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L'intervista

Legionella, l’allerta della Fimmg Palermo: “Non sottovalutare i sintomi e le possibili esposizioni”

martedì 27 Ottobre 2026

Cinquantatré casi di legionellosi segnalati dall’inizio del 2026 a Palermo e provincia, contaminazioni riscontrate negli impianti idrici di scuole ed edifici pubblici e nuove indagini epidemiologiche per individuare le possibili fonti di esposizione. Le recenti vicende hanno riportato l’attenzione su un’infezione batterica che può provocare forme gravi di polmonite e sulla necessità di distinguere la presenza del microrganismo nell’ambiente dai casi effettivi di malattia.

L’allarme è cresciuto dopo che, il 7 ottobre, i controlli microbiologici hanno evidenziato la presenza di legionella e batteri coliformi nei tre plessi dell’Istituto comprensivo Publio Virgilio Marone Tomaselli, determinando la sospensione delle attività scolastiche. Il 21 ottobre anche l’assessorato regionale dell’Energia ha annunciato la chiusura temporanea degli uffici di viale Campania dopo il riscontro del batterio nella cisterna idrica. Nel frattempo, l’Azienda sanitaria provinciale di Palermo ha avviato gli approfondimenti epidemiologici sui casi clinici, precisando che le prime risultanze non consentono di attribuirli agli edifici interessati dalle verifiche ambientali.

A richiamare l’attenzione sull’importanza dell’informazione sanitaria, della prevenzione e del riconoscimento tempestivo dell’infezione è Andrea Curti Gialdino, medico di medicina generale e segretario provinciale della Federazione italiana medici di medicina generale (FIMMG) di Palermo.

Il rischio reale

“Questi casi hanno suscitato una comprensibile preoccupazione tra i cittadini. Soprattutto quando le contaminazioni interessano scuole o edifici frequentati quotidianamente. Lo rileviamo anche nei nostri ambulatori, attraverso le domande e le telefonate degli assistiti. La risposta, però, non deve essere né il panico né la minimizzazione del problema. La presenza ambientale della legionella non coincide automaticamente con una malattia. Allo stesso tempo, una polmonite associata a un’esposizione compatibile merita particolare attenzione, perché un riconoscimento tardivo può avere conseguenze importanti“, dichiara.

“Come medici di medicina generale abbiamo il compito di aiutare i cittadini a comprendere il rischio reale, distinguendo i fatti dalle paure. La legionella è un batterio che vive negli ambienti acquatici naturali e può proliferare negli impianti idrici artificiali quando trova condizioni favorevoli. Tuttavia, il semplice riscontro del microrganismo non dimostra che si sia verificata un’infezione e non permette di attribuire automaticamente un caso clinico a un determinato edificio. Per stabilire un eventuale collegamento servono indagini epidemiologiche accurate, che ricostruiscano gli spostamenti dei pazienti, le possibili esposizioni nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi e, quando possibile, confrontino i ceppi batterici presenti nei pazienti con quelli individuati negli impianti”, aggiunge.

“Una delle domande più frequenti riguarda l’acqua del rubinetto. I cittadini ci chiedono se sia pericoloso berla oppure fare la doccia. La principale modalità di trasmissione della legionellosi è l’inalazione di minuscole goccioline di acqua contaminata, il cosiddetto aerosol, che possono raggiungere le basse vie respiratorie. Per questo bisogna prestare attenzione soprattutto alle docce, ai rubinetti che producono spruzzi, agli idromassaggi e a determinati impianti idrici o di raffreddamento. Bere acqua contaminata, invece, non rappresenta generalmente la modalità abituale di trasmissione e la malattia non si diffonde normalmente da persona a persona. Non dobbiamo quindi considerare ogni rubinetto una fonte di pericolo. Il rischio dipende dall’entità dell’esposizione, dalle caratteristiche degli impianti e dalle condizioni individuali delle persone”, precisa il medico.

Sintomi e diagnosi

“La malattia del legionario si manifesta principalmente attraverso una polmonite, con un periodo di incubazione generalmente compreso tra due e dieci giorni. I sintomi iniziali possono assomigliare a quelli di altre infezioni respiratorie e comprendono febbre, brividi, tosse secca o produttiva, dolori muscolari, malessere generale e cefalea. In alcuni pazienti possono comparire anche nausea, diarrea e manifestazioni che coinvolgono altri organi. Le forme più gravi possono determinare difficoltà respiratorie, riduzione dell’ossigenazione del sangue e un peggioramento importante delle condizioni generali. Proprio perché i sintomi non sono esclusivi della legionellosi, dobbiamo prestare attenzione alla storia clinica del paziente e agli eventuali fattori di esposizione“, spiega Curti Gialdino.

“In medicina esiste un proverbio che riassume bene il nostro ragionamento: ‘Se senti gli zoccoli, pensi al cavallo, non alla zebra’. Significa che dobbiamo partire dalle diagnosi più frequenti, senza inseguire necessariamente quelle rare, ma anche ricordare che esistono condizioni meno comuni che non possiamo trascurare quando il quadro clinico lo suggerisce. La legionellosi è una di queste. Non rappresenta la causa più frequente di polmonite, ma può avere conseguenze gravi e richiede accertamenti specifici. Per il medico di famiglia, quindi, la domanda non deve essere soltanto quali sintomi presenta il paziente, ma anche dove sia stato e a quali possibili fonti di aerosol abbia avuto accesso nei giorni precedenti“, sottolinea.

“Quando sospettiamo una polmonite, dobbiamo chiedere al paziente se abbia soggiornato recentemente in strutture ricettive, frequentato ambienti sanitari oppure utilizzato impianti idrici interessati da segnalazioni di contaminazione. È importante ricostruire i luoghi e le date, concentrandoci soprattutto sui quattordici giorni precedenti l’esordio dei sintomi e verificando eventuali collegamenti epidemiologici. Anche la mancata risposta alla terapia antibiotica iniziale deve indurci a rivalutare il quadro clinico. Alcuni antibiotici comunemente utilizzati per altre infezioni respiratorie batteriche non garantiscono infatti un’adeguata attività contro la legionella. La scelta del trattamento deve sempre tenere conto della gravità dell’infezione, delle condizioni del paziente, delle controindicazioni e delle possibili interazioni farmacologiche”, aggiunge.

Prevenzione oltre l’emergenza

“La prevenzione della legionellosi non può limitarsi alla risposta ai singoli episodi di contaminazione, ma richiede una corretta gestione degli impianti idrici, manutenzioni periodiche, controlli appropriati e interventi di bonifica quando necessari. Bisogna ridurre le condizioni che favoriscono la proliferazione del batterio e mantenere costante l’attenzione anche quando l’emergenza del momento sembra superata. Come medici di famiglia dobbiamo offrire ai cittadini indicazioni comprensibili e aiutarli a capire quando rivolgersi al medico. L’obiettivo è evitare sia gli allarmismi ingiustificati sia i ritardi che potrebbero compromettere l’efficacia delle cure. Informazione corretta, prevenzione ambientale e riconoscimento tempestivo dei casi sospetti rappresentano le nostre armi migliori per tutelare la salute individuale e collettiva”, conclude Curti Gialdino.

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