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Contabilità o geopolitica?

La crisi dei conti dell’Onu: 4 miliardi di arretrati Usa e i ritardi della Cina mettono a rischio il multilateralismo

mercoledì 3 Giugno 2026
Onu - New York

Le finanze delle Nazioni Unite in difficoltà: 4 miliardi di arretrati Usa e i ritardi dei pagamenti della Cina

La crisi finanziaria delle Nazioni Unite non si presenta come un evento improvviso, né come una rottura formale degli equilibri contabili. È piuttosto il risultato di una tensione progressiva che si è accumulata nel tempo tra obblighi finanziari degli Stati membri, ritardi nei versamenti e una struttura di bilancio che riflette ancora gli equilibri geopolitici del secondo dopoguerra più che quelli dell’attuale sistema.

Non è tecnicamente una bancarotta, ma di certo una delle crisi finanziarie più importanti della sua storia recente.

A lanciare l’allarme non sono soltanto analisti esterni o osservatori internazionali: sono gli stessi vertici dell’organizzazione, che da mesi descrivono una situazione di liquidità sempre più fragile, aggravata dai ritardi nei versamenti dei principali Paesi contributori e da un sistema finanziario che fatica a reggere il peso della turbolenta situazione geopolitica globale tra Ucraina, Iran, Venezuela e il confronto tra unilateralismo americano e il multilateralismo globale in ascesa.

La questione è tornata al centro del dibattito dopo un’inchiesta del Wall Street Journal, pubblicata pochi giorni fa, che ha evidenziato come Stati Uniti e Cina, i due maggiori protagonisti del sistema internazionale, abbiano contribuito ad alimentare la crisi attraverso ritardi e arretrati non versati che si riflettono direttamente sulle casse dell’ONU.

Dietro i titoli allarmistici, tuttavia, esistono numeri precisi che aiutano a comprendere la portata del problema. Le Nazioni Unite continuano a funzionare, ma lo fanno in condizioni di crescente spinta sulla liquidità disponibile.

Una situazione che non mette in discussione la sopravvivenza dell’organizzazione, ma ne condiziona sempre più la capacità operativa quotidiana.

Il funzionamento dell’organizzazione si regge principalmente sui contributi obbligatori degli Stati membri, calcolati in base alla capacità economica dei singoli Paesi. In teoria, si tratta di un meccanismo stabile e prevedibile. In pratica, la puntualità dei versamenti è diventata una variabile sempre più instabile.

Il problema non riguarda la mancanza formale di risorse, ma il disallineamento temporale tra entrate e uscite.

Le spese dell’ONU sono continue: stipendi, missioni diplomatiche, attività amministrative, programmi politici e operazioni sul campo non possono essere sospesi. I contributi degli Stati, invece, arrivano con tempi differenti e spesso con ritardi significativi.

Questo squilibrio genera una condizione strutturale di tensione sulla cassa, che si manifesta soprattutto nei primi mesi dell’anno, quando le risorse disponibili non sono ancora pienamente confluite nei conti dell’organizzazione.

 

I dati ufficiali del Controller ONU: numeri che preoccupano

Nel rapporto presentato dal Controller delle Nazioni Unite  emerge un quadro di forte attenzione sulla gestione della liquidità. Le disponibilità complessive risultano formalmente sufficienti a sostenere le attività correnti, ma una parte significativa delle risorse è vincolata a specifici programmi e non immediatamente utilizzabile.

Nel documento presentato il 9 maggio 2025 dal Controller delle Nazioni Unite, Chandramouli Ramanathan, emerge un quadro estremamente delicato. Al 30 aprile 2025 il saldo di cassa disponibile nei vari conti delle operazioni ONU ammontava a circa 1,3 miliardi di dollari. Tuttavia una parte significativa di queste somme era vincolata a missioni specifiche e non completamente utilizzabile per sostenere il bilancio ordinario.

Lo stesso documento evidenziava che l’organizzazione stava già applicando misure straordinarie di contenimento della spesa per evitare problemi finanziari più gravi nel corso dell’anno. 

Un successivo memorandum interno del febbraio 2025 descrive una situazione ancora più esplicita: senza restrizioni alla spesa, l’ONU stimava di poter esaurire la liquidità necessaria alle operazioni ordinarie entro settembre 2025. 

Nel 2024 era stato evitato un default operativo solo grazie a forti limitazioni delle uscite e persino al prestito di 130 milioni di dollari provenienti da fondi di tribunali ormai chiusi. La conseguenza è una gestione sempre più prudente delle spese, con varie misure di “contenimento”. 

Accanto ai dati di bilancio, ciò che emerge con maggiore evidenza è l’accumulo dei contributi non versati.  Le cifre relative agli arretrati indicano un condizionamento crescente sul sistema finanziario complessivo. La crisi non nasce da un improvviso aumento delle spese, ma dall’accumulo di questi contributi.

Secondo i dati ufficiali illustrati alle Nazioni Unite nel maggio 2025:

-risultavano circa 2,4 miliardi di dollari di contributi ordinari non ancora incassati;

-si aggiungevano circa 2,7 miliardi di dollari di contributi arretrati relativi alle missioni di pace;

-l’organizzazione era stata costretta a congelare assunzioni e ridurre servizi e attività.

Nel maggio 2026 la situazione risultava ulteriormente peggiorata.

Il “Gruppo dei 77 più la Cina”, intervenendo all’Assemblea Generale, ha dichiarato che i contributi non pagati relativi al bilancio ordinario avevano raggiunto circa 2,8 miliardi di dollari e che l’ONU era entrata nel 2026 senza riserve di liquidità. 

Secondo quanto riferito nel dibattito, le disponibilità finanziarie sarebbero state sufficienti soltanto fino alla metà di agosto 2026 in assenza di nuovi incassi.

Sala Onu sede di Ginevra

Il punto centrale non è soltanto l’ammontare complessivo dei crediti non riscossi, ma la loro concentrazione su un numero ristretto di grandi contributori. Questo elemento rende il sistema particolarmente sensibile a ritardi anche limitati nel tempo, ma elevati in termini di valore economico.

Le Nazioni Unite si trovano così in una condizione in cui la solidità formale del bilancio convive con una problematica costante legata ai flussi di cassa per i programmi operativi della stessa.

 

Il ruolo decisivo degli Stati Uniti e della Cina

La crisi finanziaria delle Nazioni Unite ha un protagonista evidente: gli Stati Uniti. Washington resta il maggiore finanziatore dell’organizzazione e contribuisce con il tetto massimo consentito per il bilancio ordinario, pari al 22%.

Il problema non riguarda soltanto il livello del contributo, ma soprattutto l’accumulo di arretrati nel tempo. Le tensioni tra istituzioni politiche americane e sistema ONU hanno prodotto ritardi ricorrenti nei pagamenti, in particolare per quanto riguarda le operazioni di peacekeeping.

Secondo diverse analisi e dati citati nei documenti ONU, gli Stati Uniti accumulano oggi arretrati per miliardi di dollari tra bilancio ordinario e missioni di pace. Il Wall Street Journal, nell’inchiesta pubblicata, stima che il debito complessivo americano verso il sistema ONU superi i 4 miliardi di dollari. 

Questa esposizione rappresenta uno degli elementi centrali dell’attuale crisi di liquidità. 

Il Gruppo dei 77 ha evitato di nominare esplicitamente Washington, ma nel suo intervento ha affermato che “un singolo Stato membro” continua a rappresentare una quota sproporzionata dei contributi non versati e costituisce la causa principale della crisi di liquidità dell’organizzazione.

Il peso complessivo degli arretrati statunitensi rappresenta una variabile critica per la stabilità finanziaria dell’ONU, proprio perché supera in alcuni casi l’intero budget annuale del Segretariato.

Accanto agli Stati Uniti, anche la Cina ha assunto negli ultimi anni un ruolo centrale nel finanziamento delle Nazioni Unite. Il contributo di Pechino è cresciuto rapidamente, fino a rappresentare circa un quinto del bilancio ordinario.

Pechino contribuisce ormai con una quota vicina al 20% del bilancio ordinario, avvicinandosi ai livelli degli Stati Uniti. 

Pur non presentando arretrati comparabili a quelli americani, i ritardi nei versamenti cinesi hanno contribuito ad acuire i problemi di cassa dell’organizzazione.

L’ambasciatore cinese Fu Cong ha sottolineato più volte che non ci sono problemi e che la Cina salderà il debito. Ha anche sottolineato come, a causa dei mancati pagamenti da parte degli USA, la Cina sia diventata di fatto il primo contributore. “Anche se in termini assoluti lo sarebbero gli Stati Uniti, loro non stanno pagando”, ha dichiarato.

Il problema è particolarmente rilevante perché Stati Uniti e Cina insieme rappresentano oltre il 40% delle entrate ordinarie delle Nazioni Unite. 

Quando uno dei due paga in ritardo, gli effetti diventano immediatamente visibili sui conti. Quando i due principali contributori non garantiscono simultaneamente pagamenti puntuali, l’effetto sul sistema è immediato.

Se i ritardi superano i due anni, i paesi membri possono perdere il voto nell’Assemblea Generale (manterrebbero quello al Consiglio di Sicurezza). Attualmente è un caso che si applica a paesi in grave crisi economica, come l’Afghanistan e il Venezuela.

Questo dato da solo spiega perché la stabilità dell’organizzazione dipenda in modo così marcato da due soli attori.

 

Quanto vale realmente il bilancio ONU

Il bilancio ordinario delle Nazioni Unite si colloca su una scala relativamente contenuta se confrontato con le dimensioni delle economie nazionali. Si tratta di alcuni miliardi di dollari annui, destinati al funzionamento della struttura amministrativa e diplomatica centrale.

Una delle principali fonti di confusione riguarda proprio le dimensioni economiche delle Nazioni Unite. Molti immaginano un’organizzazione con risorse immense, ma il bilancio ordinario è relativamente contenuto se confrontato con quello di molti governi nel mondo.

Per il 2026 l’Assemblea Generale ha approvato un bilancio ordinario di 3,45 miliardi di dollari. La cifra copre le attività fondamentali dell’organizzazione: diplomazia, diritti umani, affari politici, comunicazione, cooperazione internazionale e funzionamento del Segretariato. 

Il nuovo bilancio è inferiore di circa il 7% rispetto a quello approvato per il 2025, segnale evidente della volontà di ridurre i costi in risposta alla crisi finanziaria. 

A questo importo si aggiunge il bilancio delle operazioni di peacekeeping, che vale oltre 5 miliardi di dollari annui, oltre ai fondi raccolti autonomamente dalle agenzie specializzate come OMS, UNICEF, WFP, UNHCR e UNESCO.

Questo sistema si regge sui fondi volontari delle agenzie specializzate, che muove complessivamente risorse molto più elevate. Nel loro insieme, queste tre componenti formano un sistema finanziario frammentato, in cui le logiche di finanziamento variano sensibilmente da un’area all’altra.

 

La corsa ai tagli

Di fronte a questa situazione, il Segretario generale ha avviato un processo di riforma amministrativa volto a contenere i costi e ridurre le inefficienze strutturali. Il programma prevede una revisione delle funzioni interne, una riduzione del personale e un accorpamento delle strutture operative.

Segretario generale Onu Gutierres

Per affrontare l’emergenza, il Segretario generale António Guterres ha quindi avviato un ampio programma di riforma denominato “UN80”, collegato all’ottantesimo anniversario delle Nazioni Unite.

E tra gli obiettivi che si pone é di rendere l’organizzazione anche meno vulnerabile proprio ai ritardi nei contributi degli Stati membri.

 

Alcune delle misure già adottate comprendono:

-blocco di numerose assunzioni;

-limitazioni alla spesa nei dipartimenti;

-rinvio di investimenti non essenziali;

-riduzione di attività amministrative;

-revisione delle strutture organizzative.

Dal 2025 sono stati eliminati circa 3mila posti di lavoro, soprattutto tra i lavoratori più giovani che hanno contratti con minori tutele.

Onu sede di New York

Nella sede di Ginevra, dove è impiegato circa il 9 per cento del personale ONU, vengono regolarmente spenti riscaldamenti e scale mobili per risparmiare.

In quella di New York, in un edificio costruito 75 anni fa, sono stati rimandati alcuni lavori secondari di manutenzione.

Le restrizioni riguardano quindi l’intero apparato amministrativo dell’organizzazione. Tuttavia, si tratta di un processo che richiede tempo e che non può compensare immediatamente le tensioni di liquidità.

 

Le risorse inutilizzate: i crediti restituiti agli Stati

Uno degli aspetti più controversi del sistema finanziario ONU riguarda i crediti non utilizzati.

Attualmente, quando a fine anno rimangono risorse non spese, queste vengono generalmente restituite agli Stati membri sotto forma di crediti. Molti Paesi hanno proposto di modificare questo meccanismo, consentendo all’organizzazione di trattenere temporaneamente parte delle somme come riserva di sicurezza.

Secondo diversi delegati intervenuti nel dibattito dell’Assemblea Generale, questa misura potrebbe creare un cuscinetto finanziario utile nei primi mesi dell’anno, quando i contributi arrivano più lentamente.

L’obiettivo sarebbe quello di ridurre la dipendenza dai flussi iniziali dei grandi contributori e stabilizzare la gestione di cassa.

 

Un problema che si trascina nel tempo

Le difficoltà finanziarie delle Nazioni Unite non sono recenti. La crisi non è nata nel 2025. Documenti parlamentari britannici e analisi indipendenti mostrano che l’ONU combatte da tempo con un deterioramento progressivo della propria liquidità.

Nel 2025 il Segretario generale arrivò a parlare di una vera e propria “corsa verso la bancarotta” se il problema dei ritardi nei pagamenti non fosse stato affrontato in maniera strutturale.

Il problema è diventato più evidente con l’aumento del peso relativo di pochi grandi contributori e con la crescente complessità delle missioni internazionali.

Anche se la termine “bancarotta” non descrive tecnicamente la situazione dell’organizzazione, il messaggio politico era chiaro: il sistema attuale non è più sostenibile senza il rispetto degli obblighi finanziari da parte degli Stati membri.

 

Chi paga davvero e chi paga in tempo

 

Per il triennio in corso, gli Stati Uniti restano il principale finanziatore del bilancio ordinario con una quota del 22%, il massimo consentito dalle regole ONU. La Cina segue ormai molto da vicino con circa il 20%. Dietro troviamo il Giappone, la Germania, la Francia, il Regno Unito, l’Italia, il Canada e la Corea del Sud. 

Sommando le quote dei primi dieci contributori si supera ampiamente la metà delle entrate complessive dell’organizzazione. In pratica, anche se oltre cento Paesi versano regolarmente il proprio contributo, la tenuta finanziaria dell’ONU dipende soprattutto dal comportamento di una decina di governi.

I dati ufficiali pubblicati periodicamente dalle Nazioni Unite mostrano una realtà spesso diversa dalla narrazione politica. Molti Stati occidentali effettuano i pagamenti già nelle prime settimane dell’anno. Tra i Paesi che tradizionalmente figurano nell'”honour roll” delle Nazioni Unite, cioè l’elenco degli Stati che hanno versato integralmente il contributo entro i termini previsti, compaiono frequentemente Germania, Regno Unito, Canada, Australia, Paesi Bassi, Svizzera, Danimarca, Norvegia, Svezia e numerosi altri Paesi europei.

Palazzo Chigi – Governo Italiano

Anche l’Italia, pur non essendo sempre tra i primissimi contribuenti a versare, generalmente mantiene una posizione regolare nei confronti dell’organizzazione e non rappresenta un fattore di rischio per la liquidità delle Nazioni Unite.

La situazione cambia radicalmente quando si osservano i grandi contributori. Gli Stati Uniti rappresentano il caso più rilevante. Il problema non è soltanto l’entità del contributo dovuto, ma il volume degli arretrati accumulati negli anni. 

Le dispute tra Congresso, Casa Bianca e sistema ONU hanno prodotto nel tempo ritardi cronici nei pagamenti, soprattutto per quanto riguarda le missioni di pace.

Il presidente Donald Trump è notoriamente ostile alle organizzazioni umanitarie, e in particolare alle agenzie delle Nazioni Unite (nonostante gli USA siano uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e una grossa influenza sulle attività dell’organizzazione).

Questo fenomeno non è nuovo: si è verificato durante diverse amministrazioni, sia repubblicane sia democratiche, anche se con intensità differenti.  L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha dichiarato tempo fa che gli Stati Uniti pagheranno, ma c’è un problema, non ha specificato quanto e quando. 

Secondo le stime più recenti, il debito complessivo americano verso il sistema ONU supera i 4 miliardi di dollari. Nessun altro Stato presenta un’esposizione comparabile. Per comprendere il peso di questa cifra basta ricordare che il bilancio ordinario annuale dell’organizzazione è di circa 3,45 miliardi di dollari. In altre parole, gli arretrati statunitensi superano l’intero budget operativo annuale del Segretariato ONU.

La Cina rappresenta un caso differente. Pechino generalmente versa quanto dovuto, ma negli ultimi anni ha spesso effettuato i pagamenti più tardi rispetto ad altri grandi contributori. Con una quota ormai vicina al 20%, ogni ritardo cinese produce effetti immediati sulla disponibilità di cassa dell’organizzazione.

Non si tratta quindi tanto di un problema di mancato pagamento quanto di tempistica.

Secondo il rapporto di maggio, Pechino deve all’ONU 429 milioni di dollari di contributi ordinari, 870 per le operazioni di peacekeeping e 9 per i tribunali internazionali: più di 1,3 miliardi in totale.

Ed è proprio la tempistica il nodo centrale della questione.

L’ONU non può attendere la fine dell’anno per pagare stipendi, missioni diplomatiche, personale amministrativo, attività di mediazione, diritti umani e operazioni sul campo. Le spese si distribuiscono quotidianamente lungo tutto l’anno. Se i contributi dei maggiori finanziatori arrivano con mesi di ritardo, l’organizzazione si trova costretta a congelare assunzioni, rinviare progetti e utilizzare ogni riserva disponibile per mantenere in funzione la macchina amministrativa.

È una contraddizione che accompagna le Nazioni Unite dalla loro fondazione e che oggi, nel pieno della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, emerge con una forza senza precedenti. Se i due maggiori finanziatori decidono di usare il portafoglio come strumento di pressione politica, l’intero sistema multilaterale rischia di trovarsi ostaggio delle loro scelte.

Il vero elemento critico non è quindi il numero degli Stati inadempienti, ma l’arma politica dei ritardi accumulati da entrambi.

La struttura del bilancio ONU: la crisi non colpisce tutto allo stesso modo

Per comprendere la natura della crisi è necessario osservare la struttura interna del sistema finanziario delle Nazioni Unite, che non si basa su un bilancio unico ma su tre canali distinti.

Il bilancio ordinario finanzia la macchina amministrativa centrale, le attività diplomatiche e i programmi politici. È il segmento più esposto ai ritardi nei contributi obbligatori e quello che manifesta per primo le tensioni di liquidità.

Consiglio di sicurezza ONU

Il bilancio del peacekeeping rappresenta un secondo livello, caratterizzato da una logica operativa diversa. Le missioni vengono finanziate attraverso contributi specifici degli Stati membri e il sistema prevede rimborsi per i Paesi che forniscono truppe e mezzi. Questa struttura rende il settore particolarmente sensibile ai ritardi nei pagamenti, poiché incide direttamente sulla capacità operativa sul terreno.

Il contingente italiano in Libano

Il terzo livello è costituito dai fondi volontari delle agenzie specializzate, che dipendono dalle scelte discrezionali dei governi e dei donatori privati. Questo comparto è il più ampio in termini economici, ma anche il più instabile dal punto di vista politico.

Agenzie Onu

La conseguenza di questa frammentazione è una crisi asimmetrica: alcune aree dell’organizzazione riescono a mantenere una relativa stabilità, mentre altre entrano rapidamente in sofferenza. Il risultato è un sistema in cui la solidità formale convive con fragilità operative localizzate.

 

Le missioni e i programmi più a rischio

 

Se i numeri del bilancio raccontano la dimensione finanziaria della crisi, è osservando le attività operative delle Nazioni Unite che si comprende la portata concreta del problema. La carenza di liquidità non si traduce infatti soltanto in tabelle contabili o riunioni straordinarie dell’Assemblea Generale, ma incide direttamente sulla capacità dell’organizzazione di svolgere le proprie funzioni nei teatri di crisi, nelle missioni diplomatiche e nei programmi di assistenza sparsi in tutto il mondo.

Le prime a subire le conseguenze sono le missioni di pace. Con un bilancio annuale superiore ai cinque miliardi di dollari, il peacekeeping rappresenta una delle attività più visibili e costose dell’ONU. Migliaia di militari, poliziotti e funzionari civili operano in aree segnate da guerre, instabilità politica e crisi umanitarie. 

Missione Unifil Libano

Negli ultimi mesi le difficoltà di cassa hanno costretto l’organizzazione a rallentare i rimborsi destinati ai Paesi che forniscono contingenti, congelare assunzioni e rinviare alcune spese operative. Non si tratta ancora di una paralisi delle missioni, ma il margine di manovra si sta progressivamente riducendo.

Le operazioni presenti in Africa risultano tra quelle maggiormente esposte. In contesti fragili come la Repubblica Centrafricana o l’area di confine tra Sudan e Sud Sudan, la capacità delle missioni ONU dipende dalla disponibilità di risorse immediate. Ogni ritardo nei finanziamenti rende più difficile mantenere standard operativi elevati e garantire continuità alle attività sul terreno.

Accanto alle missioni di pace esiste poi un universo meno conosciuto ma fondamentale per il funzionamento della diplomazia internazionale: le missioni politiche speciali. Si tratta degli uffici incaricati di seguire processi elettorali, facilitare negoziati tra parti in conflitto, monitorare transizioni politiche e prevenire l’esplosione di nuove crisi. 

Queste strutture dipendono direttamente dal bilancio ordinario dell’ONU e sono quindi tra le prime a risentire dei problemi di liquidità. Ridurre le risorse destinate alla diplomazia preventiva significa spesso intervenire quando una crisi è già esplosa, con costi economici e umani molto superiori.

Anche il settore dei diritti umani sta affrontando crescenti difficoltà. Negli ultimi anni l’ONU ha rafforzato il proprio ruolo di monitoraggio in numerosi scenari di guerra e tensione internazionale.

Tuttavia le restrizioni finanziarie hanno già imposto il rinvio di alcune attività, la riduzione di missioni sul campo e una compressione delle risorse disponibili per indagini e rapporti internazionali.

In una fase storica caratterizzata da conflitti aperti e crescenti tensioni geopolitiche, il rischio è che proprio una delle funzioni più delicate dell’organizzazione venga progressivamente indebolita.

Gli effetti della crisi sono visibili anche nelle commissioni economiche regionali, organismi che supportano governi e istituzioni nello sviluppo economico e nella cooperazione internazionale. Alcuni uffici hanno già dovuto limitare trasferte, sospendere procedure di reclutamento e ridurre attività programmate. Sono segnali che mostrano come la crisi non riguardi soltanto il quartier generale di New York ma l’intera rete globale delle Nazioni Unite.

Paradossalmente, una delle aree maggiormente coinvolte è la stessa macchina amministrativa dell’organizzazione. Il piano di riforma promosso dal Segretario generale António Guterres prevede una significativa riduzione dei costi, con accorpamenti di strutture, revisione delle funzioni dirigenziali e tagli al personale. L’obiettivo dichiarato è rendere l’ONU più efficiente e meno dipendente dai ritardi nei contributi degli Stati membri. Ma si tratta di un processo complesso e lungo. 

Tuttavia é il comparto umanitario che suscita maggiore preoccupazione. Sebbene agenzie come UNICEF, Programma Alimentare Mondiale, Alto Commissariato per i Rifugiati e Organizzazione Mondiale della Sanità dispongano di bilanci separati rispetto a quello ordinario dell’ONU, esse stanno affrontando contemporaneamente una riduzione dei contributi volontari da parte di numerosi governi.

In diversi Paesi sono già stati segnalati programmi ridimensionati, interventi rinviati e difficoltà nel garantire assistenza continuativa alle popolazioni più vulnerabili.

Quando mancano fondi al sistema delle Nazioni Unite non vengono colpite soltanto le strutture burocratiche o le attività diplomatiche. 

A essere coinvolti sono i programmi di assistenza alimentare, i progetti sanitari, la protezione dei rifugiati, il monitoraggio dei diritti umani e le missioni incaricate di mantenere la pace in alcune delle aree più instabili del pianeta.

 

Il peacekeeping: quando la liquidità decide la presenza sul terreno

Il peacekeeping rappresenta uno degli strumenti più visibili dell’azione delle Nazioni Unite, ma anche uno dei più complessi dal punto di vista finanziario. Le truppe non appartengono all’organizzazione, ma vengono fornite dagli Stati membri e successivamente rimborsate secondo tariffe stabilite a livello internazionale.

Quando la liquidità è sufficiente, il sistema funziona in modo lineare. Quando invece si verificano ritardi nei contributi, il primo elemento a subire pressioni è proprio il meccanismo dei rimborsi.

 

SITUAZIONE BUDGET MISSIONI PEACEKEEPING ONU

L’ONU tende infatti a privilegiare le spese operative essenziali, rinviando i pagamenti dovuti ai Paesi contributori. Questo genera attritii con gli Stati che partecipano alle missioni, soprattutto quelli che sostengono un impegno militare significativo.

Il rischio principale è di natura indiretta ma concreta: ritardi nei rimborsi possono influenzare la disponibilità dei Paesi a partecipare alle operazioni internazionali. In alcuni casi, questo ha già portato a una riduzione dell’impegno in specifici teatri operativi.

Missione in Kosovo Onu

Il meccanismo produce quindi un effetto a catena.

La riduzione della liquidità incide sui rimborsi, i rimborsi incidono sulla partecipazione degli Stati, e la partecipazione degli Stati incide sulla capacità operativa dell’ONU.

In questo senso, la crisi finanziaria non riguarda soltanto la contabilità dell’organizzazione, ma la sua stessa capacità di mantenere una presenza efficace nelle aree di crisi internazionale.

 

Un test per il futuro del multilateralismo

La situazione attuale delle Nazioni Unite rappresenta quindi un banco di prova “esistenziale” per l’intero sistema multilaterale. La capacità dell’organizzazione di gestire crisi, conflitti e emergenze globali dipende direttamente dalla stabilità del suo finanziamento.

In un contesto caratterizzato da competizione geopolitica crescente e da contrasti economici tra i principali contributori, ecco che la questione finanziaria diventa anche una questione politica.

Le Nazioni Unite non si trovano in una condizione di insolvenza formale. Ma la combinazione tra gli arretrati, la frammentazione del bilancio e la rigidità imposta alle spese operative produce una vulnerabilità strutturale che si riflette su molte delle attività più sensibili dell’organizzazione.

La questione centrale non riguarda la sopravvivenza dell’ONU, ma la sua capacità di mantenere nel tempo un equilibrio tra ambizioni globali e risorse effettivamente disponibili.

 

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