Carissimi
L’odio, sentimento antico quanto l’uomo, certamente. Ma bisogna riconoscere ai social un merito non trascurabile: essere riusciti a industrializzarlo.
Le menti un po’ più raffinate – o che tali si ritenevano – all’inizio guardarono questi strumenti con una certa diffidenza. Sembravano la grande occasione concessa a chi non aveva mai avuto nulla da dire per poterlo finalmente dire a tutti. E, possibilmente, dirlo male.
Poi, però, ci siamo cascati quasi tutti, perché il gioco era divertente, era una grande piazza, una vetrina, qualche volta un acquario nel quale osservare una curiosa rappresentazione dell’umanità. Potevi ritrovare un vecchio amico, incontrare una persona interessante, scoprire qualcuno con cui condividevi quelle che una volta, con espressione assai più elegante di “mettere un like”, chiamavamo affinità elettive.
E poi c’era la vanità. Quella innocente e comprensibilissima voglia di dire: guardate, ho fatto questa cosa. Ho raggiunto questo risultato. Ho scritto un libro. Ho ricevuto un premio. Sono stato qui. Ho incontrato quello. Niente di terribile. Da quando esiste l’uomo esiste il desiderio di raccontarsi. I social hanno soltanto fornito un palcoscenico con platea permanente.
Poi arrivarono loro. I famosi leoni da tastiera. Personaggi che, protetti da nomi improbabili, fotografie di gattini, tramonti o guerrieri spartani, potevano spiegarti che eri un cretino, un venduto, un delinquente o tutte e tre le cose insieme.
Una cosa non l’ho mai capita. Se vogliamo partecipare alla piazza pubblica, perché dovrebbe esserci consentito entrarvi con un passamontagna? Vuoi insultarmi? Benissimo. Almeno abbi la cortesia di dirmi chi sei. Ci metto la faccia io, mettici la faccia tu.
Ma quello era soltanto l’inizio. Perché un tempo l’odio social sembrava riservato soprattutto ai personaggi pubblici. Politici, giornalisti, attori, calciatori. Oggi la democratizzazione è finalmente compiuta: si insulta chiunque.
Non importa conoscere una persona. Non importa conoscere i fatti. E soprattutto non importa avere qualcosa da dire. L’importante è partecipare alla lapidazione.
Dato ormai per assodato che il Presidente del Consiglio sia una putt…., il suo avversario pure, il ministro un ladro, il giornalista un servo, il medico un assassino e quello che la pensa diversamente da noi inevitabilmente un coglione, possiamo magari porci una domanda?
Ma di che cosa stiamo parlando? Perché il fenomeno più straordinario dei social non è avere dato voce a chi non sapeva. È avere regalato a moltissimi la certezza di sapere tutto.
Leggono tre righe e conoscono un processo. Guardano trenta secondi di video e diventano epidemiologi. Un post sull’Ucraina e sono strateghi militari. Due fotografie da Gaza e possono risolvere un conflitto che dura da generazioni.
La consapevolezza di non sapere un caz.., che dovrebbe essere il primo gradino dell’intelligenza, sembra definitivamente passata di moda.
Ma c’è qualcosa che mi disturba persino più degli sconosciuti. Sono i conosciuti. Persone incontrate magari proprio grazie a questa straordinaria piazza virtuale, apprezzate negli anni, con le quali pensavi di condividere sensibilità, ironia, educazione.
Poi arriva il post giusto. E scopri un’altra persona. La vedi insultare una donna per il suo aspetto, augurare la morte a un politico, gioire della disgrazia di qualcuno soltanto perché appartiene alla tribù avversaria.
E confesso che questo mi fa male. Forse perché gli sconosciuti possono deluderti poco. Gli amici, anche quelli virtuali, molto di più.
E allora viene una domanda inevitabile: vale ancora la pena giocare? Non lo so.
So soltanto che c’è un tempo per tutto. Anche per le cose che ci hanno divertito molto. Forse arriverà il giorno di appendere le scarpette social al chiodo e cercare un altro campo. Nel frattempo ne è comparso uno nuovo: l’intelligenza artificiale. Fa paura, incuriosisce, sbaglia, sorprende. Non sappiamo ancora dove ci porterà. Ma possiede almeno una virtù che questa vecchia piazza sembra avere progressivamente smarrito. Ti fa venire voglia di fare domande.
E, di questi tempi, tra milioni di persone che hanno soltanto risposte, non è poco.
Un abbraccio, Epruno.




