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Certificati 58 sanitari della Regione

Ebola e alto biocontenimento, al Civico la rete sanitaria siciliana si prepara all’emergenza CLICCA PER IL VIDEO

martedì 4 Agosto 2026

Non farsi trovare impreparati davanti a un’emergenza biologica e garantire una risposta rapida, coordinata e sicura. Sono questi gli obiettivi del corso avanzato che si è svolto il 3 e 4 agosto 2026 all’Arnas Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo, dedicato alla gestione dei casi sospetti di Ebola, alla biosicurezza e alle procedure di alto biocontenimento.

L’iniziativa ha riunito operatori sanitari dei nuclei NBCR, specializzati nella difesa nucleare, biologica, chimica e radiologica, professionisti dell’emergenza-urgenza, esperti di rischio biologico e specialisti nel trasporto di pazienti altamente infettivi. Il corso è stato organizzato dall’Uoc Centrale operativa 118 del bacino Palermo-Trapani, guidata da Fabio Genco, con il coinvolgimento dell’Uos Nbcr-Maxiemergenze, diretta da Biagio Bonanno, e con la Fondazione Human Biosafety Health, presieduta da Francesco Bongiorno, in qualità di partner scientifico.

Ad aprire i lavori sono stati Tatiana Agelao, dirigente generale del Dipartimento regionale per la Pianificazione strategica dell’Assessorato della Salute, e Domenico Cipolla, direttore sanitario dell’Arnas Civico. Nei loro saluti hanno ringraziato gli operatori per l’impegno quotidiano e richiamato l’importanza della sinergia tra istituzioni, aziende sanitarie, ospedali e servizi dell’emergenza, indispensabile per garantire una risposta coordinata negli scenari ad alto rischio biologico. Maria Grazia Elfio, responsabile dell’Ufficio stampa dell’Azienda, ha invece evidenziato il ruolo strategico della comunicazione di crisi, necessaria per diffondere informazioni tempestive, chiare e condivise durante un’emergenza sanitaria.

“La formazione fa la differenza. Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando potevamo contare su un’unità di decontaminazione e su personale già preparato. Nei primi casi sospetti di Covid abbiamo lavorato con maggiore serenità. Avevamo infatti alle spalle un percorso formativo. Oggi il nucleo Nbcr del 118 di Palermo è l’unico accreditato a livello regionale”, ha spiegato Genco.

“Abbiamo voluto questo corso per rendere il nucleo pronto a gestire un’eventuale emergenza Ebola. Il livello di rischio è superiore rispetto al Covid. Inoltre, grazie alle barelle di biocontenimento e al personale specializzato, possiamo trasferire in sicurezza un paziente sospetto. Abbiamo coinvolto anche operatori delle altre Centrali 118 siciliane, così da rafforzare la risposta dell’intera regione”, ha aggiunto Bonanno.

“La Fondazione punta a diffondere una conoscenza più ampia del biocontenimento e dei rischi legati alla diffusione dei virus. Le procedure seguono già norme e protocolli precisi. Tuttavia, bisogna valutare con attenzione anche gli effetti delle innovazioni normative e organizzative. Ogni cambiamento può infatti creare aree non ancora governate dal sistema”, ha precisato Costanza.

“Le Regioni stanno rafforzando mezzi, personale e procedure per le attività di biocontenimento. Tuttavia, l’errore più grave sarebbe mandare sul campo operatori senza una formazione specifica. Si tratta di interventi specialistici, che richiedono esercitazioni e addestramento continuo”, ha sottolineato Angeloni.

Il corso

Le due giornate hanno alternato lezioni e addestramento sul campo, dalla gestione del caso sospetto al trasporto in alto biocontenimento. Alle attività hanno partecipato 58 operatori provenienti dalle diverse province siciliane, con l’obiettivo di costruire una risposta omogenea su tutto il territorio regionale. Francesco Bongiorno ha curato il modulo sulla biosicurezza. Ulrico Angeloni, già dirigente medico del Ministero della Salute e responsabile nazionale del Reparto di Sanità pubblica della Croce Rossa Italiana, oltre che componente del Comitato scientifico della Fondazione Human Biosafety Health, ha approfondito il sistema nazionale di preparedness. Infine, il generale di brigata Marco Lastilla e il colonnello Ippolito Crispino, entrambi del Corpo sanitario dell’Aeronautica Militare, hanno affrontato il trasporto aeromedico e la gestione clinico-operativa. La parte pratica ha poi coinvolto tutti i docenti in una simulazione dedicata alla gestione di un paziente con sospetta malattia da virus Ebola.

La biosicurezza

Proteggere gli operatori significa partire dalla conoscenza del rischio, non soltanto dalla disponibilità dei dispositivi di protezione. Durante il corso Bongiorno ha approfondito la classificazione degli agenti biologici e le caratteristiche dei patogeni inseriti nel gruppo di rischio IV. Si tratta di agenti capaci di provocare malattie gravi nell’uomo, rappresentare un serio pericolo per chi assiste i pazienti e richiedere misure di contenimento particolarmente rigorose. La classificazione offre un primo orientamento, ma ogni attività richiede una valutazione specifica che tenga conto dell’agente coinvolto, delle vie di trasmissione, delle procedure eseguite e della possibilità di contaminazioni o esposizioni accidentali.

Nel caso dell’Ebola, il rischio emerge soprattutto davanti a una persona sintomatica con una storia epidemiologica compatibile, come un recente soggiorno nelle aree interessate o un contatto a rischio. Il virus non si trasmette prima della comparsa dei sintomi e il semplice contatto con il paziente non equivale automaticamente a un’esposizione. Il pericolo aumenta durante l’assistenza diretta e nella gestione di sangue, vomito, feci o altri liquidi biologici. La valutazione deve quindi considerare le condizioni del paziente, le attività da svolgere e la possibilità di contatto con materiali contaminati, così da scegliere le misure organizzative e i dispositivi più adeguati.

Il decreto legislativo 81 del 2008 disciplina la protezione dei lavoratori esposti ad agenti biologici. Il Titolo X assegna al datore di lavoro il compito di valutare il rischio, ridurre l’esposizione, adottare misure tecniche e organizzative adeguate, fornire dispositivi idonei e garantire informazione, formazione e addestramento. La responsabilità non si esaurisce quindi nella consegna di una tuta o di una maschera. L’organizzazione deve definire procedure, percorsi, ruoli, modalità di decontaminazione e comportamenti da adottare in caso di incidente. Anche gli operatori devono rispettare le istruzioni, utilizzare correttamente i dispositivi e segnalare subito eventuali esposizioni o anomalie.

Una componente fondamentale resta il fattore umano, poiché fretta, stanchezza, caldo e difficoltà di comunicazione possono favorire errori anche tra professionisti esperti. La sicurezza nasce quindi dalla preparazione, dal rispetto delle sequenze operative e dalla capacità del gruppo di lavorare in modo coordinato.

La preparedness

Angeloni ha poi inquadrato la risposta alle emergenze biologiche nel Regolamento sanitario internazionale, lo strumento giuridico che impegna i Paesi a sviluppare capacità di sorveglianza, valutazione e risposta davanti agli eventi che possono superare i confini nazionali. Quando un’emergenza assume una portata internazionale, l’Organizzazione mondiale della sanità può dichiarare una Public Health Emergency of International Concern e suggerire agli Stati le misure da adottare. Il sistema punta così a intercettare rapidamente il rischio, condividere le informazioni e coordinare gli interventi, evitando allo stesso tempo limitazioni sproporzionate ai viaggi e agli scambi.

La preparedness traduce questi principi in una rete pronta ad agire prima che arrivi un caso. Significa definire responsabilità, contatti, strutture di riferimento e percorsi già conosciuti dagli operatori. Anche il biocontenimento nasce da questa organizzazione. Isolamento, separazione tra aree pulite e contaminate e controllo degli accessi servono a creare confini di rischio chiari, evitando che il paziente, il personale o i materiali seguano percorsi ordinari. Le indicazioni europee raccomandano, quando disponibili, unità di isolamento ad alto livello per i casi sospetti o confermati di Ebola.

Dopo l’avvio dell’epidemia del 2026, il Ministero della Salute ha emanato una circolare e un’ordinanza per uniformare la sorveglianza e la gestione dei casi sospetti. Le disposizioni coinvolgono le Regioni, i Dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie e gli Usmaf-Sasn, che svolgono la sorveglianza sanitaria nei porti e negli aeroporti. Il loro compito non si limita al riconoscimento dei sintomi. Devono valutare anche la storia di viaggio e le possibili esposizioni, avviare la segnalazione e attivare il percorso sanitario previsto senza ricorrere a trasferimenti o accessi ospedalieri improvvisati.

A livello nazionale, Protezione civile, emergenza territoriale, ospedali, sanità di frontiera e Croce Rossa Italiana entrano nella stessa catena, con ruoli diversi ma collegati. Il Reparto di Sanità pubblica della Croce Rossa può garantire il trasporto terrestre in alto biocontenimento attraverso personale formato, ambulanze dedicate e barelle isolanti.

In Sicilia il Dipartimento di prevenzione dell’Asp competente avvia la valutazione epidemiologica e raccorda il territorio con il livello regionale. La Regione ha individuato Antonio Cascio, direttore dell’Uoc di Malattie infettive e tropicali del Policlinico di Palermo, come referente specialistico regionale. La rete si coordina inoltre con l’Istituto Spallanzani di Roma per la consulenza, la diagnostica e l’eventuale presa in carico, mentre il 118 organizza il trasporto protetto verso la struttura individuata. Protezione civile, emergenza territoriale, ospedali e sanità di frontiera entrano così nella stessa catena, con ruoli diversi ma collegati. La stessa organizzazione può entrare in azione anche davanti a eventi intenzionali, come un attacco biologico. In questi casi, la risposta sanitaria deve coordinarsi anche con le Forze Armate e le autorità di sicurezza.

L’alto biocontenimento

Ebola e le altre febbri emorragiche possono richiedere una risposta capace di integrare strutture sanitarie civili, Ministero della Salute e Forze Armate. Quando occorrono capacità specialistiche, il sistema nazionale può attivare gli assetti della Difesa e, in particolare, quelli dell’Aeronautica Militare. Su questo fronte, Lastilla ha approfondito l’attivazione delle procedure nazionali e l’impiego degli assetti di alto biocontenimento. Prima di avviare una missione occorre valutare le condizioni cliniche del paziente, individuare la struttura di destinazione e stabilire quale sistema di trasporto impiegare. La catena di allerta deve inoltre definire responsabilità, tempi e modalità di raccordo tra le équipe coinvolte. 

Tra le fasi più complesse rientra il trasporto aeromedico. L’Aeronautica Militare dispone di personale specializzato e di isolatori aviotrasportabili che separano il paziente altamente infettivo dall’equipaggio e dall’ambiente della cabina. Questi assetti hanno consentito, tra l’altro, il rimpatrio dalla Sierra Leone del medico italiano affetto da Ebola nel 2014 e il successivo trasferimento dalla Sardegna a Roma di un infermiere contagiato nel 2015. Nel caso dell’Ebola, il paziente può viaggiare all’interno di una barella isolante dotata di una barriera fisica e di sistemi che mantengono il contenimento. Gli operatori possono controllarne le condizioni ed effettuare alcune attività assistenziali attraverso accessi integrati, senza interrompere l’isolamento.

La protezione biologica rende però più difficile l’assistenza. Lo spazio ristretto limita i movimenti e l’accesso diretto al paziente, mentre il rumore, le vibrazioni e le condizioni della cabina possono ostacolare la comunicazione e il monitoraggio clinico. Per questo l’équipe deve stabilizzare il malato prima del decollo e prevedere le possibili necessità durante il viaggio. Farmaci, strumenti e materiali devono essere preparati in anticipo, perché qualsiasi intervento in volo risulta più complesso. Anche la gestione di liquidi biologici, rifiuti e dispositivi deve seguire procedure rigorose, senza compromettere la barriera di contenimento.

Un altro passaggio delicato riguarda la movimentazione del paziente e il trasferimento tra ambulanza, aeromobile e ospedale. Ogni passaggio coinvolge nuovi operatori e nuovi ambienti, con un possibile aumento del rischio. Servono quindi percorsi concordati, aree separate e una comunicazione continua tra équipe territoriali, personale militare e struttura ricevente. La pianificazione deve comprendere anche la disponibilità del velivolo, le autorizzazioni, l’accesso all’aeroporto e la decontaminazione successiva. Il trasporto in alto biocontenimento, dunque, non coincide con il semplice utilizzo di una barella isolata. Richiede una squadra capace di integrare assistenza clinica, biosicurezza, logistica di volo e coordinamento con il sistema sanitario nazionale.

L’Italia ha raggiunto nel trasporto aeromedico in alto biocontenimento un livello di competenza riconosciuto anche fuori dai confini nazionali. L’Aeronautica Militare svolge missioni internazionali e condivide procedure ed esperienze con le altre Forze Armate, con il personale sanitario civile e con gli ufficiali medici delle forze aeree straniere. Lo fa anche nell’ambito dei corsi dello European Air Group, che riunisce sette Paesi europei e coinvolge nazioni partner.

La gestione clinica

La parte teorica si è conclusa con l’intervento di Crispino, dedicato alla gestione clinico-operativa del paziente in alto biocontenimento. In questi scenari, l’assistenza deve conciliare due esigenze. Da una parte occorre garantire monitoraggio, stabilizzazione e cure adeguate. Dall’altra bisogna impedire che il contatto con sangue, secrezioni o altri liquidi biologici esponga il personale e contamini l’ambiente. In questa prospettiva, ogni paziente altamente infettivo va considerato come una possibile fonte di contaminazione. Ogni gesto assistenziale deve quindi seguire procedure rigorose, senza mai perdere di vista la tutela dell’équipe e dell’ambiente. La scelta dei dispositivi dipende quindi dalle condizioni del paziente e dalle attività previste. Per Ebola, la protezione deve coprire cute e mucose e può comprendere guanti, camice impermeabile o tuta, protezione respiratoria, visiera o occhiali, copertura del capo e calzature protettive.

La vestizione e la svestizione rappresentano passaggi distinti, ma è soprattutto la rimozione dei Dpi a richiedere la massima attenzione. La superficie esterna può infatti risultare contaminata e un movimento fuori sequenza può portare guanti, tuta o protezioni a contatto con la pelle e le mucose. Per questo le procedure prevedono una successione definita, l’igiene delle mani nei momenti indicati e la presenza di un osservatore formato. Quest’ultimo accompagna l’operatore, controlla ogni gesto e interviene davanti a un errore. Anche la decontaminazione deve seguire un percorso prestabilito e comprendere materiali, superfici, attrezzature e area di svestizione.

La cura del paziente critico diventa più complessa quando gli operatori lavorano protetti da Dpi di III categoria. Tute e protezioni riducono la visibilità, limitano la sensibilità manuale e possono ostacolare la comunicazione. Per questo l’équipe deve anticipare le necessità assistenziali, assegnare ruoli precisi e mantenere un collegamento continuo tra chi opera nell’area contaminata e chi resta all’esterno. La gestione clinica non dipende soltanto dalle competenze del singolo, ma dalla capacità dell’intera squadra di lavorare con la stessa disciplina anche sotto pressione.

Gli errori più frequenti riguardano spesso passaggi apparentemente semplici. Una sequenza interrotta, un materiale dimenticato, un contatto involontario con il viso o una comunicazione non compresa possono compromettere la sicurezza dell’intervento. Il modulo ha quindi collegato l’esperienza maturata sul campo alle strategie di prevenzione, mostrando come procedure condivise, controllo reciproco e organizzazione del lavoro possano ridurre gli imprevisti senza ostacolare l’assistenza.

La simulazione

Dopo la parte teorica, il corso è entrato nella fase operativa con uno scenario dedicato alla gestione di un paziente con sospetta malattia da virus Ebola. Gli operatori hanno indossato i Dpi di III categoria, seguito le procedure di controllo reciproco e affrontato la svestizione, uno dei momenti più delicati per il rischio di contaminazione accidentale. Al centro dell’esercitazione un manichino ad alta fedeltà collocato all’interno di una barella di biocontenimento. I partecipanti hanno eseguito su di esso la valutazione clinica primaria, controllato i parametri vitali e gestito le principali manovre assistenziali.

Successivamente, il team ha affrontato la movimentazione del paziente e il trasferimento in ambulanza, mantenendo separati gli spazi puliti da quelli contaminati. L’esercitazione ha coinvolto anche l’impiego delle apparecchiature elettromedicali, la gestione del vano sanitario e la sanificazione finale. In questo modo, la simulazione ha trasformato le indicazioni teoriche in azioni concrete e coordinate, permettendo agli operatori di verificare sul campo comunicazione, tempi e rispetto delle procedure.

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