L’ultimo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, realizzato da ISPRA, fotografa una tendenza ormai consolidata. Il 2025 è stato il secondo anno più caldo mai registrato per i mari italiani dal 1982. La temperatura media annuale delle acque marine italiane ha raggiunto i 20 °C, con un’anomalia di +1,18 °C rispetto alla media climatologica 1991-2020. Durante l’estate le temperature superficiali hanno superato diffusamente i 26 °C, raggiungendo valori che fino a pochi decenni fa rappresentavano un’eccezione.
La tendenza è confermata anche dalle rilevazioni più recenti dell’Agenzia statale di meteorologia spagnola (Aemet). Alla fine di giugno il Mar Mediterraneo ha registrato temperature fino a 2,6 °C superiori alla norma per il periodo, raggiungendo valori che, secondo l’agenzia, hanno persino superato la media normalmente osservata nella seconda metà di agosto, quando il mare raggiunge abitualmente il suo picco stagionale. Un’anomalia che evidenzia come il bacino mediterraneo stia accumulando calore con sempre maggiore anticipo rispetto al passato. Secondo Aemet, un mare più caldo del normale può favorire una maggiore evaporazione e aumentare l’umidità dell’atmosfera, influenzando le condizioni meteorologiche estive e contribuendo ad accentuare gli effetti delle ondate di calore nelle aree costiere.
La temperatura media annuale delle acque marine italiane ha raggiunto i 20 °C, con un’anomalia di +1,18 °C rispetto alla media climatologica 1991-2020. Durante l’estate le temperature superficiali hanno superato diffusamente i 26 °C, raggiungendo valori che fino a pochi decenni fa rappresentavano un’eccezione. Se questi dati descrivono l’andamento nazionale, la Sicilia rappresenta uno degli osservatori privilegiati del fenomeno. Il Canale di Sicilia è infatti considerato una delle aree del Mediterraneo maggiormente esposte agli effetti del riscaldamento delle acque e alla progressiva tropicalizzazione degli ecosistemi. Costituisce inoltre uno snodo fondamentale sia per l’espansione verso nord di specie già presenti nel Mediterraneo, sia per l’arrivo di specie aliene provenienti dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, un processo favorito dall’aumento delle temperature marine.
Monitoraggi in profondità e sbiancamento algale al Plemmirio
Le conseguenze non sono più soltanto teoriche. I monitoraggi effettuati nell’Area marina protetta del Plemmirio, a Siracusa, nell’ambito del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia insieme ai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, hanno evidenziato temperature anomale anche in profondità. Nel corso delle rilevazioni sono stati registrati valori intorno ai 25 °C fino a 25 metri di profondità, mentre la temperatura è rimasta superiore ai 20 °C fino a circa 40 metri.
Contestualmente sono stati osservati i primi episodi di sbiancamento documentati nell’ambito del monitoraggio su alcune alghe corallinacee e una crescente presenza di specie termofile, cioè organismi che prosperano in acque più calde. Secondo i ricercatori, questi cambiamenti potrebbero modificare progressivamente la composizione delle comunità marine, favorendo alcune specie e mettendone in difficoltà altre più sensibili all’aumento delle temperature. Anche il monitoraggio ambientale condotto da ARPA Sicilia nel Distretto idrografico del Canale di Sicilia conferma l’esistenza di un sistema permanente di osservazione delle acque marine regionali, fondamentale per valutare nel tempo lo stato ecologico e chimico del mare siciliano. Pur non attribuendo automaticamente ogni variazione osservata al cambiamento climatico, questi programmi costituiscono una base scientifica indispensabile per comprenderne l’evoluzione e distinguere le oscillazioni naturali dai cambiamenti di lungo periodo.
L’impatto sul settore ittico e il lavoro dei pescatori
Per i pescatori questo significa confrontarsi con un mare in continua trasformazione. Le specie bersaglio possono cambiare distribuzione, periodo di presenza e abbondanza, rendendo necessario adattare tecniche di pesca e strategie di gestione. I ricercatori del CNR-IRBIM di Mazara del Vallo, uno dei principali centri italiani dedicati allo studio delle risorse marine, monitorano da anni la composizione delle catture della flotta commerciale della Sicilia meridionale, analizzando non solo le specie di interesse commerciale ma anche quelle accessorie e le specie non indigene, con l’obiettivo di comprendere come il cambiamento climatico stia modificando gli ecosistemi e le risorse disponibili per la pesca.
Prudenza degli esperti e incognite sul turismo

Gli esperti invitano tuttavia alla prudenza. L’andamento delle catture non dipende esclusivamente dal riscaldamento del mare, ma anche dalla pressione di pesca, dalle misure di gestione degli stock, dalle correnti marine e da altri fattori ambientali. È proprio per questo che i programmi di monitoraggio scientifico sono considerati fondamentali per distinguere gli effetti del cambiamento climatico da quelli dovuti alle altre dinamiche che influenzano il Mediterraneo.
Per quanto riguarda il turismo, gli effetti diretti sono ancora difficili da quantificare. La comunità scientifica sta monitorando le possibili conseguenze legate all’aumento delle ondate di calore marine, alle possibili alterazioni di alcuni habitat costieri e alla maggiore frequenza di fenomeni come le fioriture algali, ma gli impatti sull’economia turistica siciliana richiedono ancora ulteriori studi. Per la Sicilia il mare non è soltanto un patrimonio naturale da tutelare, ma anche una risorsa economica, sociale e culturale. Comprendere come sta cambiando significa prepararsi agli effetti che il riscaldamento del Mediterraneo potrebbe avere nei prossimi decenni sulla biodiversità, sulla pesca e sulle comunità costiere. Osservare l’evoluzione degli ecosistemi marini permette di comprendere meglio le trasformazioni che potrebbero interessare la Sicilia nei prossimi decenni.




