Carissimi
C’è una domanda che meriterebbe risposta, ma che nessuno ha il coraggio di fare: “come si fa, potendo scegliere tra una cosa brutta e una cosa bella, a tifare deliberatamente per la cosa brutta?”
Succede spesso. Succede soprattutto a chi, persi gli ideali, ha fatto del dissenso una rendita di posizione. Piccole nicchie di prestigio da cui si cavalca il ruolo del bastian contrario, raccogliendo consenso tra gli scontenti cronici, quelli che non sanno perché sono arrabbiati, ma lo sono con metodo.
Molti vivono convinti che tutto ciò che va male abbia una causa esterna. Una colpa altrui. Un’entità vaga e ostile che prende quasi sempre le sembianze del prossimo. Il prossimo è il vero problema, non perché venga dopo di noi, ma perché ci sta accanto. È l’altro, l’ostacolo, lo specchio che non vogliamo guardare.
Ogni mattina ci osserviamo allo specchio e arriviamo alla stessa conclusione: siamo i migliori. Il guaio comincia appena usciamo di casa e scopriamo che anche gli altri, davanti a un altro specchio, hanno pensato esattamente la stessa cosa.
Vivere insieme richiede regole. Lo avevano capito persino i bambini che giocavano a pallone per strada, senza arbitri né alibi. Si litigava poco, si giocava molto. Si vinceva, si perdeva e il giorno dopo si ricominciava. Le regole funzionano solo se si accetta anche la possibilità di perdere.
La politica, invece, ha smesso di accettarla. Per questo ha sostituito il confronto con l’inciucio, i principi con i compromessi e il merito con la paura di restare fuori dal gioco. Vincere non basta più, bisogna impedire agli altri di partecipare, addirittura di parlare.
Ormai è superata da tempo anche la fase dei sorrisini da parte di chi ascoltava con la supponenza che qualunque parola l’interlocutore dicesse, erano tutte “stronzate”.
Oggi essendo diventati in troppi gli interlocutori dei “saccenti per decreto divino”, una volta che costoro sono stati portati fuori dalle confort zone, non sorridono più, e preferiscono zittirti invece di accettare il dubbio che per anni si è imposto al prossimo.
Un tempo chi vinceva governava per tutti. Oggi governa per sé e accusa gli altri. “Il sole non sorge più per tutti” ma guardiamo “le ombre lunghe dei nani al tramonto e li chiamiamo giganti”.
Non è facile fare politica. Ma non è facile nemmeno fare l’elettore, chiamato a fidarsi di chi spiega ogni giorno perché non è responsabile di nulla. Così, smettendo di scegliere, abbiamo consegnato il potere a minoranze organizzate che decidono le regole mentre noi commentiamo.
Eppure una cosa dovrebbe essere chiara, quando siamo messi nelle condizioni di competere e di mostrare il nostro valore, dobbiamo portare in campo il meglio. Non il rancore, non la polemica preventiva, non il tifo contro.
Siamo la patria del bello. Lo siamo sempre stati. Anche quando in passato eravamo divisi in tanti staterelli, facevamo a gara per chiamare i migliori artisti e geni contemporanei, non per demolire ciò che funzionava.
Per questo ciò che è stato messo in vetrina oggi merita rispetto. Ci saranno errori, certo, ma chi sa leggere la realtà li distingue dalle polemiche gratuite. Gli altri continueranno a lamentarsi: è la loro unica specialità.
Nemici della contentezza, professionisti del “si poteva fare meglio” senza mai dire come.
Un Abbraccio, Epruno.




