Carissimi,
la nostra società ha un talento raro: non cambiare mai davvero.
Non ama mettere in discussione ciò che è consolidato; lo accarezza, lo giustifica, lo sistema.
Così, anche quando qualcosa nasce storto, ingiusto, perfino indecente, invece di raddrizzarlo lo si “regolarizza”, lo si sana, lo si benedice. Non si torna alla legalità, si costruisce una legalità su misura dell’errore.
E allora succede una cosa semplice, quasi elegante nella sua perversione, si formano due file.
Una fila composta da chi rispetta le regole e l’altra da chi le aggira, con l’aria di chi sta solo “interpretando meglio la vita”.
E sapete qual è il problema? Che spesso la seconda fila scorre più veloce.
Senza regole saremmo nel Far West, è vero.
Ma non è l’assenza di regole il vero pericolo, è l’arte raffinata delle deroghe. È quel “buon governo” che non elimina l’ingiustizia, ma la organizza, la rende sostenibile, quasi rispettabile.
E così accade il miracolo, chi ha vissuto nell’abuso, quando viene scoperto, non si vergogna, ma si indigna e se serve, ricorre pure alla legge, in sua difesa.
Capite bene che a questo punto leggere Cuore a scuola diventa un esercizio di archeologia morale. Serve a formare persone perbene… cioè perdenti organizzati.
Perché il mondo reale premia altro, furbizia, elasticità etica, capacità di stare “un passo fuori”.
Ma attenzione, se fossimo tutti scorretti, il gioco finirebbe.
La scorrettezza ha bisogno degli onesti, come l’ombra ha bisogno della luce.
E allora ecco il trucco, pochi devono conoscere l’eccezione, pochissimi saperla usare. Se diventasse di tutti, tornerebbe a essere regola r la regola, si sa, non conviene più a nessuno.
Il potere in fondo è questo, non solo distribuire le carte, ma mescolarle mentre gli altri guardano il tavolo convinti che il mazzo sia fermo.
E se ci fate caso, il potere non è mai solo, cammina spesso a braccetto con le religioni, maestre nell’arte di guidare masse obbedienti.
Uno solo interpreta, gli altri credono.
Uno spiega, gli altri si fidano.
E chi si fida, diventa fedele.
Provate a osservare, nei momenti importanti, a tavola o nelle prime file, un uomo di fede c’è sempre. Anche quando dovrebbe essere altrove, per missione o coerenza.
La vera paura per chi non conta è un’altra, trovarsi dentro una storia più grande di lui, dove il suo avvocato e il suo boia coincidono nella stessa persona.
In quel caso non esiste difesa. Esiste solo il tempo che passa.
Viviamo in un mondo che sana abusi, salva fallimenti con denaro pubblico, stabilizza precari scelti senza trasparenza, premia i furbi e consola gli onesti con la promessa di una santità futura.
Un mondo a due corsie, dove il “piacere dell’onestà” è un investimento a lunghissimo termine… spesso senza dividendi.
E allora la domanda è inevitabile: davvero crediamo che le grandi nefandezze nascano all’improvviso?
No. Sono l’evoluzione naturale di piccoli compromessi quotidiani.
Chi sbaglia nelle piccole cose, sbaglierà nelle grandi. Non è cattiveria, è metodo.
Un mondo perfettamente giusto non esiste, servirebbe un giudice venuto da un altro pianeta, senza interessi, senza legami, senza memoria.
E non consola nemmeno, per chi crede, l’idea di una giustizia dopo la morte, perché la morte è la fine delle partite giocate qui.
Alla fine resta solo una scelta: in quale fila stare.
Sapendo che la corsia di sorpasso è veloce, seducente… ma non è detto che vi facciano entrare, né restare.
Il successo immediato ha un prezzo. La vera domanda è: cosa siete disposti a vendere, e fino a dove.
Io resto un sostenitore dell’autodeterminazione. Ognuno è padrone delle proprie scelte.
E chi sono io per giudicare, se tutta l’umanità, davanti alla mela, ha sempre detto:
“Schifiu… però damminni n’anticchia.”
Un abbraccio,
Epruno.



