Carenza di medici, infermieri e specialisti, difficoltà nel garantire continuità assistenziale e una popolazione detenuta con bisogni sanitari sempre più complessi. È il quadro emerso dal confronto sulla medicina penitenziaria promosso a Villa Magnisi dall’Ordine dei medici di Palermo, dove professionisti e istituzioni hanno analizzato le criticità di un sistema chiamato ogni giorno a garantire il diritto alla salute all’interno degli istituti penitenziari. L’incontro si inserisce nel percorso avviato dal tavolo tecnico sulla medicina penitenziaria, nato con l’obiettivo di affrontare le principali problematiche organizzative e assistenziali del settore, a partire dalla disponibilità di personale e dalla necessità di rafforzare il coordinamento tra sanità e amministrazione penitenziaria.
Al confronto hanno partecipato il presidente dell’Ordine dei medici di Palermo Toti Amato, il direttore generale dell’Asp di Palermo Alberto Firenze, il segretario provinciale della Fimmg Palermo Luigi Galvano, il coordinatore regionale della rete di medicina penitenziaria Fabrizio Scalici, responsabile dell’area sanitaria della Casa circondariale Pagliarelli, e Gaetano Anello, direttore sanitario del carcere Ucciardone.
La principale difficoltà riguarda la possibilità di garantire un’assistenza adeguata rispetto alle necessità delle persone detenute. La carenza di professionisti incide sulla presenza stabile negli istituti e sulla capacità di assicurare un numero sufficiente di prestazioni rispetto alle esigenze quotidiane. Una situazione resa ancora più complessa dall’aumento delle patologie croniche, delle dipendenze e dei disturbi psichiatrici, che richiedono percorsi di cura continui e una presa in carico multidisciplinare. Il rapporto tra personale disponibile e bisogni assistenziali rende quindi sempre più complesso garantire continuità e qualità delle cure.
Un altro aspetto riguarda la continuità del servizio. Quando un medico o un altro professionista lascia l’incarico, il carico di lavoro ricade sugli operatori presenti e diventa più complicato garantire visite, controlli e follow up, soprattutto per le persone più fragili. La medicina penitenziaria, infatti, non può essere considerata una semplice attività ambulatoriale, perché richiede competenze specifiche e un’organizzazione capace di integrare assistenza sanitaria, sicurezza e gestione di situazioni complesse.
I numeri
Prima ancora della carenza di personale sanitario, gli istituti penitenziari devono fare i conti con il sovraffollamento. Una condizione che incide direttamente sull’organizzazione della vita detentiva e sulla possibilità di garantire assistenza adeguata. Una maggiore presenza di persone rispetto ai posti disponibili aumenta infatti la pressione sui servizi sanitari, richiede più interventi, più controlli e una gestione ancora più complessa delle situazioni fragili.
Attualmente, secondo i dati del Ministero della Giustizia rilasciati il 30 giugno 2026, negli istituti penitenziari siciliani erano presenti 7.135 detenuti. A fronte di una capienza regolamentare di 6.440 posti. Il tasso di affollamento superava quindi il 100%, con 695 persone in più rispetto alla disponibilità prevista.
La situazione riguarda anche Palermo. Il Pagliarelli ospitava 1.428 detenuti a fronte di 1.166 posti regolamentari, mentre all’Ucciardone si contavano 580 presenze per 569 posti. Numeri che incidono sull’organizzazione sanitaria quotidiana, perché aumentano la richiesta di visite, terapie, controlli specialistici e interventi di presa in carico.
Un sistema complesso
La medicina penitenziaria si confronta ogni giorno, però, con una doppia dimensione, quella sanitaria e quella della sicurezza. Dal 2008, infatti, la tutela della salute in carcere è passata al Servizio sanitario nazionale, mentre la gestione degli istituti, della sicurezza e degli aspetti custodiali è rimasta in capo all’amministrazione penitenziaria. Un modello che dovrebbe richiede un dialogo costante tra due sistemi con responsabilità diverse, da una parte il personale sanitario, chiamato a garantire cure e presa in carico, dall’altra l’amministrazione penitenziaria, che deve assicurare le condizioni per lo svolgimento dell’attività assistenziale nel rispetto delle esigenze di sicurezza.
Proprio questa particolarità rende il lavoro sanitario in carcere diverso rispetto alla medicina territoriale. Il medico penitenziario deve occuparsi di prevenzione, gestione delle patologie croniche, urgenze, medicina generale e aspetti medico legali, operando in un ambiente nel quale la relazione di cura si sviluppa secondo modalità specifiche. Non si tratta quindi di una semplice attività ambulatoriale, ma di un settore ad alta complessità assistenziale che richiede competenze multidisciplinari e un’organizzazione capace di integrare professionalità diverse.
Una complessità che riguarda anche il rapporto quotidiano tra operatori sanitari, polizia penitenziaria e amministrazione degli istituti, come spiegano Scalici e Anello evidenziando che: “La medicina penitenziaria opera in una realtà complessa, nella quale devono collaborare personale sanitario, polizia penitenziaria e amministrazione degli istituti. Gli organici insufficienti ostacolano la continuità delle cure e aggravano notevolmente il lavoro quotidiano. Servono formazione comune, protocolli chiari e una maggiore integrazione tra competenze mediche, infermieristiche, psicologiche e psichiatriche. Altrettanto rilevanti sono l’igiene ambientale, la ventilazione e la climatizzazione, requisiti indispensabili per proteggere la salute all’interno di strutture chiuse e ad alta densità”.
Questa organizzazione rende ancora più importante garantire percorsi assistenziali uniformi. Una persona detenuta può essere trasferita da un istituto all’altro per motivi giudiziari o organizzativi e deve poter proseguire terapie e controlli senza interruzioni. Per questo servono procedure condivise e un collegamento stabile tra istituti, servizi territoriali e strutture specialistiche, affinché la qualità dell’assistenza non cambi in base al carcere nel quale si trova la persona.
Salute mentale e REMS
Tra le criticità che richiedono particolare attenzione vi è anche la salute mentale, poiché la presenza di persone con disturbi psichici, dipendenze o condizioni di particolare fragilità rende ancora più complessa la presa in carico sanitaria all’interno degli istituti penitenziari. Gli psichiatri sono una delle figure più difficili da reperire nel sistema sanitario pubblico, e questa carenza pesa ancora di più in carcere, dove gli interventi richiedono continuità, tempo e un lavoro integrato con gli altri professionisti.
All’interno degli istituti penitenziari, una delle conseguenze più delicate della fragilità psichica riguarda il rischio suicidario. Fenomeno complesso, che non può essere ricondotto a una sola causa, ma nasce dall’intreccio di fattori personali, familiari, giudiziari e sanitari. La condizione detentiva, la perdita dei riferimenti abituali, l’isolamento, la presenza di disturbi psichici o di dipendenze possono aumentare la vulnerabilità della persona e richiedono quindi strumenti di prevenzione e percorsi di presa in carico adeguati. È proprio in ragione di questa particolare vulnerabilità che la detenzione comporta una responsabilità aggiuntiva per lo Stato. Quando una persona è privata della libertà, infatti, l’amministrazione deve garantire non solo la custodia, ma anche la tutela della salute, condizioni adeguate di vita e tutti gli interventi necessari a proteggere la persona durante il percorso detentivo.
Un capitolo specifico riguarda gli autori di reato con disturbi psichici, dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e il passaggio al sistema delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Si tratta di strutture sanitarie dedicate alle persone sottoposte a misure di sicurezza detentive per fatti commessi in presenza di disturbi mentali, con l’obiettivo di garantire percorsi terapeutici e riabilitativi. In Sicilia sono presenti solo due REMS, quella di Caltagirone e quella di Naso, con una dotazione complessiva di 40 posti letto.
La disponibilità dei posti rappresenta però uno degli elementi che condizionano la capacità del sistema di rispondere alle necessità, insieme all’organizzazione dei servizi territoriali e alla possibilità di garantire percorsi di presa in carico adeguati. La gestione degli autori di reato con disturbi psichici richiede infatti una rete dedicata. Queste persone, appunto, necessitano di interventi sanitari specifici che devono integrarsi con quelli rivolti alla popolazione generale con problemi di salute mentale.
Gli psichiatri hanno più volte richiamato le difficoltà della rete regionale, tra carenza di personale, pressione sui servizi e necessità di rafforzare i percorsi dedicati alle persone con disturbi psichici, comprese quelle sottoposte a provvedimenti giudiziari.
La proposta
Dal confronto è emersa la necessità di rafforzare l’organizzazione della medicina penitenziaria, superando una gestione affidata troppo spesso alla disponibilità dei singoli professionisti e costruendo un modello più stabile e uniforme. Una necessità condivisa dagli operatori, che riguarda il ruolo dei professionisti, il coordinamento tra sanità penitenziaria e rete territoriale e la possibilità di garantire percorsi assistenziali adeguati anche nelle situazioni più complesse.
In questa direzione si inserisce la proposta della Fimmg Palermo, che punta a valorizzare il ruolo dei medici impegnati negli istituti e a migliorare l’integrazione tra assistenza penitenziaria e Servizio sanitario nazionale.
“La medicina penitenziaria deve essere considerata una componente pienamente integrata del Servizio sanitario nazionale. Le persone detenute, infatti, hanno diritto agli stessi livelli di assistenza garantiti agli altri cittadini. Tuttavia, i professionisti che lavorano negli istituti operano in condizioni particolarmente complesse e assumono responsabilità cliniche e organizzative specifiche. Per questo, la nostra proposta punta a rafforzare il modello assistenziale. Innanzitutto, occorre recuperare la figura del medico di sezione. Inoltre, servono standard chiari sui carichi di lavoro e una migliore organizzazione dell’assistenza. In questo modo, i professionisti potranno programmare le attività, seguire i pazienti nel tempo e affrontare con maggiore efficacia le criticità quotidiane”, ha dichiarato Galvano.
“Occorre inoltre migliorare il collegamento tra medicina penitenziaria e servizi del territorio, favorendo percorsi condivisi per le persone con patologie croniche, dipendenze e disturbi psichici. Una persona detenuta deve poter mantenere il proprio percorso di cura anche nei trasferimenti tra istituti diversi. Attraverso procedure uniformi e una rete capace di accompagnarla nelle diverse fasi dell’assistenza”, ha aggiunto.
“Tra gli strumenti individuati rientra anche la telemedicina. Può aiutare a migliorare l’accesso alle consulenze specialistiche e a ridurre gli spostamenti fuori dagli istituti. Inoltre, permette un collegamento più rapido tra carcere, specialisti ospedalieri e servizi territoriali. Questo è particolarmente utile per i pazienti fragili e per chi necessita di monitoraggi continui. Allo stesso tempo, servono investimenti sulla formazione e sull’organizzazione. Per questo proponiamo una preparazione specifica per i medici che operano negli istituti, un adeguato riconoscimento professionale ed economico e strumenti di confronto dedicati alla medicina penitenziaria. L’obiettivo è costruire un sistema più organizzato. Capace di tutelare il diritto alla salute delle persone detenute. Ma anche di garantire condizioni di lavoro sostenibili per gli operatori”, ha detto.
L’impegno dell’Asp
“L’Asp di Palermo è impegnata a garantire e rafforzare l’assistenza sanitaria all’interno degli istituti penitenziari del territorio. La principale criticità riguarda il personale. Perché la disponibilità di medici, infermieri, psicologi e specialisti resta un elemento decisivo per assicurare continuità e qualità delle cure. In particolare, la salute mentale rappresenta un ambito particolarmente delicato. Il reperimento degli psichiatri non è semplice. Anche perché la carenza di questi professionisti riguarda l’intero sistema sanitario e si riflette inevitabilmente anche negli istituti penitenziari”, ha sottolineato Firenze.
“Il reclutamento, tuttavia, rappresenta soltanto un primo passaggio. Serve anche un modello organizzativo capace di integrare le diverse professionalità. Inoltre, occorre migliorare il coordinamento con le direzioni degli istituti e con la polizia penitenziaria. Allo stesso tempo, bisogna garantire percorsi strutturati per le persone con patologie croniche, dipendenze e disturbi psichici. Ecco, in questa direzione, anche la sanità digitale può offrire un contributo importante. Il Fascicolo sanitario elettronico può favorire la condivisione delle informazioni cliniche. La telemedicina, invece, può facilitare il collegamento tra istituti, specialisti e servizi territoriali”, ha proseguito.
“Ritengo che sia fondamentale, anzi essenziale, mantenere un confronto costante con tutti gli attori coinvolti. Mi riferisco ai professionisti sanitari, agli operatori degli istituti e alle istituzioni che lavorano ogni giorno su questi temi. Stiamo lavorando per rendere il sistema più stabile. Inoltre, vogliamo rafforzare il collegamento tra gli istituti, i servizi territoriali e le strutture specialistiche. L’obiettivo è migliorare la presa in carico delle persone detenute e, allo stesso tempo, tutelare gli operatori che garantiscono quotidianamente questo servizio”, ha ribadito.
Equità e tutela
A chiudere il confronto è stato il presidente dell’Omceo che ha richiamato la responsabilità deontologica della professione e il principio di equità nell’accesso alle cure. Il percorso proseguirà con nuovi incontri tra professionisti, istituzioni e operatori della sanità penitenziaria per affrontare le criticità e definire i possibili interventi necessari.
“Il diritto alla salute non si interrompe con la detenzione. Per questo, tutelare le persone detenute significa difendere un principio costituzionale e, insieme, la dignità stessa della professione medica. Tuttavia, non possiamo chiedere agli operatori di sostenere da soli il peso delle carenze strutturali e organizzative. Medici, infermieri, psicologi e psichiatri devono poter lavorare in sicurezza, con strumenti adeguati e senza pressioni incompatibili con la qualità della cura. Inoltre, dobbiamo investire sulla formazione, perché lavorare in carcere richiede competenze cliniche, relazionali e deontologiche specifiche. Solo così possiamo garantire equità, proteggere chi cura e mantenere al centro la persona, anche quando è privata della libertà”, ha concluso Amato.




