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Svolta nel giallo Scopelliti, dopo 27 anni trovata l’arma del delitto nel Catanese

giovedì 9 Agosto 2018
Scopelliti

E’ stata trovata nel Catanese l’arma con cui il 9 agosto del 1991 fu ucciso in località Piale di Villa San Giovanni, nel reggino, il giudice della Corte di cassazione Antonino Scopelliti. Si tratta di un fucile calibro 12.

Del ritrovamento dell’arma si è appreso stamattina a margine della cerimonia organizzata in occasione del 27° anniversario dell’assassinio del magistrato che avrebbe dovuto rappresentare l’accusa contro gli imputati del Maxiprocesso di mafia a Palermo. A dare notizia del ritrovamento del fucile con cui fu ucciso il giudice Antonino Scopelliti è stato il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, a margine della cerimonia di commemorazione del magistrato.

La scoperta dell’arma risale ai giorni scorsi. “È senza dubbio un passo in avanti – ha commentato Bombardieri – per raggiungere la verità. Il ritrovamento apre scenari importanti per appurare i responsabili di questo odioso crimine, confermando importanti recenti intuizioni investigative. L’arma era interrata in un fondo agricolo, abilmente occultataSono in corso ulteriori accertamenti di riscontro”.

La scoperta del fucile che si ritiene essere stata l’arma con cui fu ucciso il giudice Scopelliti è frutto di un’attività ispettiva mirata condotta dalla Dda di Reggio Calabria, con il supporto investigativo della Squadra mobile reggina. Sono in corso adesso i necessari riscontri tecnici per consolidare il quadro investigativo. Bombardieri non ha fornito particolari sul ritrovamento dell’arma, sottolineando il “massimo riserbo” sul punto da parte della Dda di Reggio Calabria.

“Sulla morte di mio padre c’è una verità che deve ancora essere raccontata tutta e fino in fondo. Ma noi abbiamo pazienza”. Lo ha detto Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato ucciso in un agguato nel 1991 in Calabria. “Non permetterò mai – ha aggiunto – che si dica che le istituzioni hanno fallito o che i magistrati non fanno il loro lavoro. Io ho fiducia, in questo Stato, in questa magistratura, in queste istituzioni, perché me lo ha insegnato mio padre che non ha mai smesso di crederci. Lui da magistrato sapeva perfettamente che cos’è un’indagine e quanto impegno ci vuole per arrivare ad una verità importante”.

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