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Le analisi Openpolis alla scadenza del 30 giugno 2026

L’epilogo sospeso del Pnrr e l’impatto reale sul Paese: in Sicilia a che punto siamo?

martedì 7 Luglio 2026

Il traguardo formale di un percorso complesso per il Pnrr italiano

 

Il 30 giugno 2026 ha segnato, secondo i trattati europei e i cronoprogrammi ufficiali stabiliti all’indomani della crisi pandemica, il termine formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).

Tuttavia, l’arrivo di questa data non coincide con la parola “fine” sull’operazione economico-strutturale più imponente della storia repubblicana recente. La conclusione del piano è ancora tutta da scrivere, racchiusa in un perimetro normativo e attuativo contrassegnato da scadenze residue da verificare, ricalibrazioni finanziarie dell’ultimo minuto e una cronica carenza di dati pubblici aggiornati e accessibili.

L’Italia, che ha beneficiato della quota più consistente del fondo NextGenerationEU, si trova a fare i conti con una realtà complessa: se da un lato l’afflusso di risorse comunitarie ha sostenuto la crescita macroeconomica e stimolato gli investimenti pubblici, dall’altro la messa a terra dei cantieri e il conseguimento dei target qualitativi e quantitativi presentano ritardi strutturali e asimmetrie territoriali profonde.

Secondo le analisi condotte da Openpolis sulla base delle rilevazioni della Commissione Europea, ad aprile 2026 l’Italia aveva completato soltanto 11 delle 159 scadenze europee tassativamente previste per il mese di giugno 2026. Questo dato mette in luce la difficile situazione amministrativa in cui il Paese si è trovato a ridosso della scadenza finale.

Analizzare lo stato dell’arte del Pnrr al momento del suo formale compimento significa addentrarsi in un labirinto di tassi di spesa parziali, riforme burocratiche non sempre digerite dagli enti locali e continue trattative con Bruxelles per rimodulare gli impegni presi.

 

Il quadro finanziario: le rate incassate e lo scoglio dell’ultimo miliardo

Dal punto di vista puramente finanziario, l’Italia è riuscita nel corso degli anni a mantenere un ritmo costante di presentazione delle domande di pagamento, superando i severi controlli della Commissione Europea. Ad oggi, lo Stato italiano ha già incassato nove delle dieci rate previste dal piano, per un ammontare complessivo pari a 166 miliardi di euro sui circa 194,4 miliardi totali previsti dall’architettura finale del dispositivo.

Resta tuttavia da conseguire la decima e ultima rata, unanimemente considerata la più complessa ed elevata sotto il profilo degli adempimenti burocratici e dei traguardi fisici da certificare. L’erogazione del saldo finale è legata a doppio filo al completamento del poderoso blocco di 159 scadenze concentrate proprio nel primo semestre del 2026.

La natura intrinseca del Recovery and Resilience Facility (Rrf) è infatti basata sulle performance (performance-based model): Bruxelles non rimborsa le spese sostenute sulla base dei meri flussi di cassa o delle fatture pagate, bensì subordina il versamento del denaro al raggiungimento effettivo di milestone (traguardi qualitativi, come l’entrata in vigore di una legge o la pubblicazione di un decreto) e target (obiettivi quantitativi, come il numero di chilometri di ferrovia posati o il numero di asili nido attivati).

Questa impostazione strutturale espone il bilancio dello Stato a un forte elemento di incertezza nelle settimane successive alla scadenza del 30 giugno. Il mancato o parziale raggiungimento anche di un solo obiettivo di rilevanza europea può attivare le procedure di sospensione parziale dei fondi introdotte dalla Commissione, decurtando l’importo dell’ultima rata in proporzione all’importanza della misura disattesa.

Le scadenze di giugno 2026 e lo stato dell’arte europeo

Il sovraccarico di impegni concentrato nella fase finale del piano è, in parte, il risultato delle continue revisioni che hanno caratterizzato la gestione italiana del Pnrr. Se nel piano originario i traguardi erano distribuuiti in modo più omogeneo, le modifiche approvate negli anni precedenti hanno progressivamente spostato in avanti le scadenze più critiche, accumulandole sulla linea del traguardo di metà 2026.

I dati comparativi elaborati a livello europeo evidenziano come le difficoltà nell’attuazione dei piani nazionali non siano un’esclusiva italiana, sebbene le dimensioni del piano nostrano amplifichino la portata di ogni singolo ritardo. Un confronto basato sui dati della Commissione Europea mostra le seguenti percentuali di avanzamento complessivo dei piani nazionali per alcuni dei principali Stati membri.

Dai dati emerge come la Francia guidi la classifica dell'efficienza nell'attuazione, avendo archiviato oltre l'80% dei propri impegni. L’Italia si colloca invece in una fascia mediana, appaiata al Lussemburgo con il 43% delle scadenze complessive formalmente completate e validate dalle istituzioni europee prima della volata finale del 2026.

Commissione Europea

Questa percentuale sconta il fatto che moltissimi obiettivi italiani sono stati concentrati nell'ultimo semestre e la loro validazione formale da parte degli uffici di Bruxelles richiede mesi di scrutinio tecnico, lasciando provvisoriamente l'Italia in una posizione arretrata nelle classifiche ufficiali.

A livello macro-europeo, circa il 68% delle scadenze complessive previste da tutti i piani della UE risultava ancora da completare o in fase di verifica nei mesi immediatamente precedenti la scadenza.

Una situazione diffusa che ha spinto il Parlamento Europeo, in più occasioni, a ipotizzare la richiesta di una proroga generalizzata del termine del 2026, scontrandosi tuttavia con la ferma contrarietà della Commissione Europea e di alcuni Stati membri frugali, decisi a mantenere l'eccezionalità temporale dello strumento NextGenerationEU.

 

L'evoluzione del Piano: la strategia italiana delle continue revisioni

Per evitare di perdere i finanziamenti legati a progetti palesemente irrealizzabili entro i termini perentori, l’esecutivo italiano ha fatto un uso sistematico dello strumento della revisione del piano, previsto dall'articolo 21 del regolamento europeo del Rrf in presenza di "circostanze oggettive".

Palazzo Chigi - Governo Italiano

L’Italia si distingue come l’unico grande Paese dell’Unione ad aver presentato ben sette richieste di modifica strutturale del proprio piano. L'ultimo tassello di questa strategia si è concretizzato a ridosso della scadenza finale, con la presentazione di una nuova proposta di revisione volta a riallocare oltre 2,1 miliardi di euro.

L’obiettivo esplicito di quest'ultima manovra finanziaria è stato lo spostamento di risorse economiche da interventi che presentavano insormontabili difficoltà attuative, o che risultavano radicalmente incompatibili con le tempistiche europee, verso misure giudicate più sicure o canali di spesa automatici (come i crediti d'imposta per le imprese o l'efficientamento energetico di asset gestiti da grandi operatori pubblici).

Precedentemente, con la sesta complessa revisione, il governo aveva già modificato ben 173 misure. Pur mantenendo rigorosamente invariata la dotazione finanziaria complessiva assegnata all'Italia (pari a circa 194,4 miliardi di euro), l'esecutivo aveva operato una gigantesca manovra di riallocazione interna del valore di circa 13,4 miliardi di euro, riducendo di 39 unità il numero complessivo di scadenze di rilevanza europea e posticipandone molte altre.

Questa continua riscrittura dei traguardi ha permesso di mantenere formalmente in piedi il diritto ai rimborsi, ma ha progressivamente snaturato l'ambizione originaria di alcune linee di intervento, riducendo gli stanziamenti su progetti infrastrutturali complessi a favore di incentivi a pioggia di più rapida rendicontazione.

 

Opere pubbliche: tra cantieri aperti e investimenti immateriali

L'analisi dell'avanzamento fisico dei progetti infrastrutturali e delle opere pubbliche rappresenta la nota dolente del monitoraggio sul Pnrr. Al momento della scadenza formale del piano, le opere pubbliche effettivamente completate sul territorio nazionale ammontano a poco più di un terzo del totale dei progetti censiti. Tuttavia, il dato più significativo e parzialmente allarmante sotto il profilo dell'efficacia macroeconomica riguarda il loro valore finanziario: i cantieri interamente chiusi e collaudati valgono appena il 6% circa degli investimenti complessivi stanziati per le opere pubbliche.

lavori_cantiereQuesto divario percentuale indica con chiarezza che a essere completati sono stati prevalentemente i micro-progetti, gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di modesta entità economica o le opere che erano già state avviate prima del Pnrr e che sono state successivamente assorbite nel piano (le cosiddette opere "progetti nativi").

Le grandi infrastrutture di rete, i lotti ferroviari dell'Alta Velocità nel Mezzogiorno, l'ammodernamento dei nodi portuali e i grandi piani di rigenerazione urbana presentano scadenze fisiche che si prolungheranno inevitabilmente ben oltre il 30 giugno 2026.

A questo proposito, è fondamentale ricordare una distinzione tecnica cruciale introdotta nei regolamenti e chiarita nelle interlocuzioni con la Commissione Europea: la fine del Pnrr al 30 giugno 2026 vincola il completamento delle scadenze di rilievo europeo e l'impegno giuridicamente vincolante delle risorse, ma la realizzazione concreta e materiale degli interventi selezionati potrà avvenire e perfezionarsi anche in un momento successivo, a patto che le amministrazioni pubbliche abbiano assolto gli adempimenti amministrativi e strutturali concordati con Bruxelles.

Questa soluzione è stata esplicitamente suggerita dalla Commissione stessa per evitare che gli Stati membri in evidente affanno escludessero in blocco le opere strategiche per paura di non riuscire a posare l'ultima pietra entro la scadenza.

Rimane inteso che il ritardo nella chiusura finanziaria delle opere espone gli enti locali (i cosiddetti soggetti attuatori) a un rischio finanziario notevole: qualora i ritardi dovessero accumularsi in modo ingiustificato, lo Stato italiano potrebbe vedersi revocati i fondi europei, trovandosi costretto a coprire i costi dei cantieri avviati mediante il ricorso al bilancio nazionale o a linee di finanziamento complementari nazionali.

 

Sicilia: le differenze territoriali, i cantieri incompiuti e la scommessa delle infrastrutture

 

La Sicilia ha rappresentato fin dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza una delle aree geografiche più rilevanti per l'assegnazione delle risorse economiche, in virtù del vincolo di destinazione del 40% dei fondi territorializzabili a favore del Mezzogiorno. Questa massiccia immissione di capitali europei è stata concepita per colmare i divari storici in termini di infrastrutture logistiche, digitalizzazione, servizi socio-sanitari e offerta educativa rispetto al resto del Paese.

Tuttavia, alla scadenza formale del piano fissata al 30 giugno 2026, l’Isola riflette in modo amplificato le criticità strutturali emerse a livello nazionale, posizionandosi come uno dei territori in cui la forbice tra i progetti approvati sulla carta e le opere effettivamente concluse risulta più marcata.

 

Lo stato dei progetti e le difficoltà dei piccoli comuni siciliani

Secondo le elaborazioni basate sui dati ufficiali di monitoraggio territoriale, la Sicilia ha intercettato miliardi di euro suddivisi in migliaia di progetti atomici, parcellizzati tra grandi stazioni appaltanti nazionali (come Rete Ferroviaria Italiana) e una moltitudine di enti locali in veste di soggetti attuatori. Se si analizza l’avanzamento fisico delle opere nei comuni siciliani, emerge un quadro polarizzato.

A fronte di un numero elevato di interventi formalmente avviati, la percentuale di cantieri giunti al collaudo finale e alla chiusura finanziaria è sensibilmente inferiore alla media nazionale.

La causa principale di questa stasi risiede nella debolezza strutturale della capacità amministrativa degli enti locali dell'Isola. Molti dei liberi consorzi comunali e dei piccoli centri delle aree interne della Sicilia si sono trovati a gestire procedure d'appalto complesse e scadenze europee perentorie disponendo di piante organiche ridotte all'osso, spesso prive di figure tecniche qualificate come ingegneri, architetti o esperti di rendicontazione informatica sul sistema ReGiS.

Questa carenza di personale ha generato un imbuto burocratico nella fase di transizione dai bandi di gara all’aggiudicazione dei lavori, dilatando i tempi oltre i limiti di salvaguardia previsti dai cronoprogrammi originari.

 

Le grandi infrastrutture di rete e i nodi dei trasporti siciliani

Il comparto delle infrastrutture di trasporto assorbe la fetta più consistente degli investimenti del Pnrr in Sicilia, con l'obiettivo di rompere lo storico isolamento dell'Isola e ammodernare una rete ferroviaria e stradale interna spesso obsoleta.

L'intervento di maggiore portata finanziaria riguarda il raddoppio e la velocizzazione della linea ferroviaria Palermo-Catania-Messina, un'opera strategica gestita da Rfi che mira a connettere i tre principali poli urbani siciliani riducendo drasticamente i tempi di percorrenza per passeggeri e merci. Sebbene i lotti di questa grande opera infrastrutturale abbiano beneficiato di procedure semplificate e commissariali per accelerare i cantieri, alla scadenza di metà 2026 molte tratte risultano ancora in piena fase di esecuzione.

Come chiarito dalle linee guida della Commissione Europea, la fine formale del Pnrr non comporta il blocco automatico di questi grandi cantieri di rete, a patto che le scadenze amministrative e i vincoli giuridici europei siano stati rispettati, consentendo il completamento materiale delle opere anche oltre il termine del piano, pur restando fermo il rischio di copertura finanziaria interna qualora i ritardi dovessero accumularsi eccessivamente.

Accanto alla rete ferroviaria, i fondi del piano sono stati indirizzati verso la digitalizzazione e l’efficientamento dei principali nodi portuali siciliani (Palermo, Augusta, Catania), essenziali per inserire la regione all'interno delle rotte commerciali del Mediterraneo, e verso il potenziamento dei sistemi di logistica integrata delle Zone Economiche Speciali (Zes).

 

Transizione ecologica e servizi ai cittadini: asili e gestione idrica

Un altro ambito di cruciale importanza per il territorio siciliano è legato alla Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica), in particolare per quanto concerne l’efficientamento delle reti idriche e la gestione dei rifiuti.

La Sicilia sconta storiche inefficienze strutturali nella dispersione dell'acqua potabile a causa di condotte colabrodo e consorzi di bonifica in costante crisi finanziaria. I finanziamenti del Pnrr destinati alla riduzione delle perdite nelle reti di distribution e alla digitalizzazione dei contatori hanno rappresentato un'occasione straordinaria, ma la frammentazione della governance locale ha rallentato la messa a terra degli interventi in diverse province.

Sul fronte dei servizi sociali e dell'istruzione, l'Isola ha beneficiato di stanziamenti rilevanti per il piano asili nido e scuole dell'infanzia, volto a incrementare i posti disponibili per colmare il divario con i parametri europei.

Anche in questo caso, i ritardi nella validazione dei progetti e nell'avvio dei cantieri da parte dei comuni hanno spinto il governo centrale, nel corso delle successive revisioni del piano concordate con Bruxelles, a rimodulare parzialmente i target volumetrici o a spostare le scarse risorse verso misure di più rapida esecuzione o incentivi automatici alle imprese.

 

L'impatto macroeconomico e il contributo al Prodotto Interno Lordo

 

Nonostante i ritardi burocratici e le difficoltà di spesa materiale, il Pnrr ha esercitato e continua a esercitare un impatto profondo sul tessuto economico italiano. Secondo i modelli previsionali del Ministero dell'Economia e delle Finanze e le stime dei principali istituti di ricerca indipendenti, il 2026 rappresenta l'anno di picco per quanto riguarda il contributo del Pnrr alla formazione del Prodotto Interno Lordo (Pil).

L'effetto cumulativo degli investimenti attivati negli anni precedenti, unito alla spesa legata alle forniture tecnologiche e industriali giunte a maturazione proprio nei primi mesi dell'anno, ha impresso una spinta addizionale alla crescita economica nazionale, permettendo all'Italia di mantenere un tasso di sviluppo superiore alla media dell'area euro in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche e rallentamento del commercio globale.

Le differenze territoriali analizzate nel caso della Sicilia dimostrano però come l'impatto sul Pil sia distribuito in modo disomogeneo: le regioni con una maggiore prontezza amministrativa riescono a trasformare immediatamente i fondi in consumi e produttività, mentre le aree in affanno rischiano di veder posticipati gli effetti positivi degli investimenti.

Il potenziale di crescita espresso dal piano rischia però di esaurirsi rapidamente se non accompagnato da una crescita strutturale della produttività, obiettivo a cui miravano le riforme di sistema (giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, semplificazione edilizia) incluse nel Pnrr. Le stime macroeconomiche indicano che il Pil italiano ha beneficiato di un incremento percentuale significativo grazie alla componente dei trasferimenti a fondo perduto e dei prestiti a tassi agevolati garantiti dall'Unione Europea.

Anche dal punto di vista della capacità amministrativa il Pnrr ha avuto un impatto importante. La Banca d’Italia, nella sua relazione annuale del 29 maggio 2026, ad esempio ha evidenziato segnali di miglioramento nell’efficienza della Pa.

Nonostante i limiti ancora esistenti nella capacità amministrativa e nella dotazione di personale di alcuni enti pubblici, vi sono indicazioni di un miglioramento nell’efficienza delle procedure di spesa e nella gestione degli appalti pubblici. Alla fine del 2025 era stato assegnato l’85 per cento delle risorse del PNRR e ne era stato speso il 54, quasi 10 punti percentuali in più rispetto a quanto si era registrato per i fondi di coesione del ciclo 2014‑20 allo stesso stadio di attuazione.

Resta tuttavia aperta una questione di fondo. Secondo la Corte dei conti, nel corso degli anni il Pnrr è progressivamente passato dall’essere uno strumento fortemente orientato alla trasformazione strutturale del paese a un piano sempre più concentrato sul raggiungimento delle scadenze, sulla certificazione dei risultati entro i termini previsti per non perdere le risorse europee. Un’evoluzione comprensibile alla luce delle difficoltà attuative, ma che pone interrogativi sulla capacità del piano di raggiungere quelle che erano le ambizioni originarie.

Resta da verificare adesso se tale spinta sarà in grado di autosostenersi negli anni successivi alla chiusura del piano, o se l'economia del Paese andrà incontro a una brusca frenata una volta terminata la somministrazione della terapia d'urto finanziaria comunitaria.

 

Il deficit di trasparenza: i limiti del monitoraggio pubblico

 

Un elemento economico e civile costantemente evidenziato dalle organizzazioni della società civile e dai centri di ricerca indipendente, in primis Openpolis attraverso il progetto OpenPNRR, è rappresentato dalla cronica opacità dei dati messi a disposizione dalle autorità governative. Un sistema di monitoraggio efficace, tempestivo, standardizzato e accessibile a livello atomico (ovvero per singolo progetto e singolo comune) è un requisito fondamentale non solo per l'esercizio del controllo democratico da parte dei cittadini, ma anche in vista della complessa partita politica per la definizione del prossimo bilancio pluriennale dell'Unione Europea.

Ad oggi, le piattaforme ufficiali come Italia Domani e il sistema di rendicontazione ReGiS gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato hanno mostrato forti limiti operativi. I dati sui flussi di spesa reale risultano spesso non aggiornati o disallineati rispetto allo stato effettivo dei lavori nei territori.

In molti casi, le informazioni caricate dai singoli comuni sono lacunose a causa della carenza di personale tecnico interno in grado di gestire le complesse procedure informatiche del sistema centrale.

Questa discrepanza informativa rende estremamente difficile tracciare con esattezza scientifica dove siano confluiti i capitali e quali progetti siano effettivamente giunti a compimento, sia a livello nazionale che nelle singole realtà meridionali ed isolane. Conoscere l'esatta allocazione e l'efficacia della spesa è l'unico strumento a disposizione dell'Italia per dimostrare la propria affidabilità istituzionale a Bruxelles e per rivendicare, in sede di negoziato per i futuri fondi di coesione o per l'istituzione di nuovi meccanismi di debito comune europeo, la bontà dell'esperienza del Recovery Plan.

 

L'eredità del Pnrr e le riforme strutturali: una fine ancora tutta da scrivere

Oltre alla dimensione contabile delle rate e dei cantieri, la vera eredità del Pnrr si gioca sul terreno delle riforme strutturali. Il piano italiano è stato concepito fin dall'inizio come un binario parallelo: gli investimenti materiali avrebbero dovuto modernizzare le infrastrutture fisiche e digitali del Paese, mentre le riforme avrebbero dovuto rimuovere quegli ostacoli burocratici, normativi e legali che per decenni hanno frenato lo sviluppo economico ed esacerbato i divari sociali.

Tra le scadenze finali di giugno 2026 figurano importanti target legati alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, alla piena operatività dei sistemi di monitoraggio della spesa sanitaria, all'attuazione della riforma del pubblico impiego e all'introduzione di nuovi standard di efficienza energetica nel settore dell'edilizia pubblica e privata. La scommessa di lungo periodo risiede nella capacità delle istituzioni italiane di non considerare queste riforme come meri adempimenti burocratici necessari a sbloccare l'ultima rata, ma come l'intelaiatura di una nuova stagione amministrativa.

L’esperienza accumulata in questi cinque anni ha messo a nudo i limiti strutturali degli enti locali, in particolare dei piccoli comuni delle aree interne e del Mezzogiorno, privi di competenze professionali adeguate (ingegneri, project manager, esperti di rendicontazione europea) per gestire gare d'appalto milionarie in tempi ristretti.

La fine del piano impone una riflessione seria sulla necessità di una riforma strutturale della capacità amministrativa del Paese (capacity building), che non può esaurirsi con contratti a tempo determinato legati alle singole scadenze del piano.

Il Pnrr cessa ufficialmente di esistere nella sua veste di programma straordinario di investimenti agganciato all'emergenza pandemica, ma la sua traiettoria politica, economica e sociale continuerà a riverberarsi sull'Italia e sulle sue regioni per il prossimo decennio.

La conclusione formale del 30 giugno 2026 spalanca le porte a una fase altrettanto delicata: quella della verifica postuma, della rendicontazione analitica e della valutazione d'impatto. Nei prossimi mesi, gli ispettori della Commissione Europea passeranno al setaccio la documentazione fornita dall'Italia per convalidare l'erogazione del saldo finale.

Parallelamente, la Corte dei Conti e le autorità giudiziarie nazionali saranno chiamate a vigilare sull'eventuale insorgenza di fenomeni corruttivi o di infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione delle enormi masse di denaro pubblico liberate dal piano.

L’Italia si trova di fronte a un passaggio fondamentale: la conclusione del Pnrr può essere letta come il faticoso compimento di un obbligo finanziario esterno, gestito all'insegna dell'emergenza e delle continue modifiche al ribasso, oppure come la base di partenza per una programmazione economica più matura, trasparente e orientata ai risultati.

Solo la disponibilità di dati aperti e la misurazione reale dei benefici apportati alle comunità locali – da quelle del nord fino a quelle siciliane – diranno se l'operazione NextGenerationEU ha conseguito l'obiettivo originario: consegnare alle prossime generazioni un Paese strutturalmente più equo, moderno e resiliente.

La fine del Pnrr è giunta, ma il racconto dei suoi effetti sul futuro dell'Italia è appena cominciato.

 

FONTE DATI:
Openpolis – Progetto OpenPNRR: Analisi e monitoraggio civico dei milestone, target e decreti attuativi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Commissione Europea – Recovery and Resilience Scoreboard: Rilevazioni ufficiali sullo
stato di avanzamento dei Piani Nazionali degli Stati membri dell'Unione Europea.

Governo Italiano / Ministero dell'Economia e delle Finanze – Documenti di economia e finanza e relazioni semestrali sullo stato di attuazione del Pnrr presentate al Parlamento.

Sito istituzionale Italia Domani – Dati territoriali e nazionali relativi all'approvazione delle varianti e alla presentazione delle richieste di pagamento delle rate comunitarie.

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