I vertici nazionali incontrano e ascoltano i territori. E’ stato un momento di confronto e a tratti anche di sfogo quello andato in scena nel pomeriggio di lunedì all’Hotel Federico II di Enna.
Focus sui singoli territori, ma dall’esterno è una la notizia che tutti attendono: come si comporteranno i menoliani alle sollecitazione del presidente della Regione Renato Schifani in tema di rimpasto? L’argomento che ha dominato la scena del gossip non è stato il primo punto all’ordine del giorno. Le vicende giudiziarie che riguardano il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessore regionale al Turismo Elvira Amata inevitabilmente hanno rubato la scena, aprendo a diversi interrogativi sul futuro della politica regionale. Un incontro che non sarà decisivo, ma certamente un importante crocevia, l’avvio di una nuova fase della vigente legislatura che, tra alti e bassi, oggi deve fare i conti con una coalizione tutto fuorché unità, a ridosso di anno dalle prossime elezioni regionali.
Ma cerchiamo un po’ di capire come si è svolto il copione in quel di Enna.
L’arrivo di Meloni, Donzelli e Sbardella è stato accolto con grande calore da parte di tutti gli amministratori, che fin dalle prime battute hanno avuto ampio spazio per esporre problemi, criticità, ma anche proposte e iniziative. Dal Siracusano al Palermitano, dal Catanese al Trapanese: territori con peculiarità diverse, ma dove non mancano le criticità. Come anticipato, il coordinamento e il radicamento nelle singole realtà è stata una della priorità, soprattutto dopo la sberla del referendum dove, soprattutto in Sicilia, ha trionfato il fronte del “no” (CLICCA QUI).
Il senso di “solitudine” da parte dei territori sarebbe uno dei temi emersi. Diverse voci tra i profili di carattere comunale avrebbe lamentato “il diverso trattamento che il presidente Schifani riserva da Comune in Comune“. Alcuni amministratori avrebbero così puntato il dito contro la gestione degli aiuti dopo la devastazione del ciclone Harry. Ma non solo. Anche le criticità insormontabili dei Comuni in dissesto si sarebbero rivelate non di poco conto. Dalla riscossione dei tributi all’assunzione bloccata del personale: gli ostacoli dopo anni non sono stati superati e nessuna luce apparirebbe all’orizzonte. Le poche risposte ricevute dall’amministrazione regionale sono così ricollegate ad una scarsa attenzione verso gli Enti locali, così come la spesa dei fondi Pnrr, ormai giunti al loro termine e definiti dai più come “una sfida mancata“. E non sono mancati i riferimenti alle Province, dalla cui reintroduzione è passato circa un anno. Le elezioni di secondo livello non hanno accontentato tutti, creando non pochi attriti. Tra le proposte avanzate, infatti, anche quella relativa all’introduzione dell’elezione diretta dei presidenti e dei consiglieri.
Dai territori ai palazzi della politica. “Ha prevalso la scarsa capacità di Schifani di saper tenere unita la coalizione“: così, senza giri di parole, alcuni big del partito che hanno ascoltato le esigenze dei colleghi, ma che osservano con attenzione anche gli appuntamenti cerchiati in rosso e attesi per fine maggio. Alcuni esponenti di spicco di FdI non hanno dubbi: il vero banco di prova saranno le amministrative. Un’idea più che diffusa.
La fretta delle ultime ore del governatore azzurro non sarebbe stata gradita dall’interno gruppo di Fratelli d’Italia. Dal primo maggio, in assenza del rendiconto 2025 in fase di stesura, scatterà il blocco della spesa per le assunzioni di consulenti ed esterni. Attendere altro tempo per il riassetto significherebbe che i nuovi assessori, nominati fuori tempo massimo, non potranno costituire gli uffici di gabinetto e le segreterie particolari per lo svolgimento delle normali funzioni amministrative. Una “scusa” che ai meloniani non sarebbe andata giù, considerando la linea decisa dal presidente in questi ultimi quattro mesi. La scelta di temporeggiare e prendere ulteriore tempo per riflettere e far raffreddare gli animi si sarebbe rivelata così un’arma a doppio taglio. Come proseguire quindi? Esattamente come è stato fatto negli ultimi mesi e “a fine maggio, dopo le elezioni valuteremo“.
Due sarebbero i grandi centri sotto la lente d’ingrandimento: Agrigento e Messina. Due piazze diverse, che affronteranno l’appuntamento elettorale con spirito differente, ma legate da un sottile filo. Partiamo da Agrigento, dove la coalizione si è spaccata: da un lato Lega e DC sostengono la candidatura a sindaco dell’ex assessore Luigi Gentile; dall’altro FdI, FI, UDC, Mpa e Grande Sicilia quella dell’avvocato Dino Alonge. Proprio il Carroccio e la Balena bianca sono stati considerati come i due partiti “che più hanno ricevuto attenzioni da parte del presidente“. Una sonora sconfitta sarebbe così imputabile al governatore. L’obiettivo? Mutare gli equilibri. Così come potrebbe accadere a Messina. Nella città dello Stretto la storia è diversa. La roccaforte di Cateno De Luca, che sostiene il dimissionario Federico Basile, vedrà scritto il nome di Macello Scurria nella scheda elettorale. La coalizione di centrodestra in questo caso sarà unita, ma come alcuni esponenti meloniani fanno notare “è stato un nome fortemente voluto dal presidente Schifani e da Matilde Siracusano, sottosegretaria di Stato ai rapporti con il Parlamento. In caso di sconfitta dovranno assumersi le proprie responsabilità“.




