Quando tutti gli altri agrumi scompaiono e l’inverno spalanca le porte alla primavera, ecco che “u marzuddu” ovvero il mandarino tardivo di Ciaculli ci ricorda che esistono fenomeni che vanno oltre le regole, che sfidano il tempo.
Focus sul territorio:
Ciaculli fa parte di quella parte di territorio denominata “Conca d’Oro” la quale ha una grande estensione (100 Km quadrati) comprendendo la stessa città di Palermo e anche tanti altri paesi come Croceverde-Giardina, Villabate, Bagheria, Ficarazzi, Altofonte, Monreale e tante altre frazioni come Partanna, Pallavicino, San Lorenzo etc.
La Conca d’oro presumibilmente deve il suo nome al termine arabo “dawr” da cui “d’oro” che significa ricurvo, contorto, riferito alla conformazione geografica di un’intera area comprendente una vasta pianura circondata da promontori e monti come “Monte Pellegrino e Monte Cuccio” e che si affaccia sul mar tirreno. Lo storico e cartografo Joseph Fischer descrive la conca d’oro come un enorme gabbiano le cui ali verdeggianti si estendevano da Est a Ovest, da Capo Mongerbino a Capo Gallo, gettandosi con la testa a Nord in direzione del mare.
Quando si parla di conca d’oro, gli arabi vengono coinvolti perchè furono proprio loro gli ideatori di un sistema di irrigazione avanguardista già fin dagli anni 1000, con la costruzione di canali sotterranei “qanat” studiati e architettati ad hoc e da cui si potevano approvvigionare tante zone di Palermo attraverso un sistema di pozzi.
Tornando a curiosare sull’etimologia, probabilmente invece il nome conca d’oro proviene dalla ricchezza del territorio, caratterizzato da una depressione tondeggiante e circondato da monti e promontori. Stiamo parlando della Palermo di una volta, una città che nel periodo rinascimentale e sino al periodo spagnolo (XVI°-XVII° secolo) ebbe il suo fulgore più vivido, in cui dai floridi giardini della conca d’oro seppe attingere per attivare un commercio agricolo prospero che la proiettò ad avere un ruolo di spicco tra le capitali europee del tempo. In quel periodo e sino agli inizi del novecento la conca d’oro fu una culla brulicante di tante varietà di agrumi, di ulivi, mandorli, yucche e palme. Di quel fastoso patrimonio agricolo oggi resta ben poco a causa della frenetica corsa alla cementificazione massiccia, una delle macchie più scure e imbrattanti della storia del capoluogo siciliano.
Il fenomeno in questione è chiamato “sacco di Palermo” e fa espresso riferimento all’atto di depredare da un territorio così luminoso la sua luce più autentica, per lasciare spazio al grigiore del cemento. Fenomeno che fu anticipato dall’industrializzazione proprio a cavallo tra ottocento e novecento e che toccò i suoi livelli più alti nel dopoguerra, quando occorreva ritrovare anche una nuova collocazione agli sfollati della seconda guerra mondiale (in quel frangente furono infatti quasi 70000 i vani andati distrutti durante il secondo conflitto mondiale) e negli anni sessanta a causa di una forte speculazione, corroborata da un intenso abusivismo edilizio. Si pensi che tra gli anni settanta e gli anni novanta, Palermo aumentò del 125% la propria superficie urbana con oltre 300 milioni di metri cubi di edifici residenziali edificati, insomma numeri imbarazzanti che hanno messo in ginocchio la bucolica e verdeggiante conca d’oro.
Perchè si parla di sfida al tempo?
Come dice lo stesso aggettivo “tardivo”, siamo di fronte ad un agrume che fiorisce e fruttifica dopo tutti gli altri agrumi, sfidando le leggi dell’agronomia. Possiamo dire a gran voce che siamo di fronte ad una rarità nel suo genere e ad una sorta di vera e propria sfida al tempo e alla stagionalità. Il mandarino tardivo di Ciaculli nasce in quegli agrumeti collinari al riparo dalle correnti fredde e mette in atto una straordinaria prova di resilienza e lo erge a paladino nostalgico di una bucolica Palermo ormai scomparsa, ma mai del tutto dimenticata.
Dal punto di vista botanico il mandarino tardivo di Ciaculli è una mutazione spontanea della varietà avana e si direbbe anche fortunata, date le caratteristiche uniche che hanno permesso a questa tipologia di mandarino di distinguersi diventando un frutto identitario della Palermo di una volta. Un mandarino dalla buccia sottile e dal dolce succo ricco di nutrienti grazie alla tardiva fruttificazione e alla lenta maturazione sugli alberi. Il valore di questo agrume non è soltanto agronomico, ma anche culturale. Per molte famiglie di Ciaculli, continuare a coltivarlo è una dichiarazione di appartenenza, come voler custodire il paesaggio.
È anche per questo che il frutto è diventato un simbolo della Sicilia più autentica, quella che, con perseveranza, prova ancora a difendere ciò che la natura le ha donato. La maturazione differita sulla pianta e la raccolta a mano sono i cavalli di battaglia di questo piccolo e dolce agrume che gli hanno saputo donare un inconfondibile sapore al punto di ottenere sul finire degli anni novanta il riconoscimento di Presidio Slow Food. Un titolo che non riguarda soltanto la qualità del prodotto, ma anche il valore umano e territoriale del sistema agricolo che lo sostiene. Oggi la coltivazione si concentra tra Ciaculli e Croceverde Giardina ma le superfici si sono ridotte nel tempo: poche decine di ettari, affidati a un consorzio di produttori che continua a coltivare come un tempo, senza trattamenti aggressivi e con una raccolta rigorosamente manuale.
Si tratta di una filiera piccola, fragile, ma proprio per questo preziosissima soprattutto all’estero dove il mandarino di Ciaculli, rispetto all’utenza italiana, racconta ancora una volta l’eccellenza divenendo al contempo simbolo di vera resilienza.



