L’estate ormai sul finire e l’autunno alle porte anticipano il sontuoso ingresso di un frutto iconico della terra siciliana, un simbolo indissolubile accostato da secoli alla Trinacria.
Stiamo parlando del “Fico d’india” ovvero in siciliano noto anche come “Bastardoni o Burduni, Agostani o Scozzolati o semplicemente “Ficurìnnia”. Il nome botanico della pianta è “Opuntia ficus indica”, una pianta succulenta appartenente alla famiglia delle cactacee e originaria del Messico e più in generale di tutto il Centro America.
Molto diffusa e considerata divina ai tempi degli Aztechi e dei Maya, oggi è diffusa nell’Italia meridionale, in Spagna, in Grecia, in Turchia e in tutti quei paesi a clima temperato/caldo che si affacciano sul mediterraneo.
Le leggende si infittiscono quando si tenta di ricostruire la storia sul come siano arrivati in Sicilia. Da quel che emerge dalla tradizione storica popolare, sembra che i primi a sbarcare sull’isola con le pale di fico d’India, siano stati i Saraceni nel IX° secolo nel tentativo di infestare l’Isola, nella falsa credenza che le piante fossero velenose.
La tradizione ci riporta invece che proprio in Sicilia, le piante di fico d’India trovarono il loro habitat naturale, regalando anche delle colorate fioriture, prima di allora sconosciute proprio agli stessi Saraceni. In Sicilia oggi esistono diverse varietà di fichi d’India chiamate in modo diverso a seconda del loro colore. Così si ha la varietà gialla denominata “Sulfarina”, quella bianca chiamata “Muscaredda o Muscarella o anche Sciannarina”e infine quella rossa detta “Sanguigna”.
A metà dell’ottocento, ben 10 secoli successivi al loro primo approdo in terra sicula, la coltivazione del fico d’India era considerata una vera e propria manna dal cielo “una provvidenza della Sicilia” per come la definì l’agronomo francese De Gasparin. Il passo successivo a questo straordinario successo dell’agronomia e del commercio agricolo, ebbe la sua consacrazione con il riconoscimento DOP per il fico d’India dell’Etna (2003) e il fico d’India di San Cono (2012) entrambi nel territorio catenese. La storia del successo del fico d’India affonda le sue radici nel patrimonio della tradizione contadina che ne approfondì gli usi, sfruttando tutte le parti della pianta, per affrontare periodi di carestia e siccità.
Come simbolo di resilienza e sostenibilità per antonomasia, del fico d’India si utilizzano da secoli i frutti da cui si ricavano il succo e la polpa, i fiori per decotti e infusi, le bucce dei frutti per dei gustosi snack e infine anche le pale stesse per concimare il terreno, come mangime per il bestiame e anche in cucina, il cui utilizzo non è niente affatto escluso. Ancora dal mondo contadino proviene un aneddoto relativo al periodo di vendemmia nel quale i contadini all’alba, prima di procedere al raccolto, erano avvezzi a sedersi attorno ad una tavola e consumare fichi d’India, capaci di fornire energie e distogliere in tal modo le loro attenzioni fameliche dai succosi acini d’uva.
Addentrandoci nell’entroterra degli utilizzi gastronomici del fico d’India, è rinomato il Ficolì proprio del Catanese e il Mastacutté o Masticutté tipico di Gangi nel palermitano. Il Ficolì è un dolce da forno che si presenta come un piccolo tortino che prende le tonalità di colore del succo utilizzato, tendente al rosso, all’arancione o al neutro (bianco) in relazione al colore proprio del fico d’India. Come in tutti i dolci da forno classici, accanto al succo e alla polpa di fico d’India privati dei semi, sono presenti uova, burro, farina, fecola di patate e agente lievitante.
Il Mastacutté o Masticutté è una mostarda ricavata dal succo di fico d’India che una volta portato a bollore, viene mescolato alla farina e alternativamente alle mandorle o alle noci o alla cannella. Si ottiene un dolce simile ad una caramella gommosa per effetto della pectina presente naturalmente nel frutto. Accanto alle prelibatezze dolci si annovera anche un formaggio stagionato con bucce di fico d’India “l’opuntia” che completa il quadro degli usi culinari accanto alle bucce di fico d’India pastellate e fritte o alle pale di fico d’India impanate come delle cotolette e fritte anch’esse. Tra gli usi enogastronomici si citano anche il vin cotto ai fichi d’India, che per trasformazione (riduzione lenta 22 ore) assume una consistenza simile all’aceto balsamico, i liquori veri e propri e ovviamente non ci si dimentica delle confetture, dei sorbetti e delle granite.
Tutto questo purpurì di prodotti tra colori, fantasie nelle preparazioni e ancora cultura e tradizioni legate al fico d’India, oggi è possibile visitare nelle sagre di settore che si svolgono nel periodo autunnale a Belpasso (Ct), a San Cono (Ct), ad Alimena (Pa) e a Roccapalumba (Pa) che organizza una manifestazione, che anno dopo anno sta acquisendo risonanza mediatica “l’Opuntia ficus indica Fest”.
Un’onda mediatica rinvigorita dai tantissimi benefici che la pianta del fico d’India, in un’ottica di perfetta circolarità, è in grado di apportare per il benessere e la salute del corpo umano. Per esempio il fusto del fico d’India ha trovato impiego a scopo medicinale nel trattamento dell’ipercolesterolemia, nel controllo della pressione e contro la dispnea, acidità gastrica e glaucoma.
Questi sono solo alcuni esempi relativi alle proprietà benefiche della pianta del fico d’India, si annoverano anche benefici per l’idratazione e l’elasticità della pelle e in generale per la protezione cutanea, per la cura dei capelli, per la salute del tratto intestinale. Insomma un vero e proprio “superfood” tra l’altro dalle enormi proprietà antiossidanti e che svolge anche un’azione diuretica e depurativa.
Un chiaro esempio “il fico d’India” che non bisogna affidarsi all’aspetto esteriore perchè spesso l’apparenza inganna e anche una corazza ispida e spinosa può racchiudere un universo di benefici. E se dovesse essere il timore di esser punti a far da padrone, in un diniego di coscienza nel non voler andar oltre le apparenze e le difficoltà, non gustandone l’essenza, bhe allora è proverbiale affidarsi al detto “Cu si scanta d’ispini nun mancia ficudinnia” (chi ha paura delle spine non mangia fichi d’India)”.