C’è un’immagine che forse lo racconta meglio di qualsiasi curriculum parlamentare: Paolone a bordo campo, davanti ai suoi ragazzi dell’Amatori Catania, che dalla tribuna grida «Arriba, arriba Amatori». Prima ancora che un uomo politico, fu un uomo da mischia. E la mischia, per lui, non era soltanto quella del rugby.
Tony Zermo, ricordandolo all’indomani della morte, lo definì «uomo di tutte le battaglie e di una sola bandiera». A Catania era stato il consigliere comunale più esplosivo, a Palermo uno dei deputati regionali più vulcanici. Parlava velocemente, quasi che le parole facessero fatica a stare dietro ai pensieri: chi lo conobbe ricorda gli occhi chiari che si inumidivano quando si accalorava, e quel modo torrenziale di discutere di politica, sport, Catania. Difficile immaginarlo immobile.
Nato a Campobasso nel 1933, arrivò giovane a Catania e finì per diventarne uno dei personaggi più riconoscibili. Si formò politicamente nella destra universitaria del FUAN e poi nel Movimento Sociale Italiano: nel 1964 entrò nel Consiglio comunale, sette anni dopo, nel 1971, arrivò a Sala d’Ercole. Era l’anno in cui a Catania il Movimento Sociale diventava il primo partito della città, la stagione che la stampa nazionale avrebbe ribattezzato “Catania nera”. Per Paolone fu l’inizio di una permanenza all’Assemblea regionale durata cinque legislature consecutive – VII, VIII, IX, X e XI – dal 1971 al 1994: ventitré anni dentro il Parlamento siciliano, quasi sempre dai banchi dell’opposizione.
È forse proprio da qui che bisogna partire per capirlo davvero. Paolone non apparteneva alla grande scuola siciliana della mediazione, non era un tessitore di correnti né un amministratore paziente di geometrie parlamentari, e non possedeva il gusto democristiano dell’accordo consumato in una stanza prima ancora di arrivare in Aula. Era, appunto, un combattente: la politica, nella sua concezione, assomigliava molto al rugby. Si entra in campo sapendo da quale parte si sta, ci si affronta duramente, ma alla fine l’avversario resta un avversario e non diventa necessariamente un nemico. Chi lo ha ricordato dopo la morte ha parlato proprio di questo suo personalissimo “terzo tempo”: lo scontro poteva essere furioso, l’amicizia ricominciava subito dopo – una qualità che probabilmente gli derivava anche dallo sport.
Persino la sua vita quotidiana aveva poco dell’onorevole tradizionale. Zermo ricordava che, pur avendo trascorso decenni nelle istituzioni, Paolone abitò a lungo in una casa popolare di via degli Atleti, non lontano dallo stadio. Quando sedeva all’ARS percorreva continuamente la Catania-Palermo in automobile; poi, eletto alla Camera nel 1994, sarebbero arrivati i voli del mattino verso Roma. Sempre di corsa, sempre poco addomesticabile.
Forse l’aneddoto più irresistibile arriva da Enzo Trantino, amico e compagno di una vita politica, scomparso a sua volta nel dicembre 2024. Anni prima aveva raccontato che, alla fine dell’ultima legislatura di Paolone alla Camera, Benito avesse inseguito Gianfranco Fini lungo i corridoi di Montecitorio per prenderlo a calci – senza riuscire a raggiungerlo. «Di questo me ne dolgo», aveva commentato Trantino, aggiungendo che se ne era doluto anche Paolone. Vero episodio di cronaca o racconto diventato leggenda nella destra catanese, importa fino a un certo punto: anche le leggende, quando resistono, dicono qualcosa degli uomini. E quella racconta perfettamente Benito Paolone – un uomo per il quale l’appartenenza politica non era un vestito da cambiare secondo la stagione. Dal MSI ad Alleanza Nazionale, certo, ma la sua destra rimase essenzialmente quella nella quale si era formato: nazionale, sociale, popolare, militante, con tutti i tratti, le contraddizioni e anche le asperità di quella storia.
Nel 1994 lasciò l’Assemblea regionale per Montecitorio, dove sarebbe rimasto fino al 2006. Nel mezzo ci fu anche una battaglia molto catanese, la candidatura a sindaco del 1997 contro Enzo Bianco: Paolone raccolse 56.789 voti, il 33 per cento. Perse nettamente, ma anche quella volta andò alla mischia in prima persona.
Quando morì, nel gennaio del 2012, i ricordi arrivarono non soltanto dalla sua parte politica. Gianfranco Fini parlò di un protagonista «fervido e coraggioso» della destra italiana, Pier Ferdinando Casini lo ricordò come uomo passionale e disinteressato, Gianpiero D’Alia – che veniva da tutt’altra storia politica – disse che Paolone era stato per lui un amico e una guida nei primi passi da parlamentare. Ma forse ancora una volta la definizione migliore resta quella di chi lo aveva osservato per tanti anni da giornalista: un uomo di tutte le battaglie e di una sola bandiera.
C’è dentro tutto Benito Paolone: la politica, il rugby, Catania. E una stagione nella quale si poteva restare per ventitré anni all’opposizione a Sala d’Ercole senza considerarsi per questo uno spettatore. Per uno come lui, probabilmente, stare fuori dalla mischia sarebbe stata l’unica vera sconfitta.




