Le marinerie siciliane si fermano. Parte oggi, 1 settembre, il fermo pesca per le unità che operano nella Gsa 16. Fino al 30 settembre sarà stop totale per le imbarcazioni autorizzate alla pesca con reti a strascico a divergenti, sfogliare rapidi e reti gemelle a divergenti, iscritte o con base logistico-operativa nei porti dei compartimenti marittimi dell’Isola interessati.
Nato per permettere il ripopolamento delle specie e la tutela dell’ecosistema marino, il fermo biologico resta uno degli strumenti principali per ridurre la pressione sugli stock ittici e favorire il riequilibrio delle risorse marine. Effetti che inevitabilmente coinvolgono tutta la filiera. Dietro trenta giorni di paralisi ci sono così equipaggi senza attività, aziende che devono riorganizzare costi e forniture, mercati che si adattano a una minore presenza di prodotto. Con i problemi che ne derivano, tra ritardi nei pagamenti dei ristori e la concorrenza sleale dei Paesi del Maghreb, estranei alle regole europee. Qui il grande paradosso: stesso mare, stesse specie pescate, ma limiti e restrizioni differenti. Ne è un esempio la “battaglia del gambero rosso” e del grido d’allarme della marineria di Mazara del Vallo. Un simbolo del territorio adesso fortemente a rischio. Una triste storia che si ripete da una costa all’altra della Sicilia.
La domanda ormai sempre più ricorrente è sempre la stessa: trovare un equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica è possibile? Proprio su questa strada si sono mosse le interlocuzioni nella prima metà del 2026. In sede regionale, infatti, sarebbe stata espressa una preferenza per il mese di ottobre. Una soluzione considerata più adatta alle esigenze rappresentate dal comparto. Ipotesi, però, che non ha trovato riscontro a causa delle linee guida dettate dal Masaf, che colloca l’interruzione temporanea obbligatoria tra giugno e settembre. La scelta finale è quindi ricaduta su settembre. Un dettaglio all’apparenza innocuo, ma non indifferente. Ogni periodo dell’anno ha infatti un peso diverso per le marinerie, tra gestione degli equipaggi e programmazione commerciale.
Si fermano le imbarcazioni, ma non la crisi che da tempo attanaglia il settore e minaccia tutte le marinerie dislocate lungo la costa dell’Isola, anche le più storiche. Il 2026 si è rivelata un’annata nera per il comparto, che oltre a dover fare i conti con il cambiamento climatico ha dovuto affrontare le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Prima i danni provati dal ciclone Harry, poi l’impennata dei prezzi del gasolio, che ha letteralmente bruciato i guadagni di chi lavora al largo. Un’emergenza che non ha risparmiati neanche l’acquacoltura.
Oltre a dover pensare ai costi esorbitanti per tenere in vita i propri mezzi, i pescatori negli ultimi anni hanno dovuto destreggiarsi tra i divieti imposti dall’Europa e le mutazioni continue che hanno subito le acque del Canale di Sicilia a causa del surriscaldamento dei mari e la proliferazione di specie aliene provenienti dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, che hanno messo a dura prova la riproduzione e la sopravvivenza delle pregiate specie autoctone. Per gli operatori del settore questo significa confrontarsi con un mare in continua trasformazione. Le specie bersaglio possono cambiare distribuzione, periodo di presenza e abbondanza, rendendo necessario adattare tecniche di pesca e strategie di gestione.
Un’estate non proprio felice, soprattutto dopo aver appreso nei primi giorni di agosto il testo della variazione di bilancio, approvato dalla giunta regionale, che ha lasciato a secco il settore. Una grande delusione considerando le tante audizioni con il governo regionale e in III Commissione Attività Produttive, dove il presidente Gaspare Vitrano (CLICCA QUI), ha ascoltato, condiviso e accolto gli appelli delle associazioni di categoria, che in più occasioni hanno ribadito la necessità di procedere al rifinanziamento del Fondo regionale di solidarietà, considerato uno strumento indispensabile per garantire liquidità alle imprese.
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