccupazioni. Sui dazi, l’impatto resta limitato: il 22% dei CEO italiani lamenta cali nei margini netti (meno del 29% globale), mentre il 65% –sopra la media mondiale del 60% –non nota effetti rilevanti. Un livello superiore alla Francia (3%), ma sotto Germania (27%), Canada (35%) e Cina (44%).
La trasformazione tecnologica è la priorità dei CEO mondiali e italiani – La trasformazione digitale è la priorità numero uno per il 53% dei CEO italiani, ben oltre il 42% registrato a livello mondiale, per allineare l’azienda all’evoluzione tecnologica. Al secondo posto si trova la qualità dei management team: il 42% degli intervistati italiani la ritiene essenziale, contro il 21% globale.
Non da meno la capacità innovativa dell’azienda, citata dal 34% in Italia rispetto al 29% nel resto del mondo. In controtendenza sulla scena internazionale, è minoritaria la percentuale di CEO italiani preoccupati per le eventuali interruzioni causate da un evento geopolitico e per le capacità dell’azienda di rispondervi (15% vs. 21% globale).
Non si tratta più solo di monitorare i conflitti, ma di prevedere come questi si trasformino in barriere commerciali. Il report introduce quest’anno un dato allarmante sulle politiche tariffarie: quasi un terzo dei CEO mondiali prevede che i nuovi dazi ridurranno i margini di profitto netto delle loro imprese. È una sfida asimmetrica: mentre alcune regioni sembrano più protette, i leader in Messico, Turchia e Cina vedono nel protezionismo un ostacolo insormontabile.
Questa “guerra dei margini” costringe le aziende a ripensare interamente le catene di approvvigionamento, spostando il focus dall’efficienza pura alla resilienza geopolitica, spesso a scapito della redditività immediata.
I CEO italiani puntano il dito contro la mancanza di skills nella forza lavoro (46%), seguita da difficoltà nel trasferire le conoscenze (37%), dubbi sui ritorni economici (31%) e paure condivise su cybersecurity e resistenza al cambiamento (entrambe al 27%).
PwC registra un divario netto tra chi da un lato si limita a sperimentare l’IA e chi la integra in modo strategico e ne trae vantaggi concreti, come tagli ai costi e crescite dei ricavi, applicando l’IA non solo ai prodotti e servizi, ma anche alle attività di marketing e alle decisioni strategiche. Questo risultato è legato alla capacità di costruire solide fondamenta: governance chiara, infrastrutture tecnologiche e cultura aziendale orientata all’adozione.
Un’altra analisi di PwC, che ha indagato il tema IA sui luoghi di lavoro – PwC Global Workforce Hopes and Fears 2025 – evidenzia che chi applica l’IA su larga scala registra margini superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a chi non lo fa.
Andrea Toselli, Presidente e AD di PwC Italia, osserva: “Il 2026 rappresenta un momento importante per l’IA. I risultati della PwC CEO Survey illustrano che, mentre alcune imprese sono già riuscite a tradurne l’uso in risultati misurabili, altre sono ancora in una fase di studio. Questo ritardo può incidere in maniera significativa sulla competitività. In un contesto di rapido cambiamento, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, é irrinunciabile investire in innovazione e, in particolare, nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese”.
Il caso Italia: un ponte tra fragilità sociale e rinnovameno generazionale
In questo scacchiere globale, l’Italia occupa una posizione peculiare, dove le sfide della modernità si scontrano con debolezze strutturali storiche. Mentre il mondo corre verso la digitalizzazione spinta, il tessuto economico italiano mostra una resistenza preoccupante sul fronte del ricambio generazionale.
È emblematico il dato sulla leadership giovanile: in un Paese che avrebbe bisogno di nuova linfa per interpretare le rivoluzioni tecnologiche. A titolo di esempio solo il 7,1% degli Enti del Terzo Settore è guidato da under 35. Sebbene il non-profit non rappresenti l’intera economia, esso è spesso il termometro della vitalità civile e dell’innovazione sociale di una nazione.
Tuttavia, l’Italia non è un blocco monolitico. Esistono segnali di dinamismo che arrivano da territori inaspettati: il Sud Italia, con la Calabria in testa, mostra una percentuale di giovani leader superiore alla media nazionale, suggerendo che laddove le strutture tradizionali sono più fragili, le nuove generazioni trovano più spazio per l’iniziativa.
Nel report sono stati 118 italiani i CEO che hanno partecipato al report PwC, tra ottobre e novembre 2025.
In Italia l’indagine registra un certo ottimismo verso il futuro, nella consapevolezza del contesto incerto. Il 62% dei CEO italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi 12 mesi, in linea con il dato mondiale (61%), dove si registra una crescita continua negli ultimi tre anni (+43% dal 2023 ad oggi). Più contenuta la fiducia sull’economia nazionale, che è prevista in crescita da poco meno della metà dei rispondenti (49%).
Nel nostro Paese, il 35% dei CEO si dice molto o estremamente fiducioso sulla crescita del fatturato nel breve termine, ben oltre la media globale, ferma al 30%. Osservando invece il triennio, l’ottimismo sale al 53%, rispetto al 49% registrato a livello mondiale.

A sostenere questa fiducia i numeri: il fatturato medio delle imprese in Italia è cresciuto del 10% (rispetto all’8% globale) e del margine netto dell’8% (contro il +10% mondiale). Eppure, emerge un nodo cruciale: nonostante l’intelligenza artificiale stia rivoluzionando le regole della competizione, la maggior parte delle aziende fatica ancora a convertire gli investimenti in profitti stabili.
L’ottimismo per il futuro porta comunque i segni dell’incertezza: circa un terzo dei CEO, sia in Italia che nel mondo,dichiara che l’incertezza geopolitica ha ridotto la probabilità di investimenti significativi. Non emerge tuttavia una strategia per contrastare i rischi geopolitici: circa la metà dei CEO italiani e di tutto il mondo prevede un rafforzamento delle difese informatiche, ma solo il 23% dei CEO italiani e il 18% dei CEO a livello globale prende in considerazione azioni come la riconfigurazione della supply chain.
A valutare misure per contenere la dipendenza da partner tecnologici, l’uscita da mercati rischiosi e l’adozione di strategie di tax restructuring è solo un ristretto numero di CEO (tra il 12 e il 20% di rispondenti a livello mondiale e tra il 6-15% a livello italiano).
Per un CEO italiano, “reinventare l’azienda” oggi significa anche farsi carico di queste fragilità: la fiducia degli stakeholder (il “Trust” citato da PwC) non si conquista più solo con i dividendi, ma con la capacità dell’impresa di generare un impatto positivo in una società che vede aumentare le proprie zone d’ombra.
Il rischio, per l’Italia, è quello di restare schiacciata tra un debito pubblico record e una scarsa propensione a investire nel capitale umano giovane, perdendo così l’appuntamento con la trasformazione globale.
L’orizzonte dell’IA: oltre l’hype, alla ricerca del valore reale
L’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio il capitolo più polarizzante della survey di quest’anno. Se da un lato è celebrata come il motore della prossima rivoluzione industriale, dall’altro i dati finanziari iniziano a sollevare domande scomode. Il 56% delle aziende globali ammette candidamente di non aver ancora ottenuto benefici tangibili dall’IA, né in termini di maggiori ricavi né di minori costi. Siamo in una fase di “stallo degli investimenti”, dove la curiosità tecnologica non si è ancora tradotta in efficienza operativa.
In Italia, questa dinamica è ancora più complessa. Con una struttura aziendale dominata da PMI, il rischio è che l’IA rimanga un lusso per pochi grandi gruppi, aumentando il divario competitivo.
Il 27% dei CEO italiani ammette che di non avere una cultura favorevole all’adozione dell’IA, contro il 9% nel resto del mondo. Il 14% degli AD italiani lamenta inoltre un ambiente tecnologico che non supporta l’integrazione dell’IA (contro il 10% globale), nei processi il divario è maggiore: il 34% non ha formalizzato regole per un’IA “responsabile” (vs 22% mondiale), il 40% manca di una roadmap chiara (quasi doppio del 23% globale) e 2 su 5 temono di non attrarre talenti tech specializzati (contro il 23% altrove).
Le difficoltà riguardano anche le risorse economiche: il 43% delle aziende giudica insufficienti gli investimenti in IA per centrare gli obiettivi (vs 29% globale), il 63% usa tool IA “orfani” di documenti e dati interni (contro il 46% mondiale), condannando l’innovazione a una misura superficiale anziché ad una vera trasformazione.
Eppure, proprio l’IA potrebbe essere lo strumento per superare i limiti dimensionali delle nostre imprese, a patto di superare la “tirannia dell’urgente” che oggi vede i CEO troppo impegnati a gestire il quotidiano per pianificare la trasformazione del prossimo decennio.
La strategia della convergenza
Uno dei fenomeni più affascinanti descritti nel sondaggio di quest’anno è la progressiva erosione dei confini industriali tradizionali. Non siamo più in un’epoca in cui un’azienda di trasporti si limita a spostare merci o una banca a gestire depositi. Il 42% dei CEO globali ha dichiarato che la propria organizzazione ha iniziato a competere in nuovi settori negli ultimi cinque anni, segnando l’inizio di quella che potremmo definire l’“era della convergenza”.
Questa non è una scelta dettata dal caso, ma una strategia di sopravvivenza: in un mercato dove i margini nei settori core sono sotto pressione a causa di dazi e inflazione, cercare valore in ecosistemi adiacenti diventa vitale.
Il report evidenzia come la tecnologia sia il catalizzatore principale di questo sconfinamento. Le aziende che sanno integrare software e dati riescono a “saltare” da un settore all’altro con una agilità che era impensabile un decennio fa.
Per l’Italia, dove la specializzazione è stata a lungo un punto d’orgoglio, questa è una chiamata al cambiamento radicale: la specializzazione deve rimanere nel know-how, ma l’applicazione deve diventare universale.
L’economia del Trust: il valore finanziario della fiducia
In un mondo dominato da algoritmi e incertezza geopolitica, la fiducia (il Trust) è emersa come l’asset più prezioso e, paradossalmente, più fragile del bilancio aziendale. Non è più un concetto etereo da confinare nei report di sostenibilità, ma una metrica che impatta direttamente sul valore per gli azionisti.
Il sondaggio rivela un dato brutale: le aziende che hanno subito crisi di fiducia significative nell’ultimo anno hanno registrato un ritorno totale per gli azionisti (TSR) inferiore di ben 9 punti percentuali rispetto a quelle che hanno saputo preservare la propria reputazione.
Con l’aumento esponenziale delle minacce cyber e l’uso pervasivo dell’IA, la trasparenza su come i dati vengono protetti e utilizzati è diventata la condizione sine qua non per restare sul mercato.
Per i CEO italiani, costruire fiducia significa colmare il gap di comunicazione con gli stakeholder: in un Paese dove la sfiducia nelle istituzioni e nelle grandi organizzazioni è spesso alta, le imprese hanno l’opportunità di diventare “isole di affidabilità”, trasformando la conformità etica in un vantaggio competitivo tangibile e misurabile.
Superare la gestione dell’emergenza
L’ultimo grande ostacolo alla reinvenzione identificato da PwC è di natura psicologica e organizzativa: l’uso del tempo. Esiste una sproporzione drammatica tra l’urgenza del presente e la pianificazione del futuro. I CEO globali passano quasi la metà del loro tempo (47%) a gestire crisi o opportunità che hanno un orizzonte inferiore a un anno. Solo il 16% viene dedicato a ciò che accadrà tra cinque o dieci anni.
Questa “tirannia dell’urgente” è il veleno che uccide l’innovazione. Se il leader è costantemente impegnato a spegnere incendi legati alla supply chain o alle fluttuazioni valutarie, chi sta guardando l’orizzonte per avvistare la prossima tempesta tecnologica?
Il report sottolinea che questa miopia non è inevitabile. Esistono differenze culturali profonde: i leader nei mercati asiatici, in particolare in Cina, dedicano molto più spazio alla visione di lungo periodo, una disciplina che sta permettendo loro di dominare settori come l’automotive elettrico e le energie rinnovabili. Per la leadership italiana, spesso costretta a navigare in un mare di burocrazia e instabilità normativa, il recupero del “tempo del telescopio” è la sfida più ardua.
Reinventare l’azienda non significa solo cambiare i prodotti, ma cambiare l’agenda del CEO. La conclusione della survey è un monito: le aziende che PwC definisce “dinamiche” — quelle che non hanno tagliato gli investimenti futuri nonostante le crisi — crescono a ritmi doppi rispetto alle “caute”.
Il messaggio è chiaro: il dinamismo non è un tratto caratteriale, ma una scelta deliberata di allocazione del tempo e delle risorse.
Quale manifesto per la leadership del 2026?
La 29ª Global CEO Survey ci consegna l’immagine di un mondo che non tornerà alla stabilità del passato. L’incertezza è la nuova costante, e l’intelligenza artificiale ne è l’acceleratore principale.
Per i leader italiani, gli obiettivi sono due: devono modernizzare le strutture di comando aprendo ai giovani e, allo stesso tempo, devono avere il coraggio di esplorare nuovi settori senza perdere la fiducia dei propri stakeholder.
La reinvenzione non è un traguardo, ma un processo continuo. In questo scenario, l’unica vera sconfitta è l’immobilità travestita da prudenza.
Chi sceglie di aspettare che le acque si calmino, rischia di scoprire troppo tardi che il mondo, nel frattempo, ha cambiato oceano.
FONTE DATI e NOTA METODOLOGICA: 29ª Global CEO Survey -PwC
L’indagine è stata condotta tra settembre e novembre 2025, coinvolgendo un campione di 4.454 CEO operanti in 95 paesi e territori. La distribuzione geografica e settoriale del campione è stata calibrata per riflettere proporzionalmente il PIL globale, garantendo che le opinioni raccolte rappresentino i reali motori dell’economia mondiale.




