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La "jornada intensiva de verano"

Lavorare solo al mattino in estate: il modello spagnolo può diventare un esempio anche per l’Italia?

martedì 21 Luglio 2026

Il cambiamento climatica modifica il lavoro: la Spagna sperimenta un nuovo equilibrio tra produttività e qualità della vita

Per decenni l’organizzazione del lavoro è rimasta legata a modelli costruiti in un’epoca in cui il clima, le abitudini sociali e le esigenze produttive erano molto diversi. Ma l’aumento delle temperature, le ondate di calore sempre più frequenti e la crescente attenzione al benessere dei lavoratori stanno aprendo un nuovo dibattito in Europa: anche gli orari di lavoro devono adattarsi ai cambiamenti in corso?

Donne e giovani lavoro

La Spagna rappresenta uno dei casi più interessanti. Durante i mesi estivi, in numerosi settori pubblici e privati, viene adottata la cosiddetta “jornada intensiva”, una modalità organizzativa che concentra l’attività lavorativa nelle ore mattutine, generalmente dalle prime ore del giorno fino al primo pomeriggio, evitando la tradizionale pausa lunga e lasciando più tempo libero nel resto della giornata.

Un modello che non nasce soltanto come risposta alle alte temperature, ma che negli anni è diventato anche uno strumento di conciliazione tra vita privata e lavoro. La domanda che si pone oggi è se un sistema simile possa essere applicato anche in Italia, almeno nei settori dove l’organizzazione produttiva lo consente.

Il confronto è particolarmente attuale perché il nostro Paese è tra quelli europei maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico. Le estati italiane sono diventate progressivamente più calde, con conseguenze dirette soprattutto per chi lavora all’aperto, nei cantieri, nell’agricoltura, nella logistica e in tutti quei comparti dove l’esposizione al calore rappresenta un rischio per salute e sicurezza.

L’obiettivo di questo approfondimento non è proporre una semplice importazione del modello spagnolo, ma analizzare se alcuni elementi della jornada intensiva possano rappresentare una possibile soluzione anche per l’Italia: ridurre l’esposizione nelle ore più calde, migliorare la qualità della vita dei lavoratori e, allo stesso tempo, mantenere livelli adeguati di produttività.

Per capire se questa strada sia realmente percorribile occorre partire da un elemento fondamentale: come funziona il sistema spagnolo, quale quadro normativo lo sostiene e quali differenze esistono rispetto alla legislazione italiana.

 

La “jornada intensiva”: come nasce, cosa prevede e dove viene applicata in Spagna

 

La jornada intensiva è una particolare organizzazione dell’orario di lavoro nella quale le ore giornaliere vengono concentrate in una fascia continua, generalmente senza una lunga pausa centrale. Durante il periodo estivo questa modalità viene spesso indicata come “jornada intensiva de verano”, cioè giornata lavorativa estiva intensiva.

Un aspetto fondamentale è chiarire un punto: in Spagna non esiste una legge nazionale che imponga a tutte le aziende l’obbligo di adottare la giornata intensiva durante l’estate. Il modello si è sviluppato principalmente attraverso la contrattazione collettiva, gli accordi aziendali e le decisioni organizzative dei singoli enti o imprese.

La disciplina dell’orario di lavoro spagnola lascia infatti ampio spazio alla negoziazione tra aziende e rappresentanze dei lavoratori. Sono quindi i contratti collettivi di settore o gli accordi interni a stabilire se e per quanto tempo venga adottata la riduzione della presenza pomeridiana nei mesi estivi.

Il settore pubblico rappresenta invece un caso più strutturato. Per i dipendenti dell’Amministrazione generale dello Stato spagnola esiste una regolamentazione specifica dell’orario estivo, che prevede un regime di giornata intensiva in determinati periodi dell’anno. L’obiettivo è organizzare il lavoro mantenendo il monte ore previsto, ma distribuendo diversamente la presenza giornaliera.

Nella pratica, il modello più diffuso prevede una presenza continuativa nella fascia mattutina, spesso indicativamente tra le 8 e le 15, con variazioni determinate dalle singole amministrazioni o dagli accordi applicabili.

Il principio alla base è semplice: concentrare il lavoro nelle ore considerate più produttive e meno problematiche dal punto di vista climatico, evitando che il dipendente debba trascorrere l’intera giornata sul posto di lavoro con una pausa centrale lunga.

La diffusione della giornata intensiva riguarda soprattutto:

  • pubblica amministrazione;
  • uffici amministrativi;
  • studi professionali;
  • aziende tecnologiche e servizi avanzati;
  • alcune grandi imprese private;
  • settori regolati dalla contrattazione collettiva.

Non è invece facilmente applicabile nei comparti che richiedono una presenza continua o un rapporto diretto con il pubblico.

Restano quindi fuori, o solo parzialmente coinvolti:

  • commercio;
  • ristorazione;
  • turismo;
  • sanità;
  • assistenza alla persona;
  • trasporti e logistica;
  • attività operative con turnazioni.

La ragione è evidente: non tutti i lavori possono essere concentrati nelle sole ore mattutine. Un ospedale, un ristorante o un servizio di trasporto devono garantire continuità anche nelle ore pomeridiane e serali.

Negli ultimi anni, tuttavia, la discussione sulla giornata intensiva ha assunto un significato nuovo. Quello che prima era soprattutto uno strumento di organizzazione aziendale è diventato anche una possibile risposta agli effetti del cambiamento climatico.

Con temperature estive sempre più elevate, anticipare gli orari di lavoro significa ridurre il rischio nelle ore centrali della giornata, soprattutto per i lavoratori più esposti. Per questo motivo alcune amministrazioni e aziende hanno iniziato a collegare la gestione degli orari anche alle politiche di prevenzione della salute.

La Spagna, quindi, non presenta un modello unico e obbligatorio, ma un sistema flessibile nel quale la distribuzione dell’orario viene adattata alle esigenze del settore, del territorio e dell’organizzazione produttiva.

Ed è proprio questo elemento a rendere interessante il confronto con l’Italia: non tanto l’idea di replicare integralmente il modello spagnolo, quanto la possibilità di utilizzare strumenti di maggiore flessibilità nei settori dove il cambiamento climatico rende necessario ripensare gli orari.

 

Perché la Spagna la utilizza: tra qualità della vita, produttività e clima

La diffusione della giornata intensiva in Spagna nasce dall’incontro di tre esigenze: migliorare la conciliazione tra vita privata e lavoro, aumentare l’efficienza organizzativa e rispondere alle condizioni climatiche estive.

Il primo fattore è la qualità della vita: secondo Eurofound, gestire il proprio tempo aumenta il benessere. Concentrare il lavoro al mattino libera il pomeriggio, riducendo lo stress e migliorando la gestione familiare.

Il secondo è la produttività: una minore permanenza in ufficio non riduce l’efficienza. Lavorare in fasce orarie definite ottimizza le mansioni ed elimina i tempi morti.

Il terzo è il clima: la Spagna subisce forti ondate di calore. L’EU-OSHA avverte che lo stress termico mina sicurezza e prestazioni. Anticipare l’attività diventa così una misura di adattamento per lavorare nelle ore più fresche.

Il punto centrale del dibattito europeo è proprio questo: il futuro del lavoro non riguarda soltanto quante ore si lavora, ma come vengono distribuite nel corso della giornata.

La Spagna ha scelto una strada basata soprattutto sulla flessibilità organizzativa. La domanda che riguarda l’Italia è se, davanti a estati sempre più difficili, anche il nostro sistema produttivo possa individuare soluzioni simili, almeno nei settori dove non esistono vincoli legati alla continuità del servizio.

 

I numeri europei del lavoro: quante ore si lavora e dove si colloca l’Italia

 

Il confronto tra i Paesi europei mostra un elemento centrale per capire la possibile applicazione di nuovi modelli organizzativi come la jornada intensiva: il tema oggi non riguarda soltanto il numero complessivo di ore lavorate, ma soprattutto come quelle ore vengono distribuite nella giornata e nell’arco dell’anno.

Secondo gli ultimi dati disponibili di Eurostat, nel 2025 i lavoratori dell’Unione europea tra i 20 e i 64 anni hanno lavorato mediamente 35,9 ore settimanali nell’attività principale, considerando sia occupati a tempo pieno sia part-time. Il dato segna una riduzione rispetto a dieci anni prima: nel 2015 la media europea era di 36,9 ore settimanali.

La fotografia europea mostra differenze molto marcate tra gli Stati membri.

Il Paese con la settimana lavorativa media più lunga è la Grecia, con 39,6 ore settimanali, seguita da Bulgaria e Polonia, entrambe a 38,7 ore, e dalla Lituania con 38,4 ore. All’opposto, le durate più basse si registrano nei Paesi Bassi, con 31,9 ore, seguiti da Germania e Danimarca con 33,9 ore e dall’Austria con 34 ore.

La Spagna, il Paese preso come riferimento per il modello della giornata intensiva estiva, si colloca leggermente sopra la media europea: nel 2025 la settimana lavorativa media è stata di circa 36,3 ore. Un dato che dimostra come la presenza della jornada intensiva non significhi necessariamente lavorare meno ore, ma piuttosto distribuirle in modo diverso.

L’Italia si inserisce in questo quadro con una caratteristica particolare: il nostro Paese non presenta tra gli orari medi settimanali più elevati d’Europa, ma ha una struttura del lavoro nella quale resta molto forte il modello tradizionale della giornata lunga, con pausa centrale e permanenza sul posto di lavoro per gran parte della giornata.

Il confronto europeo evidenzia infatti che la vera differenza non è soltanto quantitativa. Alcuni Paesi con meno ore medie lavorate hanno sviluppato sistemi più flessibili, con maggiore diffusione del part-time, della gestione autonoma degli orari e di forme di organizzazione orientate alla conciliazione.

Anche i settori economici incidono molto. Nel 2025 le settimane lavorative più lunghe nell’Unione europea riguardavano soprattutto gli addetti all’agricoltura, alla silvicoltura e alla pesca, con 42 ore medie, seguiti dai dirigenti con 40,6 ore e dalle forze armate con 39,4 ore.

Il dato è particolarmente importante per il tema del caldo: proprio i comparti con maggiore esposizione fisica — agricoltura, edilizia, manutenzione, attività all’aperto — sono quelli nei quali una diversa distribuzione dell’orario potrebbe avere un impatto maggiore sulla tutela della salute.

La riflessione sul modello spagnolo, quindi, non riguarda una semplice riduzione dell’orario lavorativo. La questione centrale è capire se l’organizzazione del lavoro possa adattarsi a nuove condizioni ambientali e sociali.

L’Europa mostra già una grande varietà di modelli: alcuni Paesi puntano sulla flessibilità, altri sulla riduzione delle ore, altri ancora sulla concentrazione del lavoro in fasce più produttive. La sfida per l’Italia sarà capire se, soprattutto nei mesi estivi, una diversa distribuzione degli orari possa diventare uno strumento per migliorare contemporaneamente sicurezza, produttività e qualità della vita.

 

Il cambiamento climatico diventa un nuovo rischio per la sicurezza dei lavoratori

 

Il dibattito sulla giornata intensiva estiva si inserisce in una trasformazione più ampia che riguarda tutta l’Europa: il cambiamento climatico sta modificando anche il modo in cui si lavora.

Le temperature estreme non rappresentano più soltanto un problema ambientale, ma un fattore che incide direttamente sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha evidenziato come l’aumento delle temperature possa provocare stress termico, maggiore affaticamento, perdita di concentrazione e aumento del rischio di incidenti.

Secondo l’indagine OSH Pulse 2025 dell’EU-OSHA, circa un lavoratore europeo su tre dichiara di essere esposto a rischi collegati ai cambiamenti climatici, tra cui caldo estremo ed eventi meteorologici estremi.

Il problema riguarda soprattutto alcune categorie professionali. I lavoratori più vulnerabili sono quelli che operano all’aperto o svolgono attività fisicamente impegnative: agricoltura, edilizia, manutenzione stradale, trasporti, emergenza e alcuni comparti industriali. Tuttavia il rischio non riguarda soltanto chi lavora fuori: anche gli ambienti chiusi possono diventare problematici quando manca un adeguato controllo della temperatura o quando il lavoro richiede forte impegno fisico.

Uno degli aspetti più interessanti per il confronto con la jornada intensiva riguarda proprio l’organizzazione del lavoro. L’EU-OSHA indica tra le principali misure preventive la modifica degli orari, l’introduzione di pause più frequenti, la rotazione delle mansioni e una maggiore flessibilità nella gestione delle attività.

Nell’indagine OSH Pulse 2025, il 58% dei lavoratori europei afferma che nel proprio luogo di lavoro sono disponibili misure di adattamento dell’organizzazione del lavoro, come orari flessibili, pause regolari o rotazione delle attività, per affrontare i rischi legati al caldo e ai cambiamenti climatici.

Questo dato è particolarmente significativo perché dimostra che la risposta al caldo non passa soltanto attraverso dispositivi di protezione individuale o sistemi di raffreddamento, ma anche attraverso una diversa gestione del tempo.

La stessa Agenzia europea sottolinea che l’aumento delle temperature può incidere sulla produttività: il caldo riduce la capacità di concentrazione, aumenta la fatica fisica e può influire sulla qualità delle decisioni prese durante l’attività lavorativa.

Per questo motivo diversi Paesi stanno iniziando a considerare gli orari di lavoro come parte delle strategie di adattamento climatico. Anticipare l’inizio dell’attività, evitare le ore più calde e concentrare il lavoro nelle fasce climaticamente più favorevoli diventano strumenti di prevenzione.

caldo

Il caso spagnolo si inserisce quindi in una tendenza europea più ampia: il futuro dell’organizzazione del lavoro potrebbe essere sempre più condizionato non soltanto dalle esigenze economiche delle imprese, ma anche dalla necessità di proteggere i lavoratori da condizioni ambientali nuove.

La domanda per l’Italia diventa allora centrale: se il caldo estremo è destinato a diventare una condizione sempre più frequente, la revisione degli orari estivi può diventare una delle risposte possibili? La normativa italiana già riconosce il rischio da stress termico; il prossimo passaggio potrebbe riguardare proprio l’organizzazione preventiva del lavoro.

 

Il caso italiano: la nostra normativa sul lavoro e perché il modello spagnolo sarebbe una novità

 

In Italia il tema del rapporto tra lavoro e caldo estremo non è disciplinato attraverso una modifica generale degli orari lavorativi, ma attraverso il sistema della prevenzione e della sicurezza sul lavoro. A differenza della Spagna, dove in alcuni settori la concentrazione dell’orario estivo è diventata una pratica organizzativa consolidata, il nostro ordinamento affronta il problema soprattutto come rischio da valutare e gestire.

Il riferimento principale è il Decreto legislativo 81/2008, il Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La normativa stabilisce che il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi presenti nell’ambiente lavorativo, compresi quelli legati al microclima e alle condizioni termiche. L’INAIL chiarisce che il rischio da stress termico riguarda in particolare gli ambienti caratterizzati da temperature elevate, umidità, esposizione alla radiazione solare e attività fisicamente impegnative.

Tuttavia, il sistema italiano presenta una differenza sostanziale rispetto al modello della jornada intensiva: non esiste una soglia nazionale unica che imponga automaticamente una modifica dell’orario di lavoro in presenza di determinate temperature.

La gestione del rischio viene affidata alla valutazione aziendale, alle indicazioni tecniche degli organismi competenti e, negli ultimi anni, anche alle ordinanze regionali emanate durante le ondate di calore.

Durante le estati più recenti molte Regioni hanno infatti introdotto limitazioni per le attività lavorative maggiormente esposte, soprattutto nei cantieri e nei lavori agricoli, prevedendo il divieto di attività nelle ore più calde della giornata. Il principio è quello di evitare l’esposizione nelle fasce considerate più critiche, generalmente tra la tarda mattinata e il pomeriggio.

Questa impostazione mostra però un approccio prevalentemente emergenziale: si interviene quando il caldo raggiunge livelli di particolare intensità, mentre il modello spagnolo ragiona maggiormente in termini organizzativi, prevedendo in alcuni comparti una diversa distribuzione dell’orario durante tutto il periodo estivo.

Anche in Italia esistono strumenti che consentono una maggiore flessibilità. La contrattazione collettiva può infatti prevedere articolazioni differenti dell’orario, comprese forme di orario continuato o rimodulazioni stagionali. Tuttavia non si è sviluppata una tradizione paragonabile a quella spagnola della giornata intensiva estiva.

La questione diventa particolarmente rilevante perché il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza delle condizioni di stress termico. Secondo l’INAIL, i lavoratori che operano all’aperto o in ambienti non climatizzati sono tra quelli maggiormente esposti agli effetti del caldo, soprattutto quando l’attività richiede sforzo fisico prolungato o l’utilizzo di dispositivi di protezione che ostacolano la dispersione del calore corporeo.

Il possibile passaggio da un modello basato soltanto sulla prevenzione del rischio a uno basato anche sulla riorganizzazione dell’orario rappresenta quindi il vero punto del confronto con la Spagna.

La domanda non è se l’Italia debba introdurre obbligatoriamente la giornata intensiva in tutti i settori, perché molti lavori non lo permetterebbero. La questione riguarda invece la possibilità di utilizzare maggiormente la flessibilità organizzativa nei comparti dove è tecnicamente possibile.

 

I dati italiani: il peso del caldo sul lavoro e i settori più esposti

 

Per capire se un modello simile alla jornada intensiva possa avere spazio anche in Italia bisogna partire dai numeri. Il punto centrale è che il caldo non rappresenta più soltanto un disagio stagionale, ma un fattore che può incidere sulla sicurezza, sulla produttività e sull’organizzazione delle attività.

L’INAIL ha sviluppato negli ultimi anni un’attenzione crescente sul tema dello stress termico, evidenziando come l’aumento delle temperature e delle ondate di calore rappresenti un nuovo elemento di rischio occupazionale. L’Istituto sottolinea che i lavoratori più esposti sono quelli che svolgono attività all’aperto, in particolare nei settori agricolo, edilizio, manutentivo e in generale nelle mansioni caratterizzate da forte impegno fisico.

Il quadro generale degli infortuni conferma la dimensione del problema della sicurezza sul lavoro. Secondo i dati provvisori INAIL relativi al 2025, le denunce complessive di infortunio sul lavoro sono state 597.710, con un aumento rispetto all’anno precedente. Gli infortuni avvenuti in occasione di lavoro sono stati oltre 416 mila.

Questi dati non identificano esclusivamente gli eventi legati al caldo, perché il rischio termico raramente viene registrato come unica causa dell’incidente. Tuttavia evidenziano il contesto generale nel quale si inserisce il problema: ogni elemento che riduce attenzione, capacità fisica e condizioni di sicurezza può contribuire all’aumento del rischio.

I settori maggiormente interessati da un possibile ripensamento degli orari estivi sono quelli dove il rapporto tra temperatura e attività fisica è più diretto.

I comparti che richiedono un immediato ripensamento degli orari estivi sono quelli in cui il legame tra sforzo e temperatura è più stretto. Nell’agricoltura, ad esempio, il lavoro si svolge interamente all’aperto e sotto il sole diretto nelle ore centrali della giornata.

Nell’edilizia, tra cantieri e manutenzioni stradali, la presenza di cemento e asfalto accumula calore aumentando la temperatura percepita. Per la logistica e i trasporti il problema riguarda le attività di carico e scarico in spazi spesso privi di climatizzazione, mentre nell’industria pesano i macchinari che producono calore e l’obbligo di usare dispositivi protettivi pesanti.

Negli uffici e nelle attività amministrative una rimodulazione estiva presenterebbe invece meno ostacoli. Il futuro dell’organizzazione non prevede una risposta unica, ma modelli differenziati: giornata intensiva per gli impiegati e turni anticipati nei lavori fisici.

Il tema è cruciale al Sud (Sicilia, Calabria, Puglia), dove le condizioni climatiche sono più estreme. Il caldo sta già trasformando il lavoro prima ancora delle leggi: la vera sfida è capire se la gestione degli orari possa diventare il principale strumento di adattamento

Il dato più significativo è quindi questo: il caldo sta trasformando il lavoro prima ancora che la normativa cambi. La questione ora è capire se l’organizzazione degli orari possa diventare uno degli strumenti principali di adattamento.

 

Un possibile modello italiano: vantaggi e limiti della giornata intensiva estiva

L’introduzione in Italia di un modello ispirato alla jornada intensiva spagnola potrebbe generare diversi benefici significativi, a patto di non considerarla una soluzione universale ma di valutarne l’efficacia in base alle specificità dei singoli settori. L’obiettivo principale di questa rimodulazione oraria consiste infatti nel migliorare la qualità della vita e della sicurezza sul lavoro, salvaguardando al contempo la produttività e l’erogazione dei servizi.

Tra i principali vantaggi si evidenziano i seguenti aspetti:

  • Tutela della salute e riduzione del rischio termico: Il beneficio più immediato riguarda la sicurezza dei lavoratori. Anticipando l’inizio dell’attività e concentrando le ore lavorative nella fascia mattutina, si riduce drasticamente l’esposizione alle temperature critiche del primo pomeriggio. Questa misura risulterebbe salvavita soprattutto per chi opera all’aperto, come nei comparti dell’edilizia, dell’agricoltura e della manutenzione stradale.

  • Miglioramento del bilanciamento tra vita privata e lavorativa: Poter disporre del pomeriggio libero offre ai lavoratori una migliore gestione del tempo familiare e personale. Inoltre, l’eliminazione dei rientri pomeridiani riduce i tempi morti e lo stress legati agli spostamenti quotidiani.

  • Incremento dell’efficienza e della produttività: Questo modello si basa sul principio che il rendimento non è direttamente proporzionale alle ore trascorse in ufficio o in cantiere. Concentrare le attività nelle ore mattutine, quando le temperature sono più miti e i livelli di energia più alti, permette di ottimizzare i flussi di lavoro e ridurre i cali di concentrazione.

  • Risparmio ed efficienza energetica: Da non sottovalutare è l’impatto ambientale ed economico, in particolare per i settori amministrativi. Svuotare gli uffici nelle ore più calde del pomeriggio consente una netta riduzione dei consumi legati ai sistemi di climatizzazione degli edifici.

 

Quali i limiti e le criticità?

Il testo analizza i limiti e le sfide legati all’introduzione in Italia di un modello di organizzazione del lavoro ispirato a quello spagnolo (come la giornata intensiva) per fare fronte alle ondate di calore, evidenziando come una misura unica a livello nazionale sia impraticabile a causa delle profonde differenze tra i vari settori produttivi.

Nei settori della pubblica amministrazione e degli uffici, l’applicazione risulterebbe più semplice grazie alla possibilità di rimodulare gli orari garantendo comunque i servizi essenziali. Al contrario, il comparto del commercio e del turismo registrerebbe forti criticità, poiché i picchi di domanda estiva si concentrano proprio nei turni pomeridiani e serali; un’anticipazione delle chiusure ne stravolgerebbe il modello economico. Per la sanità e l’assistenza, ambiti che richiedono continuità assoluta, la soluzione andrebbe cercata in una diversa gestione delle turnazioni piuttosto che in una giornata intensiva generalizzata. L’industria presenta invece una situazione frammentata: se alcune aziende possono anticipare i turni, altre operano a ciclo continuo e non possono interrompere la produzione. Infine, pur potendo trarre i maggiori benefici in termini di salute, i settori dell’agricoltura e dell’edilizia si scontrano con la complessità legata alla stagionalità, alle scadenze e alle variabili operative, che impongono estrema flessibilità.

Oltre alle specificità settoriali, emerge il rischio concreto di creare disparità tra i lavoratori, offrendo maggiore flessibilità a chi opera in ufficio a svantaggio di chi è impiegato nei servizi essenziali. Pertanto, questo approccio non va inteso come una riduzione generalizzata dell’orario, ma come uno strumento organizzativo flessibile.

La questione cruciale per l’Italia consiste nel superare la logica dell’emergenza — fatta di ordinanze temporanee e sospensioni dell’attività nei giorni di picco — per adottare una strategia preventiva stabile che metta in sicurezza i lavoratori. In un contesto in cui il cambiamento climatico rende obsoleti i modelli rigidi, la soluzione più realistica risiede nella flessibilità contrattata: giornata intensiva dove possibile, anticipazione dei turni per i lavori più logoranti, e un rafforzamento di pause e protezioni nei settori più esposti. L’obiettivo finale non è copiare ciecamente la Spagna, ma costruire una via italiana all’adattamento climatico che usi il tempo di lavoro come leva di tutela.

 

 

La Sicilia può trasformare il caldo in un’occasione per ripensare il lavoro?

 

Il confronto con la Spagna porta a una riflessione più ampia, soprattutto per il Mezzogiorno italiano. Se il cambiamento climatico modifica il rapporto tra lavoro, salute e tempo, le regioni meridionali devono interrogarsi su quali strumenti adottare per affrontare una nuova normalità fatta di temperature elevate e caldo prolungato.

La Sicilia rappresenta un osservatorio privilegiato. È una delle aree europee in cui l’esposizione climatica è più evidente e presenta una struttura economica con settori in cui una diversa organizzazione degli orari avrebbe un impatto significativo. Pensare a un modello ispirato alla jornada intensiva spagnola non significa copiare il sistema iberico, date le differenze produttive e sociali. Tuttavia, alcuni principi potrebbero essere oggetto di sperimentazione: anticipare le attività nelle ore fresche, ridurre l’esposizione nelle fasce critiche e utilizzare la flessibilità contrattuale.

Il primo ambito riguarda il lavoro all’aperto. Agricoltura, edilizia, manutenzione e cantieri sono comparti in cui il clima incide direttamente sulla sicurezza. Una diversa distribuzione degli orari rappresenterebbe una fondamentale misura di prevenzione. In Sicilia, dove in estate si superano spesso i 35-40 gradi, lavorare nelle ore centrali è un problema concreto. Anticipare l’inizio delle attività consentirebbe di mantenere la produttività riducendo i rischi.

Il modello troverebbe spazio anche nella pubblica amministrazione, negli uffici e nel terziario, gli ambiti più facilmente adattabili. Una giornata concentrata al mattino migliorerebbe la conciliazione tra vita privata e lavoro, rendendo più attrattivi i territori che soffrono lo spopolamento e la perdita di giovani.

Esistono però delle criticità o modelli non replicabili sul nostro territorio.

Il turismo, settore strategico, vive il momento di maggiore attività proprio nel pomeriggio e nella sera. Ristorazione, commercio e accoglienza non possono essere trasferiti a un modello mattutino. Va considerato anche il rischio di creare disparità: la flessibilità è accessibile agli uffici, ma complessa per chi opera nei servizi essenziali o a presenza continua.

La strada più realistica è una strategia articolata per settori. La Sicilia potrebbe diventare un laboratorio di sperimentazione tramite accordi territoriali, contrattazione aziendale e progetti pilota basati sui dati climatici.

Da siciliano, la riflessione finale è che il caldo non è più una difficoltà stagionale, ma una condizione strutturale che incide su vita e produttività. La questione non è fermare l’economia, ma trovare un equilibrio tra sviluppo e tutela delle persone.

La jornada intensiva offre uno spunto: il futuro del lavoro non sarà necessariamente lavorare di più, ma lavorare meglio, organizzando il tempo rispetto all’ambiente. Per la Sicilia questa è una scelta strategica: trasformare una criticità climatica in un’occasione per innovare, migliorare la qualità della vita e costruire un modello adatto alle sfide dei prossimi decenni.

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