“Sono nata a Marsala e vivo a Messina da molti anni. Amo la mia terra, il suo mare, la sua luce, ma anche il suo silenzio: è da lì che nasce gran parte del mio immaginario, sospeso tra realtà e mistero”.
Così, la scrittrice Virginia Spanò racconta in una intervista telefonica a ilSicilia.it il suo primo romanzo “Profumi e Graffi”. Una scoperta, un passaggio di confine, una presa di consapevolezza che prende vita da un incontro emotivo con un territorio. È stato un percorso nuovo, intenso, “che mi ha fatto capire quanto le parole possano diventare un modo per conoscersi e per trasformare le emozioni in qualcosa che resta”.
“Questo è il mio primo libro, non avevo mai scritto nulla ed è stata una sorpresa anche per me. Il protagonista è un investigatore siciliano, però non è ambientato nella nostra terra. La Sicilia arriva al lettore attraverso Andrea Greco. Il libro è un giallo che spiega due dimensioni ben precise. Una è quella dell’indagine, l’altra è correlata al percorso interiore di Andrea Greco, trasferito ad Ascoli Piceno dove si troverà ad affrontare questa indagine molto complicata”.
“Scrivo quasi sempre a casa, nel silenzio. È il luogo dove mi ritrovo e dove tutto prende forma: i sogni, le parole, i ricordi, le ombre e la luce delle storie che voglio raccontare”. Ecco come tutto è iniziato.
“Tutto ha avuto inizio leggendo un articolo sulle leggende italiane: lì ho scoperto Ascoli Piceno e i Monti Sibillini nelle Marche e da quel momento ho cominciato ad attraversarli mentalmente, attraverso le parole, le immagini, le voci di chi quei luoghi li abita davvero. Mi ha colpito il loro fascino antico, questa bellezza mai rassicurante, fatta di nebbia, silenzi e vento. Un vento che non smette mai di interrogare, di scuotere: non soltanto la natura che lo circonda, ma anche l’io più profondo. Quando ho sentito l’esigenza di scrivere una storia, ho capito che questi luoghi e i loro elementi non potevano limitarsi a fare da sfondo, ma dovevano entrare nella narrazione come una presenza viva, capace di influenzare eventi e personaggi. Lo scorrere delle immagini nella mia mente fanno sicuramente da sfondo, poi si arriva all’evoluzione di quelle immagini in personaggi, in luoghi come i Monti Sibillini, Ascoli Piceno, le leggende prendono vita assieme a questa atmosfera molto misteriosa. La prima parte l’ho scritta di getto, una bozza che ho scritto per me. Infatti, è stata conservata in un cassetto per tanto tempo, però ogni tanto ci ripensavo fino a quando poi l’ho ripresa, ho riletto quello che avevo scritto e ho deciso di approfondirlo. C’è sicuramente una parte a cui tengo molto, perché la storia parla di un crimine però parla anche di fragilità, di verità negata e di manipolazione. La ferita della memoria è proprio quella familiare, il dolore che non viene nominato, il trauma che viene minimizzato e negato e ciò che non viene raccontato si riflette nel presente in modo prepotente”.
“Profumi e Graffi non è solo un giallo. Al suo interno convivono due dimensioni”.
Da un lato c’è il protagonista con la sua indagine, Andrea Greco, un ispettore di origini siciliane trasferito ad Ascoli Piceno. Qui si trova ad affrontare un caso complesso che inizia con il ritrovamento di un cadavere nel Lago di Pilato, sui Monti Sibillini. Il lago è legato alla leggenda secondo cui vi sarebbe stato gettato il corpo di Ponzio Pilato e, nel Medioevo, fu considerato un luogo magico e demoniaco, frequentato da negromanti e stregoni, avvolto da un alone di mistero che ancora oggi lo rende affascinante. È una leggenda che parla di potere, riti proibiti, paure collettive e verità deformate. Nel romanzo diventa uno strumento per leggere i comportamenti dei personaggi e mostrare come la realtà possa essere manipolata e piegata per giustificare il male. All’interno di questa dimensione investigativa si susseguono omicidi brutali, simbolismi e leggende che si sovrappongono.
“Ci sono diversi elementi che segnano l’investigatore, facendo riaffiorare il suo passato. Il vento diventa un personaggio nel libro, che lo scuota e lo interroga continuamente e fa emergere in lui le ferite di questo passato che pensava di avere sepolto. L’indagine funziona quasi come una terapia per lui. Un uomo che è in transito, tra la Sicilia e le Marche, tra passato e presente. Vorrebbe lasciarsi alle spalle le sue ferite, ma il passato ritorna nei suoi ricordi, nei profumi e arriva al lettore insieme alla sua Sicilia, soprattutto attraverso i sogni. Perché proprio il mondo dei sogni – un aspetto anche questo molto importante – diventa non solo uno strumento di indagine, ma anche il luogo dove riemergono le sue paure e quelle ferite mai rimarginate”.
La ricerca della verità – anzi, delle verità – conduce Andrea nel cuore dei Sibillini, dove storia e leggenda si sfiorano. Ed è tra le gole dei monti, le strade silenziose di Ascoli e lo spazio fragile del suo inconscio che scopre come il male possa assumere il volto di chi dovrebbe proteggere. Comprende allora che la verità non è soltanto un traguardo dell’indagine, ma anche un territorio interiore che fa paura attraversare. I due piani narrativi si intrecciano con le ambientazioni, che influenzano a ogni passo la percezione e le scelte del protagonista: i Monti Sibillini, sospesi tra storia e mito, e la Sicilia, che continua ad attirarlo a sé. Il cuore del romanzo è il confronto tra Andrea Greco e il personaggio del male, “l’angelo caduto”.
Entrambi conoscono il dolore, entrambi hanno sperimentato la perdita. La differenza sta nella scelta. Andrea tenta di dare un senso al caos, di proteggere, di ricostruire. L’angelo caduto, invece, usa il dolore come strumento di potere, trasformandolo in dominio sugli altri. È l’eterna lotta tra bene e male: due uomini segnati dalla sofferenza, ma capaci di compiere scelte opposte.
“E’ una leggenda che parla di potere, di riti proibiti, di paure collettive. L’utilizzo che ne faccio non è proprio come elemento fantastico, ma ne parlo in chiave simbolica per comprendere il volto del male. E’ proprio uno strumento per leggere i comportamenti dei personaggi, per far capire come la realtà può essere manipolata e piegata in modo da giustificare proprio l’intento malefico”.
La manipolazione assume qui una forma particolarmente crudele: il tentativo di riscrivere la verità su misura, interpretando il disegno di Dio. Ogni capitolo del romanzo si apre con una citazione biblica. Non per dare un tono religioso al testo, ma per mostrare quanto possa essere sottile e pericolosa la manipolazione del sacro quando viene piegato a scopi personali. Molte citazioni provengono da Isaia e dall’Apocalisse, testi che parlano di caduta, potere, abisso e giudizio. Ma dove la Bibbia parla di punizione, alcuni intravedono l’ascesa; dove parla di condanna, vedono elezione. Nel romanzo la Bibbia diventa così uno specchio deformato, attraverso cui il male si racconta come bene. Ed è lì che nasce il vero orrore. Gli effetti della manipolazione sono una vera e propria riscrittura della verità, che agisce sulla memoria, sui corpi e sulle relazioni. È manipolazione quando il passato viene deformato per sopravvivere, quando la fiducia viene usata come arma, quando il dolore femminile viene delegittimato e trasformato in debolezza. È manipolazione quando il sacro viene utilizzato per giustificare il potere e silenziare le vittime. Andrea Greco si muove in questo spazio ambiguo come una figura controcorrente. La sua fragilità e la sua empatia lo rendono capace di vedere ciò che altri scelgono di ignorare. La verità che cerca non è soltanto quella dei fatti, ma anche quella delle ferite invisibili.
La figura della donna è un altro elemento chiave analizzato nel libro Profumi e Graffi.
“C’è una lei nel suo passato, che è la madre, ma c’è una lei anche nel presente. Andrea Greco è sicuramente un uomo complesso che vive una scissione tra la realtà investigativa e quella emotiva, due realtà che scorrono parallele, ma che a volte si sfiorano e poi si scontrano. Sono i suoi ricordi il lato più oscuro, che riaffiorano e si mescolano col presente e lo costringono a interrogarsi”.
“Dalla ferita della memoria si passa alla ferita del corpo perché il mio protagonista non è un personaggio perfetto, né un eroe perfetto. Al contrario: è un uomo debole. Ha delle sue insicurezze, soffre di attacchi di panico, di ansia, ha un forte problema della sfera notturna. Queste ferite non sono sicuramente delle fragilità innate, sono piuttosto un linguaggio di un corpo che ha mentito alla sua mente, quindi è stato educato a non fidarsi più di se stesso. L’ultima ferita che ci accompagna da secoli è la ferita femminile perché dietro questa trama e dietro tutti i suoi misteri c’è uno sguardo sul lato scuro dell’animo umano. C’è uno sguardo su quello che accade quando ci rivolgiamo a qualcuno. Quel qualcuno che, anziché aiutarci, alla fine sarà la causa del nostro dolore. La fiducia tradita diventa uno strumento di controllo terribile”.
“La manipolazione assume un aspetto molto crudele in questo caso perché nel romanzo l’intento malvagio sta proprio nel pretendere di riscrivere la verità su misura. Nel libro metto in atto una reinterpretazione del disegno di Dio, il romanzo narra molti aspetti esoterici oltre a queste leggende che si incrociano. Per ogni capitolo c’è una citazione biblica che ho preso dall’Apocalisse e da Isaia e l’ho fatto per sottolineare quanto sia pericolosa questa manipolazione del sacro, quando avviene appunto per scopi personali. Quindi laddove la Bibbia parla di giudizio, c’è chi intravede l’ascesa. Laddove la Bibbia parla di condanna, c’è chi intravede l’elezione. Quindi la Bibbia diventa uno specchio attraverso cui il male si racconta come bene ed è lì che poi comincia proprio l’orrore. La fede è oggetto di manipolazione, è letta a proprio piacimento”.
“Si crea uno specchio che mette a confronto il protagonista e l’angelo caduto. La persona rispecchia il male. Entrambi hanno conosciuto il dolore, entrambi hanno sperimentato la perdita, però la differenza sta nelle scelte che hanno fatto. Quindi uno dei due decide di riprovare a costruire, ad aiutare e l’altro invece usa il dolore per esercitare il potere”.
La fantasia da un lato, l’aspetto autobiografico dall’altro. Virginia Spanò si racconta nel suo libro, ma solo per alcuni aspetti.
“Mi sono appassionata, quindi ho cominciato veramente a raccogliere delle informazioni pensando di andare a passare un weekend ad Ascoli, e poi man mano che invece le ricerche si infittivano, ho scoperto dei luoghi che hanno un fascino veramente meraviglioso. E lì la fantasia ha fatto da padrona, ho messo anche qualcosa di mio. C’è qualcosa che un po’ mi coinvolge, ho esorcizzato delle cose che mi porto dietro anch’io. Ovviamente si tratta di una storia di finzione però il tocco personale c’è”.
Il giallo “Profumi e Graffi” è stato già presentato a Messina, a Marsala, a Bergamo, ad Ascoli Piceno dove il libro è ambientato. “Mi hanno accolto davvero con affetto ed entusiasmo e adesso ricomincerò con nuovi incontri. Voglio fare una presentazione a Palermo e a Milano, altre tappe sono previste in primavera. Non mancherà un sequel”.
Una peculiarità da raccontare ai lettori?
“Mi affascinano gli scrittori del Nord Europa, la loro capacità di raccontare paesaggi interiori attraverso atmosfere fredde, essenziali, quasi sospese. Amo quella letteratura che lascia filtrare la crepa tra il visibile e l’invisibile, tra la logica e ciò che non si può spiegare, dove il reale si incrina e lascia intravedere altro“.




