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Una donna nella mafia di Yehdego, imputato per human traffic

martedì 20 Dicembre 2016

Organizzata come la Cosa Nostra siciliana, moderna come l’era dei social network impone. E’ la rete dello «human traffic» retta da Mered Medhanie Yehdego, trafficante eritreo di 36 anni detto «il generale». La sua vicenda è al centro di un terremoto giudiziario. Un presunto scambio di persona emerso dopo che gli agenti della National Crime Agency avevano concluso un’operazione arrestando ed estradando una persona che, secondo documenti e testimonianze, avrebbe un’altra identità.

1465628801-7062231La persona arrestata sarebbe Tesfamariam Medhanie Behre, un eritreo di 29 anni che – secondo il fratello Saliem – “faceva il falegname, aveva una famiglia, una buona vita”. Sin dall’arrivo si trova al carcere Pagliarelli di Palermo e adesso si trova sotto processo dinanzi al tribunale del capoluogo. Un caso giudiziario che adesso si arricchisce di nuovi elementi. Anche la Procura di Roma sta indagando su un traffico di migranti. L’indagine è condotta dal Nucleo Speciale d’intervento-sezione operazioni della Guardia costiera e coordinata dal sostituto procuratore Carlo Lasperanza. Nei fascicoli è contenuta la testimonianza di un eritreo di 28 anni sbarcato a Taranto il 4 agosto 2014 e arrestato poco dopo in Svezia per l’appartenenza alla rete di Mered Medhanie Yehdego. Un organizzazione ramificata dalla raccolta del denaro alla rendicontazione bancaria che emerge chiaramente dai verbali dell’inchiesta romana, depositati ieri dall’avvocato Michele Calantropo.

Durante le intercettazioni il trafficante si informa su come può gestire i soldi guadagnati e dice di comprare una casa dal valore di 13 milioni di euro. Si chiede se «una volta ottenuti i documenti, si può andare a Dubai, mettere i soldi in banca e rientrare in Europa». Un groviglio di contatti che si dipana attraverso le confessioni raccolte dalla Procura di Roma. «Medhanie ha due telefoni cellulari, uno suo personale e su un altro riceve le comunicazioni di tutti i pagamenti che vengono fatti dai parenti, successivamente li scarica in un suo computer e da incarico a uno di noi di trascriverli su carta. Il foglio viene poi letto da uno dei tre capi sottostanti a Medhanie che comunicano ai migranti chi ha ricevuto il pagamento dei parenti. Tantissime persone, in molte parti del mondo, in Italia era Wedi Bri (inteso come Michaele Brhane), in Europa tanti altri, ricordo Daniel in particolare, in Sudan, in Eritrea, in Libia, in Canada, in Israele il suo referente a cui anche i miei familiari hanno pagato per me era Filimon».

E’ questo il livello successivo per risalire agli introiti del traffico di esseri umani che nel 2015 ha spostato oltre 150 mila persone dall’Africa alle coste italiane. Dalle intercettazioni spunta prepotentemente il nome di un certo Wedi Hareb, trafficante che detta indicazioni a Mered. «Wedi Hareb io non l’ho mai visto, l’ho sentito al telefono e so che sta in Israele ma so anche che il referente di Medhane in Israele era Filimon, potrebbe essere lui o il suo capo». A un certo punto Wedi Harab, parlando da un server israeliano con l’ertireo che ha deciso di collaborare con la Procura di Roma, dice «di essere alto m.1,60 e pesare 55 kg».

L’organizzazione ovviamente ha ramificazioni anche in Italia e soprattutto a Roma dove gli inquirenti hanno cristallizzato la figura di Michaele Brhane, capo della cellula di collegamento italiana a Roma dell’organizzazione di Medhane, recentemente condannato in rito abbreviato dal tribunale di Roma a 9 anni e 4 mesi e Hagos Awet, appartenente alla stessa organizzazione, ma con la responsabilità sulle operazioni di hawala (trasferimento di denaro) con conti israeliani, lì dove risiede la principale costola capeggiata dall’ignoto Wedi Hareb .

libiaInfine c’è il ruolo di una donna. Un elemento di novità che arricchisce lo scenario sull’attuale condizione nelle varie città libiche. «A Islavia (Ajdabiya, vicino Bengasi in Libia ndr) sono stato trattenuto all’interno di una mezhra che era gestita da una donna eritrea di nome Zaid, una donna perfida, molto cattiva, protetta da 4 uomini libici. Lei insieme ai libici torturava i migranti ogni giorno, ho visto cose atroci, indescrivibili, tutto fino a che da Karthoum non arrivava la conferma del pagamento, perchè la tratta del deserto, differentemente dalle altre, si paga dopo, all’arrivo in Libia e non prima. Fortunatamente io avevo messo da parte soldi e il mio amico barbiere ha pagato dopo 2-3 giorni il capo di Yonas (uno smuggler eritreo ndr), cosi le mie torture sono durate poco».

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