L’epidemia causata dal virus Bundibugyo continua ad allargarsi nella Repubblica Democratica del Congo e ha ormai superato quota 5.000 contagi confermati. Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, contenuti nel Weekly External Situation Report n. 14 pubblicato il 18 agosto e aggiornato al 16 agosto, indicano 5.021 casi confermati e 2.378 decessi, con una letalità del 47,4%. Rispetto al precedente rapporto settimanale, riferito al 9 agosto, si sono aggiunti 640 casi confermati e 367 decessi. L’OMS segnala inoltre che la letalità è aumentata dal 45,9% al 47,4%, proseguendo la crescita osservata nelle ultime settimane.
Le dimensioni raggiunte rendono quello in corso il più grande focolaio mai causato dal virus Bundibugyo e la seconda più grande epidemia di Ebola mai registrata nella storia, dopo quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2013 e il 2016. Il precedente primato nella Repubblica Democratica del Congo apparteneva all’epidemia del 2018-2020, causata da Ebola Zaire, con 3.317 casi. L’attuale epidemia ha già superato quel bilancio di 1.704 casi. Secondo l’OMS, la trasmissione resta sostenuta, l’epidemia continua a espandersi e mantiene un rischio elevato di ulteriore diffusione regionale e internazionale.
Il virus interessa ormai 55 zone sanitarie distribuite in sei province della Repubblica Democratica del Congo. L’espansione ha raggiunto anche Bas-Uélé, che si aggiunge a Ituri, Nord Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Sud Kivu. L’Ituri continua a rappresentare il principale epicentro dell’epidemia, mentre la comparsa di casi in nuove aree conferma che la trasmissione non resta confinata ai focolai originari. Nei dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) riferiti al 15 agosto, l’85,3% dei contatti identificati risultava sottoposto a follow-up.
La forte espansione del focolaio in Congo non corrisponde però, allo stato attuale, a un aumento analogo del rischio per l’Europa. L’ECDC continua a considerare molto bassa la probabilità di infezione per la popolazione dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo. In Italia restano operative le misure di sorveglianza predisposte dal Ministero della Salute per intercettare rapidamente eventuali casi importati.
Un virus diverso

Bundibugyo virus (BDBV) appartiene agli orthoebolavirus capaci di provocare malattia nell’uomo, ma non coincide con Ebola virus (EBOV) appartenente alla specie Zaire e responsabile delle epidemie più note, compresa quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.
La distinzione ha conseguenze importanti anche sul piano clinico e, soprattutto, sulla disponibilità delle contromisure. Vaccini e anticorpi monoclonali sviluppati contro Ebola Zaire non possiedono automaticamente la stessa efficacia contro Bundibugyo. L’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) sottolinea infatti che per BDBV non risultano attualmente disponibili vaccini autorizzati o trattamenti specifici approvati.
La trasmissione tra persone richiede il contatto diretto con sangue o altri fluidi corporei di un soggetto infetto, vivo o deceduto, oppure con materiali contaminati. Una persona infetta non trasmette il virus prima della comparsa dei sintomi. Il periodo di incubazione può durare da 2 a 21 giorni. Febbre, forte stanchezza, dolori muscolari, cefalea e mal di gola caratterizzano spesso l’esordio. In seguito possono comparire vomito, diarrea, alterazioni della funzionalità epatica e renale e, in alcuni pazienti, manifestazioni emorragiche.
Anche gli operatori sanitari stanno pagando un prezzo elevato. Nell’ultimo dato disaggregato disponibile, riferito al 9 agosto, l’OMS registrava 155 contagi tra il personale sanitario, con 45 decessi e 68 guarigioni. La prevenzione e il controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie restano uno degli snodi fondamentali della risposta, soprattutto nei servizi che intercettano i pazienti prima della diagnosi e del trasferimento nei centri specializzati.
Vaccini e terapie

L’assenza di contromisure specificamente autorizzate contro Bundibugyo ha spostato una parte importante della risposta sul terreno della ricerca clinica. Per la malattia causata da BDBV non esistono infatti vaccini autorizzati né terapie specifiche approvate, mentre contro Ebola Zaire sono disponibili strumenti già utilizzati nelle epidemie provocate da EBOV.
Tra questi c’è Ervebo, vaccino ricombinante a dose singola basato su un vettore rVSV che esprime la glicoproteina di Ebola Zaire. Il vaccino trova impiego nelle epidemie causate da EBOV, anche attraverso strategie come la vaccinazione ad anello, ma non possiede un’indicazione contro Bundibugyo. Le prove disponibili sulla possibile protezione crociata restano limitate e non consentono di stabilire quanto Ervebo possa proteggere dall’infezione da BDBV. Per questo l’OMS raccomanda di non utilizzarlo programmaticamente contro Bundibugyo al di fuori di studi controllati.
La ricerca punta quindi anche su vaccini progettati direttamente contro BDBV. A maggio l’OMS ha riunito esperti per stabilire quali candidati meritassero una valutazione prioritaria e a luglio ha pubblicato un profilo di prodotto che definisce le caratteristiche necessarie per un futuro vaccino contro Bundibugyo. Il 13 luglio è inoltre iniziato il primo studio di sicurezza del candidato ChAdOx1, sviluppato dall’Università di Oxford.
La sperimentazione durante un’epidemia presenta però difficoltà particolari. I ricercatori devono valutare sicurezza ed efficacia mentre il virus circola, individuare popolazioni sufficientemente esposte e garantire il follow-up dei partecipanti. Insicurezza, mobilità della popolazione e difficoltà di accesso ad alcune aree complicano ulteriormente l’organizzazione degli studi.
Sul fronte terapeutico, l’OMS ha individuato diversi candidati da sottoporre a sperimentazione. Il principale studio clinico in corso è PARTNERS, Platform Adaptive Randomised Trial for New and Repurposed Filovirus TreatmentS, che ha arruolato il primo paziente il 2 luglio 2026. Il trial valuta l’anticorpo monoclonale MBP134 e l’antivirale remdesivir, sia singolarmente sia in combinazione, con l’obiettivo di verificare se possano migliorare la sopravvivenza dei pazienti con malattia da Bundibugyo.
MBP134 utilizza anticorpi monoclonali progettati per riconoscere più filovirus e nasce quindi con l’obiettivo di superare il limite delle terapie sviluppate esclusivamente contro Ebola Zaire. Remdesivir agisce invece sulla replicazione dell’RNA virale e ha già fatto parte della ricerca terapeutica nelle precedenti epidemie di Ebola. Per entrambi, però, solo i risultati del trial potranno stabilire l’efficacia clinica contro BDBV.
Un altro filone riguarda la profilassi post-esposizione, destinata alle persone che hanno avuto un contatto ad alto rischio ma non hanno ancora sviluppato la malattia. A luglio i ricercatori congolesi e i partner internazionali hanno avviato uno studio sull’antivirale obeldesivir proprio nei contatti di casi confermati ancora privi di sintomi. Lo studio dovrà verificare se il farmaco riesca a prevenire la comparsa della malattia o a ridurne la progressione dopo l’esposizione al virus.
Finché gli studi non produrranno risultati solidi, la gestione dei pazienti continuerà a poggiare soprattutto sulla diagnosi precoce e sulle cure di supporto. La correzione della disidratazione e degli squilibri elettrolitici, il sostegno delle funzioni d’organo e il trattamento tempestivo delle complicanze possono migliorare la prognosi anche in assenza di un antivirale specificamente approvato.
Vaccini sperimentali, anticorpi monoclonali, antivirali e profilassi post-esposizione ampliano quindi le possibilità della ricerca, ma non sostituiscono ancora gli strumenti fondamentali per interrompere la trasmissione. Sorveglianza, diagnosi precoce, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione degli operatori sanitari, gestione sicura dei decessi e coinvolgimento delle comunità restano centrali nella risposta all’epidemia.
La decisione dell’OMS
Nelle prossime ore l’OMS dovrebbe rendere noto l’esito della seconda riunione del Comitato di emergenza previsto dal Regolamento sanitario internazionale, convocata per rivalutare l’andamento dell’epidemia e le raccomandazioni in vigore. In apertura dei lavori, il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ribadito che il rischio di un’ulteriore diffusione nazionale e internazionale resta elevato.
Il parere del Comitato servirà al direttore generale dell’OMS per decidere se confermare o modificare lo stato di emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale e le raccomandazioni temporanee rivolte agli Stati. L’Organizzazione sta inoltre preparando una nuova valutazione del rischio.
In aggiornamento





