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Si apre la battaglia politico-costituzionale

La sfida della società civile alle regole del gioco: depositati in 25 ricorsi contro la legge elettorale per arrivare alla Consulta

lunedì 26 Ottobre 2026
I ricorsi alla nuova legge elettorale

Non si tratta di un semplice strascico giudiziario, né di una schermaglia legale riservata agli addetti ai lavori. La notizia del deposito simultaneo di ricorsi in 25 Tribunali italiani contro l’attuale legge elettorale, oggi lunedì 26 ottobre, è l’atto d’inizio di una precisa strategia politico-costituzionale.

Promossa dalla “Rete per un voto libero e uguale”, l’iniziativa raccoglie una trentina di associazioni della società civile e vede schierati in prima linea oltre 300 firmatari: accademici, giuristi, cittadini e figure di primo piano del panorama politico repubblicano, a partire da Romano Prodi, affiancato da personalità come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

Palazzo della Consulta

Un’operazione coordinata su scala nazionale che intende mettere sotto scacco le norme elettorali in vigore, utilizzando la magistratura ordinaria come porta d’accesso per portare l’intera materia al vaglio della Corte Costituzionale.

Analizzeremo la legge elettorale, la strategia dei ricorsi in atto e i profili di incostituzionalità messi sotto accusa da questa azione per tracciare un quadro della situazione.

Anatomia della legge elettorale: come funziona e come è stata approvata in Parlamento

Per comprendere le ragioni dell’offensiva giudiziaria in corso, è necessario fare un passo indietro ed sviscerare la struttura della legge elettorale finita nel mirino dei giuristi, oltre al turbolento iter parlamentare che ne ha scortato la nascita.

L’iter del provvedimento si è consumato in tempi rapidissimi nel corso dell’autunno del 2026. Dopo il via libera incassato a Palazzo Madama, il testo della riforma ha tagliato il traguardo definitivo il 8 ottobre 2026, quando la Camera dei Deputati ne ha votato l’approvazione finale. Un passaggio parlamentare tutt’altro che indolore, segnato da blindature e da ripetuti voti di fiducia imposti dalla maggioranza per aggirare l’ostruzionismo compatto delle opposizioni.

Il percorso istituzionale si è concluso formalmente il 24 ottobre 2026, giorno in cui la legge è stata ufficialmente pubblicata ed è entrata in vigore nell’ordinamento italiano. Ma la risposta della società civile non si è fatta attendere: a distanza di appena quarantotto ore, esattamente lunedì 26 ottobre 2026, è scattata la reazione coordinata con il deposito sincronizzato dei ricorsi nei venticinque tribunali della penisola.

A livello tecnico, la legge introduce un sistema misto a prevalenza proporzionale, pensato per bilanciare la spinta alla governabilità con la rappresentanza dei territori.

Il funzionamento del sistema elettorale

La normativa introduce un sistema misto a prevalenza proporzionale, concepito per combinare l’esigenza di governabilità con la rappresentanza dei territori:

  • La quota maggioritaria (Collegi Uninominali): Una parte dei seggi di Camera e Senato viene assegnata in collegi uninominali con il sistema first-past-the-post (vince il candidato che ottiene anche un solo voto in più rispetto agli avversari).

  • La quota proporzionale (Collegi Plurinominali): La quota restante dei seggi viene distribuita tra le liste e le coalizioni in modo proporzionale su base nazionale (per la Camera) e regionale (per il Senato), a patto che superino le soglie di sbarramento.

  • Le soglie di sbarramento: È prevista una soglia del 3% per le singole liste e del 10% per le coalizioni per accedere alla ripartizione dei seggi.

  • Voto unico e divieto di voto disgiunto: L’elettore dispone di un’unica scheda e non può separare il voto al candidato del collegio uninominale da quello alla lista proporzionale collegata. Tracciare un segno sul candidato uninominale trasferisce automaticamente il voto alla lista (o pro-quota alle liste della coalizione).

 

Conferenza stampa della “Rete per un voto libero e uguale”: prima udienza il 16 dicembre

Come spiegato in conferenza stampa da Roberto Zaccaria, coordinatore della Rete ed ex presidente della Rai, il senso politico dell’operazione sta nel concetto di continuità democratica: “Vengono presentati in maniera simultanea: sono ricorsi fatti su una traccia comune. È una cosa senza precedenti. La società civile raccoglie il bastoncino della staffetta da chi ha fatto opposizione parlamentare.”

La tesi di fondo è chiara: quando l’aula parlamentare non riesce a trovare un punto di sintesi o si trova nell’impossibilità di modificare regole del gioco approvate a colpi di maggioranza, la società civile assume la guida della battaglia. Non per scavalcare le istituzioni, ma per ripristinare le garanzie costituzionali che presidiano la libertà e l’uguaglianza del voto.

“Rete per un voto libero e uguale”

La storia istituzionale italiana recente insegna che le riforme elettorali incisive non sono quasi mai nate da un ravvedimento spontaneo dei partiti al governo, bensì dalle pronunce demolitorie o “monitorie” della Consulta (come accaduto per il cosiddetto Porcellum nel 2014 e per l’Italicum nel 2017). L’azione intrapresa dai 300 firmatari intende riattivare proprio questo cortocircuito virtuoso tra Costituzione e rappresentanza.

“E’ stata già fissata la prima udienza sui ricorsi contro la legge elettorale per il 16 dicembre al Tribunale di Trento”, aggiungono Roberto Zaccaria e l’avvocato Pietro Adami, coordinatore dei ricorsi depositati oggi.

“Ci auguriamo che a breve vengano fissate le altre – aggiungono – e che gli atti vengano inviati alla Consulta in tempi rapidi per avere una pronuncia prima delle elezioni.

Tra gli aspetti più critici della nuova legge elettorale, secondo Zaccaria, “il più grave è la combinazione tra l’indicazione del premier sulla lista e l’abnorme premio di maggioranza: questo si chiama premierato di fatto”.

Roberto Zaccaria, il coordinatore della rete per i ricorsi

Quanto alla promulgazione della legge sottolinea: “Il presidente della Repubblica non firma quando ci sono manifeste incostituzionalità; non è la Corte costituzionale”. E sorridendo aggiunge: “L’ha promulgata con grande rapidità forse per agevolare i ricorsi”.

Diversi i punti sollevati con i ricorsi “tecnici”. Al centro delle contestazioni il premio di maggioranza (ritenuto “abnorme”), le modalità di attribuzione dei seggi, il premio nazionale al Senato, l’indicazione del candidato premier, la rappresentanza di genere, capilista bloccati e candidature multiple, le condizioni di accesso alla competizione elettorale con l’aumento delle firme.

“Molti giudici italiani adesso sono nelle condizioni di valutare se sono da ritenere rilevanti e non manifestamente infondate tutte le questioni di legittimità costituzionale che noi abbiamo posto – spiega Enrico Grosso, che ha curato i contenuti del ricorso -. Se qualcuno di questi giudici ci consentirà di accedere alla Corte costituzionale, quest’ultima potrà svolgere un ruolo fondamentale, che è quello di sciogliere i numerosi dubbi che nel Paese si sono sollevati dopo l’approvazione di questa legge”.

La democrazia in tribunale: perché 300 cittadini e 110 avvocati hanno citato la legge elettorale

toga-avvocatoQuando le regole del gioco politico non si riescono a cambiare nelle aule del Parlamento, la battaglia si sposta nelle aule di giustizia. È quello che sta succedendo in queste ore in tutta Italia: una vera e propria mobilitazione che vede schierati insieme cittadini, associazioni, giuristi e volti noti della politica — tra cui l’ex premier Romano Prodi — per chiedere ai giudici di cancellare i punti più critici dell’attuale legge elettorale.

Non si tratta di un’azione isolata o casuale. Più di 110 avvocati hanno lavorato insieme per presentare contemporaneamente lo stesso tipo di ricorso in 25 città italiane, vale a dire in tutti i capoluoghi dove ha sede una Corte d’Appello. A questi si aggiungono ricorsi speciali pensati per tutelare chi vive all’estero o appartiene a minoranze linguistiche, come in Valle d’Aosta.

L’idea alla base di questa strategia è semplice: anziché aspettare anni, presentare la stessa causa in 25 tribunali diversi aumenta enormemente le probabilità che almeno un giudice dia ragione ai cittadini e mandi le carte alla Corte Costituzionale, l’unica istituzione che ha il potere di cancellare una legge ingiusta.

I punti della legge finiti sotto accusa

Ma cosa c’è che non va, secondo i ricorrenti, nel modo in cui oggi andiamo a votare? Gli avvocati hanno individuato alcuni nodi principali che violerebbero i principi della nostra Costituzione:

  1. Il premio di maggioranza “a sorpresa”: La legge regala una quota extra di deputati e senatori a chi prende anche solo un voto in più degli altri, senza pretendere che raggiunga una percentuale minima di voti. Il rischio reale è che un partito votato da una minoranza di italiani si ritrovi ad avere il controllo assoluto del Parlamento.

  2. La confusione tra Camera e Senato: La Costituzione dice chiaramente che il Senato deve essere eletto su base regionale. La legge attuale, invece, calcola i seggi e i premi mischiando i voti su scala nazionale, schiacciando l’autonomia dei singoli territori.

  3. Le liste bloccate e il voto “al buio”: Tra capilista blindati dai partiti e meccanismi di calcolo incomprensibili, l’elettore quando traccia un segno sulla scheda non sa con certezza chi sta davvero aiutando a eleggere. Per i giuristi, questo toglie ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti.

  4. La parità di genere solo sulla carta: Le regole sulla presenza delle donne vengono spesso aggirate posizionando candidati dello stesso sesso nei collegi dove è quasi sicuro vincere, tradendo lo spirito della Costituzione che impone pari opportunità reali tra uomini e donne.

  5. Il “candidato premier” stampato sulla scheda: Obbligare i partiti a indicare prima del voto il nome del capo della coalizione crea una pressione indebita sul Presidente della Repubblica, a cui la Costituzione affida in modo esclusivo il compito di scegliere il Presidente del Consiglio dopo le elezioni.

  6. Le firme: barriere per i nuovi, corsia preferenziale per chi è già dentro: Chi vuole presentare una lista nuova deve raccogliere migliaia di firme con procedure lunghissime, mentre chi è già seduto in Parlamento è esentato. Un sistema che penalizza i nuovi movimenti e limita la partecipazione democratica.

 

Cosa succede se la Consulta accoglie i ricorsi?

Una delle domande più frequenti quando si parla di contenzioso elettorale riguarda il rischio di paralisi istituzionale: se la Corte Costituzionale dovesse dichiarare incostituzionale la legge, l’Italia rimarrebbe senza regole per votare?

Gli autori dei ricorsi e il collegio di difesa hanno studiato l’architettura legale proprio per evitare questo scenario di vuoto normativo. L’obiettivo dell’azione non è far crollare l’intero edificio legislativo costringendo il Parlamento a ripartire da zero o a riesumare vecchie leggi del passato (come il Rosatellum), bensì applicare la cosiddetta tecnica self-executing (auto-applicativa).

In parole semplici, i 110 avvocati chiedono alla Consulta di rimuovere chirurgicamente solo i pezzi difettosi della norma — come il premio di maggioranza sregolato o le barriere d’ingresso discriminatorie —, lasciando intatta l’ossatura del sistema proporzionale pulito. In questo modo, la legge verrebbe “depurata” dei suoi vizi e rimarrebbe immediatamente utilizzabile per una consultazione elettorale conforme alla Costituzione, senza generare alcun caos istituzionale.

Il “combinato disposto”: la legge elettorale e l’ombra del Premierato

La battaglia legale sui 25 tribunali non si muove in un vuoto politico: essa si inserisce in un quadro di riforme costituzionali più ampio che vede al centro il progetto del Premierato (l’elezione diretta del Capo del Governo).

Tra i due cantieri esiste un legame simbiotico e incandescente. La legge elettorale oggi contestata è infatti l’ingranaggio materiale pensato per garantire la blindatura della maggioranza parlamentare al Premier eletto. Attaccare i punti chiave della legge — in particolare l’obbligo di indicare il “candidato premier” sulla scheda e l’attribuzione automatica del premio di maggioranza — significa colpire al cuore l’architettura stessa della riforma costituzionale sul governo, ancor prima della sua piena attuazione.

Per i costituzionalisti della Rete per un voto libero e uguale, delegittimare le regole del voto equivale a difendere la forma di governo parlamentare e le prerogative di garanzia del Presidente della Repubblica contro fughe in avanti considerate lesive dell’equilibrio istituzionale.

Corsa contro il tempo: il cronoprogramma giudiziario

Per capire la portata politica dell’iniziativa, bisogna guardare al calendario. La strategia della Rete non mira solo a ottenere una pronuncia di principio, ma a imporre un cronoprogramma d’urto per arrivare al verdetto della Consulta prima della fine naturale della legislatura:

  • Novembre 2026 – Gennaio 2027: Apertura delle prime udienze civili nei 25 tribunali sede di Corte d’Appello, dove i giudici di merito valuteranno la fondatezza delle eccezioni sollevate dai ricorrenti.

  • Inizio 2027: Eventuale emanazione delle ordinanze di rimessione con cui i giudici ordinari trasmettono gli atti alla Corte Costituzionale.

  • Primavera / Estate 2027: Trattazione prioritaria e discussione in udienza pubblica davanti alla Consulta, con l’obiettivo di ottenere una sentenza prima che il clima politico si surriscaldi in vista della scadenza elettorale.

 

La reazione dei partiti: tra trincea governativa e la ricerca di un’alternativa nell’opposizione

L’iniziativa legale intrapresa dalla società civile ha immediatamente provocato forti scossoni sul termometro della politica nazionale, riaccendendo uno scontro profondo tra i due schieramenti e mettendo a nudo le risposte divergenti delle singole forze politiche.

All’interno della maggioranza di governo, la risposta è stata compatta nel respingere l’offensiva giudiziaria. Da Fratelli d’Italia, la narrazione dominante bolla l’iniziativa della Rete come un ennesimo tentativo della sinistra e delle élite intellettuali di “vincere per via giudiziaria ciò che è stato perso nelle urne e in Parlamento”, accusando i promotori di voler delegittimare il principio di stabilità di governo. Lega e Forza Italia condividono la stessa linea di difesa, ribadendo la piena legittimità di un testo approvato democraticamente dalle Camere e sottolineando come l’introduzione di un premio di maggioranza chiaro sia l’unico strumento per evitare il ritorno all’instabilità e ai governi balneari. La trincea del centrodestra fa leva sull’idea che spetti alla politica — e non alle aule di tribunale — stabilire come i cittadini debbano scegliere i propri rappresentanti.

Sul fronte delle opposizioni, l’accoglienza verso l’azione dei 300 firmatari è concordemente favorevole, ma la convergenza giudiziaria non cancella le storiche divisioni sul modello elettorale da adottare in alternativa:

  • Il Partito Democratico: Sostiene apertamente la battaglia di legalità costituzionale guidata da Romano Prodi e Roberto Zaccaria, intravedendo nei ricorsi lo strumento per smantellare i blocchi che soffocano il voto dei cittadini. Tuttavia, l’area dem resta divisa al suo interno tra l’anima proporzionalista con preferenze e quella che preferirebbe conservare un correttivo maggioritario per favorire la vocazione di coalizione.

  • Il Movimento 5 Stelle: Vede con grande favore la bocciatura delle liste bloccate e dei capilista blindati, da sempre al centro delle battaglie del M5S contro i “listini della casta”. I cinquestelle spingono in modo deciso verso un sistema proporzionale puro con preferenze o con il meccanismo dei collegi uninominali senza paracadute.

  • Alleanza Verdi e Sinistra (AVS): Appoggia in modo convinto il ricorso, ponendo l’accento soprattutto su due dei sei punti sollevati: il ripristino di una reale parità di genere e l’abbattimento delle barriere per la raccolta firme, che finora hanno penalizzato la nascita e l’ingresso di nuove forze civiche e ambientaliste.

  • Il Polo Moderato e di Centro (Azione e Italia Viva): Pur condividendo le critiche tecniche sui vizi di costituzionalità (in particolare sull’ingerenza nei confronti dei poteri del Presidente della Repubblica), le forze riformiste mantengono una preferenza per sistemi elettorali d’ispirazione maggioritaria, come il modello dei collegi a doppio turno “alla francese”, distanziandosi dalla tentazione proporzionalista pura di altre parti dell’opposizione.

Roberto Vannacci – Futuro Nazionale

Dall’area della destra di protesta e dai movimenti di recente formazione giunge una lettura del tutto particolare. Per Futuro Nazionale, il partito fondato dal generale Roberto Vannacci, il giudizio sulla legge e sui ricorsi viaggia su un doppio binario. Da un lato, il movimento critica duramente le barriere d’accesso e la macchinosa procedura di raccolta firme prevista per le nuove liste, denunciando come le regole attuali costituiscano un sistema chiuso ideato dai partiti tradizionali per proteggere la propria rendita di posizione e ostacolare l’ingresso di forze nate al di fuori delle dinamiche tradizionali di Palazzo. Dall’altro lato, la componente di Futuro Nazionale guarda con profonda diffidenza alla regia dell’operazione giudiziaria, considerandola un’iniziativa a trazione intellettuale guidata da figure storiche del progressismo per ribaltare l’esito della rappresentanza per via processuale.

Nonostante queste difformità di vedute sul “dopo”, la mobilitazione promossa dalla Rete per un voto libero e uguale riesce nell’impresa di fornire all’intero campo delle minoranze un terreno d’azione comune.

Una piattaforma extragiudiziaria che scavalca i veti incrociati dei partiti e ritrova, nel nome della tutela della Costituzione e della libertà del suffragio, una sintesi politica che finora era mancata nelle aule parlamentari.

Dalla “Via Besostri” al nuovo fronte: continuità e differenze con Porcellum e Italicum

La scelta di percorrere la via giudiziaria per contestare le leggi elettorali non rappresenta un’innovazione assoluta nel panorama politico-istituzionale italiano, ma si inserisce in un solco di contenzioso costituzionale inaugurato con successo oltre un decennio fa.

Già all’indomani dell’approvazione della legge n. 270 del 2005 — ribattezzata ironicamente Porcellum dall’allora ministro Roberto Calderoli — un gruppo di giuristi e avvocati, guidato da nomi storici come Felice Besostri, diede vita a una catena di ricorsi nei tribunali civili italiani (da Milano a Venezia, passando per Torino e Roma). L’obiettivo di allora era lo stesso di oggi: aggirare il blocco politico e la difficoltà di accesso diretto dei cittadini alla Corte Costituzionale, sfruttando lo strumento dell’azione civile a tutela del diritto di voto (allora imperniato sull’articolo 702-bis del codice di procedura civile).

Quella strategia, giudicata inizialmente da molti come una forzatura processuale o un’utopia giuridica, culminò nella storica sentenza n. 1 del 2014 della Corte Costituzionale.

La Consulta accolse le censure sollevate dai giudici rimettenti (tra cui la Corte di Cassazione), smantellando il Porcellum per due vizi fondamentali: l’enorme premio di maggioranza slegato da una soglia minima di voti e le liste bloccate lunghe che impedivano all’elettore di esprimere preferenze, ledendo la libertà e la personalità del suffragio. Quel precedente ha radicalmente trasformato i rapporti di forza tra partiti e magistratura, dimostrando che le regole elettorali scritte nei palazzi del potere potevano essere sterilizzate dai giudici comuni.

Un copione simile, seppur con dinamiche parzialmente diverse, si ripeté pochi anni dopo con l’Italicum (legge n. 52 del 2015). Anche in quel caso, promossa dalle opposizioni e da comitati civici attraverso una fitta rete di ricorsi territoriali (provenienti, ad esempio, dai tribunali di Messina e Torino), la questione arrivò sul tavolo della Consulta, che con la sentenza n. 35 del 2017 dichiarò l’illegittimità costituzionale del turno di ballottaggio senza una soglia minima realistica e la norma che consentiva al capolista plurieletto di scegliere discrezionalmente il proprio collegio d’elezione.

Vi sono tuttavia differenze strutturali evidenti tra quelle stagioni e l’iniziativa odierna promossa dalla Rete per un voto libero e uguale. Mentre i ricorsi contro il Porcellum e l’Italicum si concentravano prevalentemente su singoli macro-difetti (come il premio spropositato o il ballottaggio), l’attuale offensiva condotta dai 110 avvocati coordinati da Enrico Grosso e sostenuta da personalità come Romano Prodi adotta un approccio sistemico e multifattoriale.

I profili contestati non si limitano al perimetro del premio di maggioranza, ma investono l’intero ecosistema della democrazia rappresentativa: dal cortocircuito tra le Camere alle barriere d’accesso per le minoranze, fino alle ingerenza sui poteri del Capo dello Stato e alla tutela delle minoranze linguistiche.

Inoltre, la coordinazione simultanea in 25 sedi di Corte d’Appello rappresenta un salto di qualità organizzativo senza precedenti. Non più iniziative isolate o circoscritte a pochi fori giudiziari di grande eco mediatica, ma una vera e propria morsa processuale sincronizzata. Se nel 2014 la Consulta agì in un contesto in cui la legge era già stata applicata in due elezioni politiche (2006 e 2008), oggi la società civile tenta un’azione preventiva e d’urto per blindare i princìpi costituzionali prima che un nuovo ciclo elettorale venga condizionato da regole ritenute viziate.

La “via giudiziaria” si conferma così l’estremo argine istituzionale quando il circuito della rappresentanza parlamentare appare impermeabile alle riforme.

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