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Il paradosso

Remigrazione, la parola che cresce mentre la Sicilia si svuota

venerdì 19 Giugno 2026

Ci sono parole che descrivono la realtà e parole che finiscono per orientare il dibattito pubblico. Negli ultimi mesi una di queste è senza dubbio “remigrazione“. Un termine che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente ai movimenti identitari europei e che oggi è entrato stabilmente nel lessico politico italiano. A contribuire in maniera decisiva alla sua diffusione è stato sicuramente Roberto Vannacci, eurodeputato e leader del movimento Futuro Nazionale, che ne ha fatto uno dei punti centrali della propria proposta politica. “Non abbiamo un programma per l’immigrazione, abbiamo un programma per la remigrazione“, ha dichiarato Vannacci in più occasioni. Durante il Remigration Summit organizzato a Gallarate nel maggio 2025 ha inoltre definito la remigrazione “una proposta concreta” e non uno slogan.

Ma cosa significa davvero questa parola? E perché trova sempre più spazio nel dibattito pubblico proprio in una regione come la Sicilia, che continua a perdere popolazione anno dopo anno?

Una parola prima ancora che una politica

La remigrazione non è una categoria giuridica riconosciuta né una misura prevista dagli ordinamenti europei. Il termine nasce negli ambienti identitari francesi e tedeschi e indica, nelle sue formulazioni più generali, il ritorno degli immigrati nei Paesi d’origine. Le interpretazioni però cambiano sensibilmente. Per alcuni sostenitori il concetto riguarda principalmente il rimpatrio degli stranieri irregolari, per altri comprende anche immigrati regolari e persone naturalizzate. Proprio questa vaghezza rappresenta uno degli elementi più interessanti del fenomeno. Più che una proposta amministrativa dettagliata, la remigrazione appare come una parola capace di concentrare una serie di inquietudini contemporanee quali sicurezza, integrazione, cambiamenti culturali, crisi economica, trasformazioni dei quartieri e percezione di perdita dell’identità. La forza del termine sembra quindi risiedere soprattutto nella sua capacità evocativa, e nell’aver saputo intercettare quello che ad oggi sembra essere un malcontento diffuso.

Il paradosso siciliano

Osservando i dati demografici della Sicilia emerge però un quadro che rende il dibattito ancora più complesso. Secondo gli ultimi dati del Censimento permanente dell’Istat, al 31 dicembre 2024 la popolazione residente nell’isola è scesa a 4.787.390 abitanti. In un solo anno la Sicilia ha perso 9.969 residenti. Ancora più significativo è il dato relativo alle nascite. Nel 2024 sono stati registrati appena 33.660 nuovi nati, uno dei livelli più bassi mai rilevati nell’isola. Il confronto con il passato racconta la portata di un fenomeno che non accenna a fermarsi. All’inizio degli anni 2000 in Sicilia nascevano oltre 52 mila bambini l’anno. In poco più di vent’anni le nascite si sono ridotte di oltre un terzo. La diminuzione della popolazione si accompagna inoltre a un progressivo invecchiamento. Secondo l’Istat, l’età media dei siciliani ha raggiunto i 45,7 anni e l’indice di vecchiaia è salito a circa 193 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni. Un dato che fotografa una regione sempre più anziana e con una base demografica sempre più ristretta. Il fenomeno non è episodico. Da oltre un decennio la Sicilia sperimenta una costante erosione demografica alimentata da due fattori quali il saldo naturale negativo, cioè più morti che nascite, e la continua emigrazione di giovani verso il Centro-Nord e l’estero. Alla denatalità si aggiunge infatti la fuga dei giovani. Le analisi della Svimez mostrano come il Mezzogiorno continui a perdere migliaia di residenti in età lavorativa e molti laureati ogni anno. La Sicilia è tra le regioni maggiormente interessate da questo fenomeno, che contribuisce ad accelerare l’invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro disponibile.

Le aree interne che si svuotano: l’altra faccia dei numeri

Gli effetti della crisi demografica risultano ancora più evidenti nelle aree interne dell’isola. Da anni numerosi comuni dell’entroterra siciliano registrano una costante perdita di popolazione. In diversi casi il calo supera il 20 o il 30 per cento rispetto ai primi anni 2000 . Un fenomeno che interessa soprattutto le province di Enna, Caltanissetta e Agrigento, ma anche numerosi centri dei Nebrodi, delle Madonie e dei Sicani. In questi territori la diminuzione dei residenti produce conseguenze concrete: scuole che chiudono per mancanza di studenti, servizi che si riducono, attività economiche che faticano a trovare ricambio generazionale e una crescente difficoltà nel mantenere vivo il tessuto sociale delle comunità locali.

Nello stesso periodo la popolazione straniera residente in Sicilia è aumentata. Secondo l’Istat, nel 2024 gli stranieri residenti hanno raggiunto quota 206.753, quasi 10 mila in più rispetto all’anno precedente. Rappresentano il 4,3 per cento della popolazione regionale. Si tratta di una crescita significativa ma insufficiente a compensare il declino demografico complessivo. In altre parole, la Sicilia non sta crescendo grazie all’immigrazione. Sta continuando a perdere abitanti. Un dato appare particolarmente significativo. Nonostante la centralità della Sicilia nelle rotte migratorie del Mediterraneo, la quota di stranieri residenti nell’isola resta nettamente inferiore alla media nazionale, che supera il 9 per cento. È questo il paradosso che emerge dai numeri. Mentre prende forza una parola che richiama l’idea di ridurre la presenza degli stranieri, la Sicilia affronta una crisi demografica caratterizzata da meno nascite, più anziani e meno giovani.

Il successo di una semplice parola

Per comprendere il fenomeno della remigrazione forse non basta guardare ai flussi migratori. Bisogna osservare il linguaggio politico. Nel corso della storia alcune parole hanno avuto successo perché sono riuscite a sintetizzare problemi complessi in formule semplici e immediatamente comprensibili. La remigrazione sembra appartenere a questa categoria. Il termine consente di racchiudere in un’unica espressione questioni molto diverse tra loro quali immigrazione irregolare, integrazione, sicurezza urbana, trasformazioni culturali e percezione del cambiamento sociale. Che si condivida o meno questa visione, il successo della parola rappresenta un fatto politico e culturale. La vera domanda, allora, potrebbe non essere soltanto cosa sia la remigrazione, ma perché una parte crescente dell’opinione pubblica senta il bisogno di utilizzarla. E in Sicilia questa domanda assume una sfumatura particolare. Mentre la regione invecchia, perde giovani e vede spopolarsi molte delle proprie aree interne, nel dibattito pubblico prende piede una parola che propone di ridurre la presenza degli stranieri, i quali rappresentano appena il 4,3 per cento della popolazione regionale. Un fenomeno che racconta una realtà più complessa di qualsiasi slogan e che probabilmente rappresenta una delle sfide decisive per il futuro dell’Isola.

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