Carissimi,
Siamo quasi tutti tornati dal periodo delle vacanze, o almeno di quella cosa che continuiamo a chiamare vacanza immaginando che significhi riposo, distacco dalla quotidianità, riconciliazione con la natura e possibilmente anche con il resto dell’umanità.
Il problema è che ognuno si riconcilia a modo suo.
Prendete il tedesco in villeggiatura. Il tedesco non parte, organizza una spedizione. Arriva con una macchina grande e perfettamente attrezzata, biciclette appese dietro, scarpe tecniche, bastoncini, caschi, borracce e strumenti dei quali noi ignoriamo persino la funzione. Perché il tedesco, anche quando va in vacanza, non riposa. Si allena.
Sette giorni di ferie diventano sette giorni di Olimpiadi.
La mattina lo incontrate già in bicicletta mentre si inerpica lungo una salita che voi avete escluso persino guardandola dalla macchina, poi affronta un sentiero di montagna e nel pomeriggio, per rilassarsi, fa cento vasche nella piscina dell’albergo.
A proposito dei sentieri, non fidatevi mai dei cartelli sui quali trovate scritto “15 minuti, percorso facile”. È una trappola organizzata dall’uomo di montagna per selezionare quelli di pianura. Voi partite allegri e dopo quarantacinque minuti, quando non sentite più le gambe e cominciate a considerare il soccorso alpino un servizio di trasporto pubblico, capirete che il concetto di “facile” cambia sensibilmente con l’altitudine.
Rimane però un mistero. Con tutto questo allenamento, con tutte queste biciclette, palestre, piscine e docce perfino negli uffici, uno si aspetterebbe che i tedeschi vincessero qualsiasi competizione sportiva esistente. Invece capita che nel ciclismo vinca un italiano, nello sci un norvegese, nel tennis uno spagnolo. Resta soltanto quella vecchia teoria sul calcio, secondo la quale si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi, anche se negli ultimi tempi pure questa certezza ha avuto qualche problema di manutenzione.
Noi, nel frattempo, continuiamo a considerarci fortunati se in ufficio troviamo l’acqua calda. Figuriamoci una doccia o, nelle estati che ormai sembrano prove generali dell’inferno, una climatizzazione funzionante.
Poi c’è un’altra categoria, quella degli adoratori della SPA.
Sono persone che arrivano in albergo e non vedono una montagna, un bosco o un panorama. Vedono immediatamente sauna, bagno turco, idromassaggio, massaggio tibetano, pietre calde e trattamento rigenerante all’essenza di qualcosa che fino al giorno prima pensavamo fosse un ortaggio. “Abbituati c’erano…..”. Entrano la mattina e potrebbero uscire direttamente per la cena.
Ma la vera meraviglia della villeggiatura rimane u picciriddu scassaminchia.
Il bambino, intendiamoci, non ha colpe. Lui svolge semplicemente il proprio mestiere con professionalità.
Il fenomeno interessante è la trasformazione del genitore, soprattutto quando, arrivato finalmente in vacanza, decide che insieme al computer dell’ufficio può spegnere anche quello della responsabilità genitoriale.
Da quel momento il bambino viene affidato alla collettività.
Corre tra i tavoli, salta sulle poltrone, attraversa la sala ristorante come se stesse disputando i cento metri a ostacoli, urla, canta e sperimenta personalmente i limiti della pazienza umana.
Da lontano arriva ogni tanto una voce.
“Totuccio”. Silenzio.
“Totuccio, fermati!”
Totuccio naturalmente non si ferma.
La madre ha fatto il proprio dovere. Ha pronunciato l’avvertimento. Da quel momento Totuccio appartiene alla collettività.
E allora non serve scomodare filosofi, pedagogisti o comici per comprendere che quasi mai il problema sono i bambini. Il problema, qualche volta, sono quei grandi che li accompagnano e che sembrano avere adottato un metodo educativo rivoluzionario, secondo il quale il figlio deve conoscere il mondo e il mondo, soprattutto, deve conoscere lui.
Infine ci sono gli automobilisti.
Capisco perfettamente che prendere un aereo sia ormai diventato complicato. Tra controlli, file, bagagli, liquidi, cinture, scarpe e metal detector, per salire a bordo manca soltanto che all’ingresso ci chiedano gli esami del sangue.
Così qualcuno decide di partire in macchina.
Mille chilometri.
Con moglie, figli, valigie, borse, ombrelloni, giochi e possibilmente pure il cane.
L’automobilista vero però non cede il volante. Mai. Attraversa mezza Europa con lo sguardo fisso davanti a sé e quando finalmente arriva annuncia trionfante che “in macchina si viaggia meglio”.
Dietro di lui la famiglia viene estratta dall’abitacolo e affidata alla fisioterapia per recuperare progressivamente l’uso degli arti inferiori.
Questa, in fondo, è la vacanza.
Perché si va in ferie? In teoria per staccare, riposarsi, rigenerarsi e tornare sufficientemente in forma da affrontare per un altro anno la solita routine. In teoria, appunto, perché c’è sempre qualcuno convinto che persino il riposo debba essere meritato. E sapete cosa succede, generalmente, quando nella vita degli altri comincia a comparire la parola “merito”: arriva sempre qualcuno con il pallottoliere.
Sergio Marchionne, per esempio, raccontava che quando arrivò alla FIAT, nel 2004, l’azienda perdeva qualcosa come cinque milioni di euro al giorno. Durante il mese di agosto entrò negli uffici e non trovò praticamente nessuno. Domandò dove fossero finiti tutti e gli risposero che erano in ferie. Fu allora che pronunciò quella frase destinata a sopravvivergli: «In ferie da cosa?».
Marchionne, contestava l’idea che una multinazionale in gravissima difficoltà potesse permettersi di fermarsi ad agosto, spegnere il computer e andare al mare, resta un piccolo dato statistico sul quale riflettere. Molti di quelli che nell’agosto del 2004 andarono tranquillamente in ferie sono ancora vivi. Marchionne, che delle ferie non sembrava avere una considerazione particolarmente alta, purtroppo è morto.
Non significa assolutamente nulla, sia chiaro, però io, nel dubbio, le ferie me le sarei fatte.
R.I.P. Sergio Marchionne.
Un abbraccio e bentornati dalle vostre vacanze, anche se in qualche caso “chini di debbiti”.
Epruno




