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Referendum, Guzzetta: “La sfida è tra due Si. Non c’è nessuna rivoluzione eversiva”

venerdì 2 Dicembre 2016

Dopo aver riportato il parere sul Referendum di domani, 4 dicembre, del professore Gaetano Armao riportiamo uno scritto del costituzionalista Giovanni Guzzetta autore del libro “Italia si Cambia”.

LA LETTERA

 

“E dunque, siamo arrivati al momento decisivo. Domenica prossima, 4 dicembre, gli italiani approveranno o respingeranno la riforma costituzionale varata dal Parlamento lo scorso mese di aprile. Il primo sentimento che dovrebbe accomunare tutti è quello della speranza. La speranza che finalmente il dibattito possa concentrarsi sul merito, in modo che ciascuno possa decidere in coscienza. Fino a questo momento, è  stato più uno scontro elettorale, tra maggioranza ed opposizione, che un confronto sul futuro della nostra Costituzione. Ciò è veramente paradossale e francamente inaccettabile. Sono decenni che si discute di riforme della Costituzione, sono state istituite svariate commissioni, messi in piedi diversi comitati e gruppi di lavoro. E proprio nel momento in cui vi è la possibilità di decidere qualcosa, non se ne riesce a parlare, perché la politica ha preso in ostaggio la questione, declinandola nell’unico modo che sa fare: uno scontro, di corto respiro, tra fazioni.
La prima cosa da dire allora, forte è chiara, è che questa decisione non è più della politica, questa decisione è ormai dei cittadini. Solo i cittadini hanno il potere di dire Sì o No. La politica da sola non ce l’ha fatta, tant’è che siamo arrivati al referendum. E se la decisione è dei cittadini, i cittadini meritano rispetto. Non possono e non vogliono lasciarsi incasellare nelle casacche che i partiti vorrebbero loro imporre. Ma sopratutto non possono accettare che nessuno si intesti l’esito del referendum. Sarà una decisione da imputare a tutti indistintamente coloro che l’avranno compiuta, sia che vinca il Sì sia che vinca il No. Non certo una decisione del governo o dell’opposizione. Nel merito, sono rispettabili le opinioni di tutti, ovviamente. Purché motivate nel merito e non per partito preso.

La seconda considerazione di ordine generale da compiere può essere espressa con un paradosso apparente. L’alternativa in gioco in realtà non è tra un No ed un Sì, ma è tra due Sì. Un sì al cambiamento nella direzione della riforma, un sì al mantenimento della situazione attuale. Non ci sono terze vie. Dopo quarant’anni di tentativi, affermare che il No di oggi possa essere l’anticamera di un Sì ad una migliore riforma domani, rappresenta nel migliore dei casi un’ingenuità priva di senso della realtà, e nel peggiore un’ipocrisia in malafede. Sicuramente sulla carta possiamo pensare a straordinari paradisi costituzionali da realizzare in futuro, ma la politica si fa nell’orizzonte del possibile e oggi l’unica cosa possibile è questa. Mentre la storia ci insegna che le alternative non sono realisticamente a portata di mano.

E veniamo al merito. Non si può qui discutere naturalmente ogni dettaglio. Ci sono però due ragioni che mi hanno convinto a sostenere il Sì. Questa riforma infatti elimina due anomalie assolute che caratterizzano il nostro sistema istituzionale. La prima è che, attualmente, l’Italia è l’unico Paese al mondo che ha un sistema parlamentare con un bicameralismo assolutamente paritario, in cui entrambe le Camere hanno le stesse competenze e danno entrambe la fiducia al governo, con relativa instabilità quando nelle due Camere vi siano maggioranze diverse. La seconda anomalia è quella per cui attualmente l’Italia è l’unico Paese al mondo che, pur avendo un sistema costituzionale di autonomie territoriali (le Regioni), non ha una seconda Camera che rappresenti tali autonomie. La riforma interviene su entrambi i punti, ristabilendo la simmetria con le grandi democrazie contemporanee. Il Senato diviene l’organo di rappresentanza dei territori e non dà più la fiducia al governo. Ciò significa maggiore stabilità degli esecutivi, perché si evita la possibilità di maggioranze diverse tra l’una e l’altra Camera (come è successo in Italia dal 1994, in 5 legislature su 7) e consente alle Regioni di interloquire con lo Stato a livello centrale in una sede costituzionale, appunto il Senato.
Si può discutere su questo e su altri aspetti presenti nella riforma. Quel che è certo è che non si tratta di una rivoluzione eversiva, ma dell’allineamento a quello che accade nelle grandi democrazie. Se non lo si vuole, scelta legittima, bisogna però riconoscere che si sta dicendo un diverso sì: un sì all’esistenza, un sì allo status quo, un sì all’immobilismo. Di questo, ogni cittadino dovrà essere perfettamente consapevole”

Giovanni Guzzetta – Costituzionalista e Coordinatore del Comitato Referendario Insìeme Sì Cambia

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