Quattrocentoventicinquemila posti di lavoro persi per cause direttamente o indirettamente riconducibili all’IA negli ultimi tre anni – di cui 142mila solo in Europa secondo il sito ailayoffs.live – e 1 su 4 a rischio a livello globale nei prossimi anni
Come riportato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), ripresa da Consumers’ Forum – ente indipendente di cui fanno parte associazioni di consumatori, imprese industriali e di servizi e le loro associazioni di categoria -, il 25% dell’occupazione globale rientra in professioni potenzialmente esposte all’IA.

Nessun rumore di catena di montaggio, nessuna fabbrica che chiude i battenti lasciando le tute blu sul marciapiede. La più grande rivoluzione industriale del ventunesimo secolo si sta consumando nel silenzio ovattato degli uffici open space, dietro schermi a cristalli liquidi e tastiere che smettono improvvisamente di battere.
L’avvento dell’Intelligenza Artificiale Generativa ha scardinato una certezza radicata da secoli: che l’istruzione, le competenze cognitive e il lavoro intellettuale fossero scudi impenetrabili contro l’automazione. Oggi, la realtà ci presenta un conto salatissimo. Non siamo di fronte a una semplice evoluzione tecnologica, ma a un terremoto sociale ed economico che sta ridisegnando i confini del mercato del lavoro globale, lasciando dietro di sé una scia di incertezza che stringe i colletti bianchi in una morsa senza precedenti.
Il silenzio degli uffici e la grande transizione economica
I dati non lasciano spazio a interpretazioni: negli ultimi tre anni, ben 425.000 posti di lavoro sono stati cancellati a livello globale per cause direttamente o indirettamente riconducibili all’IA, con l’Europa che paga il dazio più pesante registrando 142.000 licenziamenti. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Secondo i dati macroeconomici elaborati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il 25% dell’intera occupazione globale – un lavoratore su quattro – si trova oggi in una traiettoria di collisione con algoritmi e modelli linguistici avanzati. Nei mercati più sviluppati e ad alto reddito, la percentuale dei lavoratori esposti schizza drammaticamente al 34%.
Questo panorama mette a nudo la natura del fenomeno: l’IA non sta colpendo la forza lavoro generica, ma sta smantellando la classe media impiegatizia, erodendo i ruoli di supporto amministrativo, di front office e di analisi tecnica. È un cambiamento epocale che richiede una risposta immediata, un passaggio urgente dall’adozione selvaggia della tecnologia a una governance guidata dall’algoretica, per evitare che la promessa di un’efficienza senza limiti si traduca in un deserto sociale
In sostanza, un lavoratore su 4 potrebbe essere sostituito da una macchina nei prossimi anni. Le professioni più a rischio sono quelle che includono attività ripetitive e componenti digitali e testuali facilmente automatizzabili: assistenza amministrativa, customer care e call center, impiegati di banche e poste, cassieri e traduttori. L’intelligenza artificiale rappresenta a tutti gli effetti una rivoluzione che avrà effetti dirompenti sull’economia, sull’ambiente e sulla vita quotidiana di milioni di cittadini. Una sfida che, se gestita correttamente e attraverso regole condivise, per l’Europa può diventare una importante opportunità di crescita.
La mobilitazione istituzionale e le visioni contrapposte dei Big Tech
Proprio su questo tema Consumers’ Forum, l’ente indipendente di cui fanno parte associazioni di consumatori, imprese industriali e di servizi e le loro associazioni di categoria, afferma che incontrerà a Bruxelles l’eurodeputato Brando Benifei, noto relatore dell’AI Act europeo.

L’obiettivo è chiaro, ovvero portare le istanze dei lavoratori e dei consumatori nel centro del dibattito legislativo continentale, garantendo che lo sviluppo tecnologico non proceda a scapito della coesione sociale e della dignità del lavoro.
Non tutti, però, condividono questo scenario di profonda preoccupazione. Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha commentato recentemente con il Financial Times che “la gente sta saltando alla conclusione che i posti di lavoro spariranno. Ma penso che stiano sbagliando”. Secondo il fondatore di Amazon, l’intelligenza artificiale porterà invece delle “età dell’oro”.
Secondo il magnate americano, l’intelligenza artificiale non sarà un elemento distruttivo, ma agirà da catalizzatore per la crescita della produttività e del benessere umano.
La preoccupazione resta però alta sotto diversi punti di vista, come testimoniano le tante dichiarazioni rilasciate ultimamente sul tema da massime autorità politiche, spirituali e finanziarie, dalla premier Giorgia Meloni al Papa Leone XIV con l’enciclica “Magnifica Humanitas”, fino al governatore di Bankitalia Fabio Panetta. L’intelligenza artificiale pone interrogativi etici, strutturali e occupazionali che nessuna istituzione può permettersi di ignorare.
Per comprendere la reale portata di questa trasformazione, è necessario abbandonare la retorica dei titoli sensazionalistici e analizzare la struttura tecnica dell’impatto occupazionale, così come dettagliata nel fondamentale documento di ricerca dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Lo studio scientifico intitolato “Generative AI and Jobs: Policies to Manage the Transition”, firmato dagli economisti Paweł Gmyrek, Janine Berg e David Bescond, analizza l’esposizione di quattrocentotrentasei occupazioni standardizzate a livello internazionale mettendole a confronto con le capacità di modelli avanzati come GPT-4.
L’analisi dell’ILO: la sottile linea tra automazione e potenziamento
Il primo, cruciale verdetto espresso dagli analisti dell’ILO è che l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa non deve essere interpretato come un’apocalisse occupazionale inevitabile, bensì come un massiccio processo di riconfigurazione delle mansioni lavorative. Il report introduce una distinzione netta tra due potenziali effetti tecnologici. Il primo è il potenziale di automazione, che si verifica quando la stragrande maggioranza dei compiti tipici di una specifica professione può essere interamente delegata alle macchine, prefigurando un rischio concreto e immediato di licenziamento o di forte riduzione del personale. A livello globale, questa categoria ristretta ma critica riguarda il due virgola tre per cento dell’occupazione complessiva, pari a circa settantacinque milioni di posti di lavoro.
Il secondo effetto è il potenziale di potenziamento, o augmentation, che si verifica quando l’algoritmo non è in grado di coprire l’intero spettro delle attività di un lavoratore, ma può automatizzare esclusivamente i compiti secondari, ripetitivi o di elaborazione dati. In questo scenario, the lavoratore umano rimane centrale, ma vede il proprio ruolo potenziato dall’efficienza della macchina, potendosi concentrare su attività strategiche, creative o relazionali. Questo effetto è quantitativamente dominante, poiché coinvolge il tredici per cento dell’occupazione mondiale, traducendosi in ben quattrocentoventisette milioni di posti di lavoro. Il potenziale di integrazione è dunque sei volte superiore rispetto a quello di pura sostituzione.
Se si analizzano i macro-settori professionali, emerge con nitidezza matematica l’identikit del lavoratore più esposto, ovvero l’impiegato d’ufficio e il personale di supporto amministrativo. I dati contenuti nel report dell’ILO rivelano che il personale amministrativo mostra un livello di esposizione senza eguali, con il ventiquattro per cento dei loro compiti classificato ad alto risco di automazione, mentre un ulteriore cinquantotto per cento si attesta su livelli di media esposizione. Complessivamente, l’ottantadue per cento dell’attività lavorativa di un impiegato d’ufficio è intercettabile dalle attuali capacità dell’intelligenza artificiale generativa. Nessun’altra categoria professionale si avvicina a questi livelli di vulnerabilità.
Basti pensare che per i tecnici, i professionisti e i manager, la quota di compiti ad alto rischio di automazione oscilla appena tra l’uno e il quattro per cento, mentre la stragrande maggioranza delle loro attività rientra nell’alveo del potenziamento o della bassa esposizione.
La radiografia dei ruoli esposti e la disparità sociale di genere
Andando nel dettaglio microscopico delle distribuzioni dei punteggi di automazione, l’ILO mappa le singole professioni che compongono il blocco degli impiegati, evidenziando una concentrazione di rischio estremo per specifiche figure.
Gli operatori di data entry e i contabili esecutivi vedono i loro compiti legati alla digitazione, alla classificazione di dati numerici e alla gestione di fogli di calcolo mostrare un punteggio di automazione quasi totale. Gli addetti al customer care e ai call center subiscono l’impatto dei modelli linguistici avanzati in grado di comprendere il linguaggio naturale e risolvere ticket di assistenza in tempo reale, azzerando la necessità di operatori umani per i primi livelli di supporto. Anche il personale di segreteria, i centralinisti e gli addetti alla reception affrontano una vulnerabilità estrema, poiché la gestione delle agende e la risposta a quesiti standardizzati sono compiti nativamente digitali e testuali. Allo stesso modo, gli impiegati di sportello bancario e postale vedono i processi di back-office assorbiti dalle piattaforme intelligenti, riducendo la presenza fisica del personale. Infine, gli scrittori tecnici, i correttori di bozze e i traduttori subiscono l’impatto più immediato, con la tecnologia che agisce da sostituto diretto soprattutto per la forza lavoro junior.
Al polo opposto si posizionano i ruoli ad alto potenziale di potenziamento. Professioni come insegnanti, sviluppatori di software senior, medici specialisti, architetti, designer e assistenti sociali possiedono una varianza di compiti talmente complessa che l’intelligenza artificiale non può scardinarne il nucleo. Per costoro, la tecnologia si limiterà a eliminare la burocrazia quotidiana, lasciando intatta l’essenza relazionale, decisionale e clinica del loro operato.
Un aspetto politico e sociale di fondamentale rilevanza evidenziato dall’ILO riguarda la profonda disparità di genere nell’esposizione agli effetti distruttivi della tecnologia. L’automazione non colpirà uomini e donne allo stesso modo, a causa della storica segregazione occupazionale che vede le donne ampiamente sovrarappresentate nelle professioni amministrative e di supporto d’ufficio. Nei paesi ad alto reddito, i posti di lavoro a rischio di automazione diretta rappresentano l’otto virgola cinque per cento dell’occupazione totale femminile, a fronte di un più contenuto tre virgola nove per cento dell’occupazione maschile.
In termini assoluti, nei soli paesi avanzati, ben ventuno milioni di donne rischiano il posto di lavoro a causa dell’automazione, contro i nove milioni di uomini. A livello globale, anche la quota di donne che si trova in settori ad alto potenziale di potenziamento è superiore rispetto a quella degli uomini in ogni singola fascia di reddito nazionale.
Questo significa che la transizione tecnologica si prefigura come un bivio di proporzioni storiche: se gestita senza ammortizzatori mirati, rischia di colpire duramente l’occupazione femminile; se governata con programmi di riqualificazione strategica, può trasformarsi in uno straordinario strumento di emancipazione e crescita professionale per le donne.
Il “grande ignoto” geopolitico e il boom del mercato italiano
L’ILO introduce inoltre il concetto di “grande ignoto”, una terra di mezzo che avvolge il nove virgola uno per cento della forza lavoro mondiale, pari a duecentonovantanove milioni di persone, costituita prevalentemente da professionisti e tecnici di medio livello. Per queste figure, i punteggi di automazione sono elevati ma presentano una varianza interna altissima, e l’adozione tecnologica potrà tradursi in un clamoroso incremento di produttività o in una totale sostituzione a seconda delle scelte organizzative aziendali.
Infine, sul piano geopolitico, emerge un profondo divario economico. Mentre nei paesi ricchi il cinque virgola uno per cento dell’occupazione complessiva è minacciato dall’automazione algoritmica, nei paesi a basso reddito il rischio crolla allo zero virgola quattro per cento. La mancanza di infrastrutture digitali stabili, l’alto costo dei server e della banda larga e l’assenza di competenze diffuse offrono ai paesi in via di sviluppo uno scudo protettivo temporaneo contro i licenziamenti di massa.
Tuttavia, avverte l’ILO, questo isolamento forzato si traduce nel gravissimo rischio di rimanere esclusi dai benefici di produttività della rivoluzione industriale, esacerbando le storiche disuguaglianze economiche globali.
I macro-scenari tracciati dall’ILO trovano una sponda immediata e tangibile nelle dinamiche del mercato interno analizzate da Consumers’ Forum. Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha infatti abbattuto ogni record, raggiungendo il valore di 1,8 miliardi di euro e segnando un incremento del 50% in più rispetto al 2024. Di conseguenza, saper governare prompt e algoritmi è sempre più centrale per chi si affaccia al mondo del lavoro.

Secondo uno studio del Politecnico di Milano, in Italia nel 2025 il numero di annunci di lavoro che richiedono competenze legate all’intelligenza artificiale è cresciuto del 93%. Questa richiesta vertiginosa conferma la tesi dell’ILO, secondo cui la forza lavoro deve rimodularsi rapidamente verso logiche di potenziamento per non essere rigettata dal mercato.
Non solo in ufficio, la tecnologia coinvolge ormai capillarmente altri aspetti della vita quotidiana dei cittadini. Un terzo degli italiani già usa regolarmente sistemi di intelligenza artificiale, come motori di raccomandazione o assistenti virtuali, per indirizzare i propri acquisti online.
Si tratta di un valore potenziale di circa ventidue miliardi di euro all’anno, considerato che il mercato nazionale dell’e-commerce tra beni e servizi si attesta su livelli storici nel 2026. Ma non è nulla rispetto a quello che si immagina per il futuro: secondo i dati “Sopra Steria” stima che in Europa, entro i prossimi 10 anni, il valore delle transazioni online guidate da assistenti intelligenti raggiungerà i 310 miliardi di euro. Guadagni da un lato, costi dall’altro.
Il lato nascosto dell’Intelligenza Artificiale: emergenza climatica e lavoro invisibile
A fronte di questi enormi guadagni di efficienza e volumi di transazioni, la transizione presenta costi ambientali e umani occulti di proporzioni spaventose, parimenti meritevoli di una stretta regolamentazione politica.
Il primo fronte critico è quello della sostenibilità ecologica. L’impatto dell’intelligenza artificiale su ambiente e risorse energetiche è in crescita costante, e l’International Energy Agency prevede che il consumo globale di elettricità dei data center raddoppierà entro il 2030.
Dai 415 terawattora stimati nel 2024 si arriverà all’impressionante quota di 945 terawattora, un volume che da solo rappresenterà il 3% dell’intera richiesta di elettricità mondiale. Come ricordato da Consumers’ Forum, allo stato attuale i data center dedicati all’intelligenza artificiale generano già tra il 2,5 e il 3,7% delle emissioni globali di gas serra, numeri destinati a lievitare se non verranno imposti vincoli di efficientamento e alimentazione tramite fonti rinnovabili.

Il secondo fronte, messo in luce nelle conclusioni del report ILO, riguarda lo sfruttamento umano insito nella stessa catena di fornitura dei modelli intelligenti. Dietro l’interfaccia pulita dei software più celebri si nasconde un esercito invisibile composto da milioni di lavoratori precari, localizzati prevalentemente nei paesi in via di sviluppo.
Questi lavoratori vengono reclutati tramite piattaforme di crowdsourcing e impiegati come contraenti indipendenti, privati dei più elementari diritti sindacali o benefici assistenziali, con l’unico compito di ripulire, etichettare e taggare l’immensa mole di dati necessaria all’addestramento degli algoritmi.
Garantire che i nuovi posti di lavoro legati all’intelligenza artificiale rispettino i criteri del lavoro dignitoso lungo tutta la filiera è la prima, vera sfida etica del nostro tempo.
Il manifesto per l’Europa: le quattro direttrici dell’Algoretica
Per evitare che la transizione tecnologica si trasformi in una crisi sociale permanente, l’ILO e Consumers’ Forum indicano quattro direttrici politiche urgenti da sottoporre ai legislatori europei a Bruxelles, affinché l’AI Act diventi uno scudo per i cittadini. Innanzitutto, è fondamentale dare priorità alla riconversione, spingendo le aziende a investire nell’addestramento e al ricollocamento interno del personale esposto, riducendo al minimo i licenziamenti unilaterali e coinvolgendo le rappresentanze sindacali.
In secondo luogo, servono ammortizzatori sociali di genere, garantendo una copertura di protezione sociale robusta e l’accesso a percorsi di formazione specifici per i settori amministrativi, che tengano conto della forte penalizzazione subita dalla componente femminile.
L’intelligenza artificiale non decreterà la fine del lavoro umano, ma la fine del lavoro così come lo abbiamo conosciuto. Solo attraverso un solido dialogo sociale e un quadro normativo ispirato all’algoretica l’Europa potrà cavalcare questa rivoluzione, trasformando una potenziale minaccia di massa in un’autentica opportunità di benessere collettivo.
“Eppure la risposta a questi problemi arriva proprio dall’intelligenza artificiale: l’AI permette la creazione di nuovi posti di lavoro e di nuove professioni, compensando le perdite e creando nuove opportunità a livello occupazionale. Può inoltre offrire soluzioni per limitare l’impatto sull’ambiente, ottimizzare l’uso delle risorse, ridurre i consumi energetici e gli sprechi e migliorare i processi produttivi. Ed è proprio per questo che, anche su sollecitazione delle associazioni dei consumatori, chiederemo all’Ue di accelerare sull’algoretica, affinché l’AI sia al servizio dei cittadini e diventi uno strumento per migliorare la vita quotidiana delle persone e non per governarla”, affermano il presidente e la vicepresidente di Consumers’ Forum, Furio Truzzi e Patrizia Modesti.
Nota metodologica e fonti dei dati
Le analisi, i dati quantitativi e le proiezioni geometriche presentati in questa inchiesta giornalistica sono il risultato dell’incrocio di database indipendenti, modelli predittivi di stampo macroeconomico e studi istituzionali condotti dai principali osservatori globali e nazionali.
La quantificazione dei licenziamenti a livello globale e continentale si avvale del monitoraggio in tempo reale effettuato dal portale indipendente di riferimento per il settore tecnologico, consultabile direttamente su Layoffs.fyi – Tech Layoff Tracker. La mappatura predittiva dei profili professionali e l’impatto asimmetrico sui singoli ruoli e sulle variabili di genere fanno perno sul report scientifico dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, intitolato “Generative AI and Jobs: Policies to Manage the Transition” e basato sul Working Paper 96. Il documento integrale, che analizza l’esposizione di 436 occupazioni standardizzate della classificazione internazionale ISCO-08 rispetto alle capacità dei modelli linguistici di ultima generazione, è accessibile in formato digitale direttamente attraverso l’ILO Research Repository.
I dati relativi al mercato italiano dell’intelligenza artificiale, all’incremento degli annunci di lavoro focalizzati sulle competenze algoritmiche e alle abitudini d’acquisto della popolazione derivano dalle rilevazioni statistiche fornite dall’Osservatorio del Politecnico di Milano.
Il quadro d’insieme e le relative istanze di tutela sindacale e sociale sono coordinati dall’ente indipendente che unisce consumatori e imprese, le cui attività e posizioni ufficiali sono reperibili sul portale ufficiale di Consumers’ Forum Italia.
Le proiezioni sull’impatto ecologico, sul fabbisogno energetico delle infrastrutture di calcolo e sul raddoppio dei consumi elettrici globali entro il prossimo decennio sono elaborate a partire dall’Electricity Report e dalle banche dati della International Energy Agency, i cui estratti e aggiornamenti sono pubblicati nella sezione analisi di IEA – International Energy Agency Data & Reports.
Le stime sul valore delle transazioni commerciali europee intermediate da assistenti virtuali a medio termine integrano, infine, i modelli di simulazione economico-finanziaria rilasciati dal gruppo di consulenza Sopra Steria.





