“Non si vince con l’eroismo del singolo, ma con l’organizzazione”.
È da questa consapevolezza che ha preso avvio il corso “Maxi emergenze e scenari NBCR”, svoltosi sabato 28 febbraio 2026 all’Ordine dei Medici di Palermo e promosso dal Servizio Urgenza Emergenza Sanitaria 118 Palermo-Trapani.
Gestire il caos quando il sistema rischia di collassare significa trasformare ciò che, per definizione, è “eccezionale” in una risposta che il sistema sappia governare con metodo, linguaggio comune e decisioni rapide. Teoria e pratica si sono intrecciate lungo tutta la giornata con un obiettivo preciso, rendere l’emergenza complessa affrontabile attraverso organizzazione, coordinamento e preparazione continua.
Sul tavolo non ci sono stati solo scenari astratti, ma la cronaca degli ultimi anni, dalla pandemia alle guerre e alle tensioni internazionali che riportano al centro il rischio di eventi non convenzionali, fino all’instabilità che genera flussi migratori, maxi-afflussi, incidenti industriali e grandi eventi pubblici.
Preparazione e responsabilità
“Durante la pandemia abbiamo compreso in modo tangibile quanto fosse determinante la preparazione costruita negli anni precedenti sul biocontenimento – ha affermato Fabio Genco, direttore della Centrale Operativa 118 Palermo-Trapani e consigliere dell’Ordine dei Medici di Palermo -. Quella formazione, avviata quando il Covid non era ancora emerso, si è tradotta in una reale capacità di risposta sul campo. Senza quell’addestramento preventivo il sistema avrebbe mostrato fragilità ben più marcate. È per questo che, come Centrale Operativa 118 Palermo-Trapani, continuiamo a investire in maniera strutturata e costante sulla formazione del personale. Anche in stretta sinergia con l’Ordine dei Medici e con percorsi dedicati agli altri operatori del Sistema sanitario nazionale, affinché l’aggiornamento sia condiviso, multidisciplinare e orientato alla massima integrazione operativa”.
“Questo corso è fondamentale non solo per il territorio ma, soprattutto, per l’ospedale – ha aggiunto – Antonio Iacono, direttore del Trauma Center dell’AOOR Villa Sofia – Cervello -. Perché dopo la gestione sul campo i feriti, spesso in maniera massiccia, arrivano in pronto soccorso e lì deve scattare il PEIMAF, il Piano di Emergenza per il Massiccio Afflusso di Feriti. Se non c’è una preparazione condivisa, se non c’è un coordinamento vero tra pronto soccorso, sale operatorie, rianimazione e direzione sanitaria, il rischio è concreto e le vittime possono aumentare in modo esponenziale. Corsi come questo servono anche a risvegliare le coscienze dentro l’ospedale, a rimettere tutti in asse sui piani di emergenza, perché una maxi emergenza non si improvvisa. E, paradossalmente, non si è mai davvero pronti, se non si continua ad allenarsi”.
“La formazione non può fermarsi alla teoria – ha specificato Gaetano Di Fresco, coordinatore infermieristico del 118 Palermo-Trapani -. I protocolli devono essere conosciuti, ma soprattutto applicati in condizioni di pressione. Durante le esercitazioni costruiamo scenari realistici, perché nell’emergenza la capacità decisionale non può essere improvvisata. Bisogna allenarsi a lavorare sotto stress, a coordinarsi tra professionisti diversi e a rispettare ruoli e tempi operativi. Nell’emergenza il tempo è un fattore clinico e la qualità della risposta si misura nei primi minuti. Solo ciò che viene realmente allenato diventa operativo quando il sistema è sotto pressione”.
Scenari complessi e gestione operativa
“Una maxiemergenza non è semplicemente un evento con molti feriti – ha spiegato Biagio Bonanno, responsabile della Sala Operativa SUES Palermo -Trapani e dell’Unità NBCR regionale -. È una condizione di squilibrio tra la richiesta di soccorso e la capacità di risposta del sistema. Quando le risorse disponibili non sono sufficienti a garantire lo standard ordinario di assistenza, cambia completamente l’approccio operativo”.
Nel corso è stato chiarito come la risposta si sviluppi secondo una dinamica bifasica. A una prima fase immediata, caratterizzata dall’invio dei mezzi disponibili e da una valutazione rapida dello scenario, segue una fase differita, in cui vengono mobilitate progressivamente le risorse previste dai piani di emergenza, rimodulando l’intervento in base all’evoluzione dell’evento.
“In quei primi minuti – ha proseguito – la ricognizione è determinante. La comunicazione iniziale alla Centrale Operativa deve essere chiara, strutturata e sintetica. Perché è in quel momento che si comprende se si è di fronte a un evento ordinario o a una maxiemergenza in evoluzione. Da lì in avanti non si ragiona più sul singolo caso, ma sull’insieme del sistema”.
Elemento cardine diventa il triage, inteso come processo clinico dinamico e reiterato lungo tutta la catena dei soccorsipoiché: “Il triage non si esaurisce in una sola valutazione. Va ripetuto, perché le condizioni cambiano e le priorità possono modificarsi. La medicina delle catastrofi impone di utilizzare le risorse disponibili per salvare il maggior numero possibile di vite, ed è una responsabilità che richiede preparazione, lucidità e capacità decisionale sotto pressione”.
NBCR
All’interno delle maxiemergenze, gli scenari Nucleare, Biologico, Chimico e Radiologico (NBCR) rappresentano la declinazione più complessa della gestione operativa, perché il rischio non riguarda soltanto il numero delle vittime ma la natura dell’agente coinvolto e la possibilità di contaminazione secondaria.
“Negli eventi NBCR la priorità è la messa in sicurezza della scena prima ancora dell’intervento sanitario – ha evidenziato Bonanno -. Dobbiamo identificare l’agente coinvolto, delimitare le aree operative distinguendo zona calda, zona tiepida e zona fredda, controllare gli accessi e adottare dispositivi di protezione adeguati al livello di rischio. L’intervento segue una sequenza rigorosa: prima la valutazione del sito e del pericolo, poi il coordinamento con i Vigili del Fuoco, le operazioni di contenimento e decontaminazione e, solo successivamente, la stabilizzazione del paziente in condizioni di sicurezza. In questo quadro è decisiva anche la gestione della Scorta Nazionale Antidoti, perché in alcune esposizioni chimiche la tempestività nella somministrazione incide direttamente sulla prognosi”.

“Gli scenari NBCR possono avere origine accidentale, come negli incidenti industriali o nel trasporto di sostanze pericolose, oppure intenzionale – ha aggiunto -. È proprio questa variabile che impone un approccio diverso rispetto a un’emergenza convenzionale. Non si interviene soltanto sul paziente, ma su un contesto che deve essere governato in modo integrato, con procedure codificate e coordinamento interforze. Ogni fase è interdipendente e la sicurezza complessiva dipende dal rispetto rigoroso dell’intera catena operativa”.
“La Centrale Operativa 118 mantiene la regia sanitaria dell’evento. Negli scenari NBCR, però, le competenze sono nettamente distinte. I Vigili del Fuoco gestiscono la componente tecnica e la valutazione del rischio ambientale. Il sistema sanitario interviene per la stabilizzazione clinica in area sicura. La suddivisione in zone operative non è un passaggio formale, ma la condizione che consente di evitare contaminazioni secondarie e di proteggere operatori e pazienti – ha ribadito -. L’addestramento deve essere continuo perché queste procedure non ammettono margini di improvvisazione. Occorre verificare periodicamente dotazioni, tempi di attivazione e capacità di applicare correttamente la sequenza operativa. In uno scenario NBCR l’errore non si limita a compromettere un singolo intervento, ma può estendere l’evento e aumentarne l’impatto”.
La governance nazionale
La gestione degli eventi NBCR si colloca all’interno di una pianificazione multilivello che coinvolge strutture regionali e sistema centrale. La risposta non si esaurisce nella dimensione territoriale. Ma rientra nel perimetro del Servizio Nazionale della Protezione Civile, con il coordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il contributo del Ministero della Salute per gli aspetti sanitari e il coinvolgimento del Ministero dell’Interno per i profili di sicurezza e per il ruolo delle Prefetture nel raccordo operativo sul territorio. Si tratta di un’architettura pensata per attivarsi in modo scalabile, con passaggi progressivi e un costante coordinamento tra Stato e Regioni.
“In Italia la gestione delle emergenze biologiche ad alta pericolosità e dei trasporti in alto biocontenimento si inserisce in una filiera nazionale ben definita – ha precisato Francesco Bongiorno, esperto nazionale in biosafety e health security -. Il sistema prevede entry point sanitari internazionali, assetti dedicati per il trasporto protetto e strutture di riferimento per il trattamento dei casi complessi. Questo significa che l’intervento non termina sul territorio ma prosegue lungo una catena organizzativa che va dal primo contatto con il paziente fino all’ingresso in sicurezza nei centri specialistici”.
Nel corso della giornata Bongiorno ha illustrato come questa rete operativa si integri con i dispositivi nazionali di protezione civile. Ha spiegato che il sistema dialoga con le strategie di preparedness definite a livello ministeriale. L’obiettivo è garantire standard uniformi e continuità di attivazione su tutto il territorio nazionale.
La logica degli entry point sanitari si applica nei principali aeroporti individuati ai sensi del Regolamento Sanitario Internazionale. Questo modello consente di intercettare eventi sanitari di rilevanza internazionale e di attivare tempestivamente le reti di sorveglianza epidemiologica. Nei casi più complessi vengono avviati percorsi di trasferimento in alto biocontenimento.
Accanto alla componente civile operano assetti delle Forze Armate. Sono strutture progettate per garantire isolamento e sicurezza durante il trasporto di pazienti ad altissimo rischio infettivo.
“La pianificazione nazionale dialoga con i piani pandemici e con i sistemi di sorveglianza coordinati a livello centrale – ha rimarcato -. In questo quadro le Regioni attivano le proprie strutture operative in coerenza con le direttive ministeriali. La biosicurezza non è un ambito isolato, ma parte di un dispositivo che integra prevenzione, risposta clinica e logistica sanitaria. La continuità della risposta dipende dalla capacità di ogni livello istituzionale di attivarsi in modo coordinato e tempestivo”.
Il PEIMAF e la risposta intraospedaliera
Il richiamo di Antonio Iacono alla centralità dell’ospedale trova la sua traduzione operativa nel PEIMAF, il Piano di Emergenza per il Massiccio Afflusso di Feriti. Se sul territorio si gestisce l’impatto immediato dell’evento e a livello nazionale si attiva la filiera di coordinamento, è dentro le strutture sanitarie che si misura la reale capacità di tenuta del sistema.
Il PEIMAF rappresenta, appunto, l’applicazione intraospedaliera della medicina delle catastrofi. Non è un atto formale, ma un dispositivo organizzativo dinamico che consente di riconfigurare rapidamente l’ospedale in caso di afflusso straordinario. Prevede livelli di attivazione progressivi, la ridefinizione delle priorità assistenziali e la rimodulazione degli spazi e delle funzioni in base alla gravità clinica dei pazienti e alla disponibilità di risorse.

L’attivazione comporta, quindi, la centralizzazione delle decisioni, il coordinamento delle sale operatorie e delle terapie intensive, la possibile sospensione delle attività programmabili e l’ottimizzazione dei posti letto. E il triage non si interrompe all’ingresso in pronto soccorso, ma prosegue all’interno della struttura, perché la classificazione iniziale può modificarsi in relazione all’evoluzione clinica.
In questo contesto la comunicazione interna diventa determinante. La direzione sanitaria, pronto soccorso, rianimazione e reparti devono operare secondo procedure condivise e responsabilità chiaramente attribuite. In condizioni di sovraccarico, pertanto, un errore organizzativo può trasformarsi in un fattore di rischio aggiuntivo.
Flussi migratori e pressione strutturale sul sistema
Accanto agli scenari improvvisi, la Sicilia convive con una forma di emergenza che non conosce interruzioni. I flussi migratori nel Mediterraneo centrale hanno trasformato Lampedusa in un presidio sanitario avanzato, primo punto di contatto tra vulnerabilità estrema e sistema dell’emergenza-urgenza regionale. Qui la criticità non si misura soltanto nel numero degli arrivi, ma nella complessità clinica dei pazienti, nelle condizioni fisiche compromesse da traversate prolungate e nel rischio sanitario connesso a contesti di promiscuità e deprivazione.
“La necessità di fronteggiare grandi afflussi migratori, soprattutto a Lampedusa, ha imposto al sistema 118 un adeguamento continuo e strutturale – ha espresso Marco Palmeri, responsabile del Servizio Elisoccorso della Regione Siciliana -. Abbiamo formato il personale all’utilizzo avanzato dei dispositivi di protezione individuale e alle procedure di biocontenimento, perché in questi scenari dobbiamo considerare anche la possibilità di malattie diffusibili e, allo stesso tempo, garantire la massima tutela degli operatori”.

In questo equilibrio delicato, il fattore tempo diventa parte integrante della cura. Il volo in elisoccorso da Lampedusa a Palermo dura circa ottanta minuti. Non è un semplice dato tecnico. È tempo clinico. In quell’arco si decide la stabilità del paziente e si tutela la sicurezza dell’équipe sanitaria.
“Negli ultimi due anni affrontiamo con continuità casi di intossicazione da metacarburi e patologie ematologiche severe correlate alle condizioni estreme dei viaggi – ha attestato Palmeri -. Quegli ottanta minuti non rappresentano solo una tratta aerea, sono tempo terapeutico. Il paziente deve arrivare in condizioni compatibili con il trattamento specialistico e questo richiede stabilizzazione precoce e monitoraggio costante”.
“In questo contesto la variabile tempo è decisiva. Il trasferimento in elisoccorso è parte del trattamento stesso. Per questo il Ministero della Salute ha inviato una camera di alto biocontenimento collocata presso il poliambulatorio di Lampedusa, uno strumento che ci consente di gestire in sicurezza eventuali casi ad alto rischio biologico e di programmare trasferimenti protetti – ha fatto presente -. Anche l’adeguamento degli aeroporti con lotti catastrofi e percorsi dedicati risponde a questa logica di preparedness permanente. Non parliamo di un evento episodico, ma di una pressione strutturale che richiede organizzazione, competenze e visione strategica”.




