“La Sanità ha bisogno di interventi urgenti e mirati anche per colmare il divario oggi esistente tra le regioni del Centro-Nord e Sud. Investire nell’ottimizzazione dei processi, nella formazione del personale e nel miglioramento delle infrastrutture può ridurre inefficienze e garantire una sanità più equa e accessibile. Ma i problemi nascono da un Ssn sottofinanziato“.
A sottolinearlo è Fabrizio De Nicola, che per 15 anni è stato direttore generale di diverse Aziende sanitarie della Sicilia, e che analizza le criticità, le prospettive future e le strategie necessarie per garantire un sistema sanitario equo e sostenibile.
In Sicilia
La Sanità siciliana registra ancora performance inferiori rispetto ad altre regioni italiane. Le inefficienze strutturali, le lunghe attese e i costi di degenza elevati sono problemi diffusi. Inoltre il Sistema sanitario regionale è frammentato, con forti disparità tra aree urbane e rurali. Le grandi città come Palermo, Catania e Messina soffrono di sovraffollamento e inefficienze. Nei piccoli comuni, invece, la copertura sanitaria è insufficiente e l’accesso ai servizi specialistici è difficile. Nelle aree interne, molti pazienti devono spostarsi verso i centri urbani, aumentando il carico su strutture già congestionate.
La fotografia secondo gli ultimi report di Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali)
Diverse strutture ospedaliere dell’Isola, in particolare nei grandi centri urbani come Palermo, Catania e Messina, registrano criticità evidenti. A Palermo Civico, Policlinico e Ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello sono state bocciate per parametri come accessibilità, tempi di attesa per interventi chirurgici e pronto soccorso. In quest’ultimo, i tempi di permanenza e il tasso di abbandono rappresentano record negativi.
A Catania, gli ospedali Cannizzaro e Garibaldi mostrano tempi medi di attesa in corsia rispettivamente di 2,2 giorni e 2 giorni per interventi programmati, un dato molto lontano da quello registrato in eccellenze sanitarie del nord Italia come Santa Croce e Carle di Cuneo (circa 8 ore). Messina, invece, si distingue per il Papardo, che raggiunge un costo medio di degenza giornaliera di 1.031 euro, più del doppio rispetto al Policlinico San Matteo di Pavia.
Il pronto soccorso degli ospedali palermitani evidenzia tassi di abbandono allarmanti: un paziente su quattro lascia senza essere assistito. Inoltre, il Policlinico di Palermo ha uno dei tassi più bassi di interventi chirurgici rispetto alla capacità delle sue sale operatorie, pesati per complessità.
Le altre province? Quasi inclassificabili, sempre agli ultimi posti nei report ministeriali.
In ogni caso, non mancano gli aspetti positivi. Nonostante le difficoltà, ci sono settori in cui alcune strutture sanitarie siciliane eccellono. Ad esempio, l’ospedale Cannizzaro di Catania e il Cervello di Palermo si distinguono per la rapidità nel trattamento dei tumori alla mammella, posizionandosi rispettivamente al secondo e terzo posto a livello nazionale. Il Cannizzaro è anche secondo per interventi ai polmoni, con il Papardo di Messina al terzo posto e il Garibaldi di Catania quarto per la rapidità degli interventi al colon.
Un Sistema sanitario sottofinanziato
“Negli ultimi 20 anni, abbiamo assistito a un continuo definanziamento della sanità pubblica. Nel 2024, il rapporto Gimbe e Agenas ha stimato circa 130 miliardi di euro destinati alla sanità, che corrispondono al 6,2% del Pil nazionale, una percentuale significativamente inferiore rispetto alla media europea, dove si raggiunge l’8,5-8,9% in Paesi come Francia e Germania. Questo significa decine di miliardi di euro in meno investiti, un dato che impatta gravemente sul sistema. Anche se l’ultimo governo ha incrementato leggermente i fondi, non siamo ancora in linea con la spesa sanitaria degli altri Stati membri. Le criticità principali riguardano l’accesso alle cure e il livello di servizio. Ad esempio, oggi circa il 10% della popolazione italiana, ossia 5,5 milioni di persone, rinuncia alle cure per motivi economici, anche per l’impossibilità di pagare un ticket. Questo dato è drammatico, considerando che abbiamo un sistema sanitario universalistico garantito dall’articolo 32 della Costituzione. Molti cittadini trovano difficoltà a sostenere liste d’attesa lunghe e inadeguate, ricorrendo al pronto soccorso per prestazioni non urgenti, il che aggrava ulteriormente l’inappropriatezza degli accessi“.
La carenza di personale
“La fuga di medici e infermieri è legata a diversi fattori. Prima di tutto, un’età media elevata e i numerosi pensionamenti previsti nei prossimi anni. A ciò si aggiunge il burnout diffuso, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19. Inoltre, molti professionisti scelgono di lavorare all’estero, attratti da condizioni economiche migliori: negli Stati Uniti, in Germania o a Dubai, medici e infermieri sono pagati di più e lavorano meno ore rispetto all’Italia. Secondo recenti studi, nei prossimi 10 anni, il nostro Paese perderà circa 80.000 infermieri, mentre le nuove assunzioni si attesteranno a circa 40.000, lasciando un deficit di 30-40.000 infermieri. Questo dato è particolarmente grave se consideriamo che il Pnrr punta molto su figure come l’infermiere di famiglia e di comunità per potenziare la sanità territoriale”.
Autonomia differenziata e divario tra Nord e Sud
“La modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001 ha creato 21 sanità regionali diverse, ognuna con modelli organizzativi propri. Questo ha accentuato il divario tra Nord e Sud, come dimostrano gli indicatori pubblicati da Agenas: le regioni del Sud continuano a occupare gli ultimi posti per efficienza e qualità. Questa disomogeneità non ha migliorato i servizi, ma ha aggravato le differenze, aumentando la mobilità passiva verso le strutture del Nord, con costi enormi per le regioni meridionali”.
Le strategie che si potrebbero adottare
“La prima priorità è incrementare i finanziamenti, soprattutto per il personale sanitario. Oltre alle assunzioni, è fondamentale rivedere le retribuzioni di medici e infermieri, che in Italia sono inferiori rispetto alla media europea. Questo potrebbe ridurre la fuga di professionisti verso l’estero. In secondo luogo, bisogna puntare sul valore della sanità, ovvero eliminare prestazioni inappropriate e concentrare le risorse su interventi clinicamente ed economicamente utili. È necessario anche potenziare la formazione e definire percorsi di carriera chiari, per aumentare la motivazione del personale. Infine, il Pnrr rappresenta un’opportunità unica. Con i suoi 20 miliardi di euro destinati alla sanità, possiamo realizzare riforme cruciali come le case della comunità, gli ospedali di comunità e le Cot (Centrali operative territoriali). Questi strumenti sono essenziali per rafforzare il territorio e garantire una presa in carico adeguata di pazienti anziani, cronici e fragili“.
Pnrr potrà ridurre il divario tra Nord e Sud?
“È una scommessa fondamentale. Se utilizzeremo bene queste risorse, potremo migliorare l’efficienza del sistema sanitario, integrando ospedale e territorio. Ma per colmare il divario servono interventi mirati e continui, che puntino non solo sull’infrastruttura, ma anche sulla qualità del servizio“.