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Moriva oggi Salvatore Carnevale: un apostolo laico, un eroe siciliano

mercoledì 16 Maggio 2018
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Nativo di Sciara, dirigente sindacale e militante socialista, fu assassinato dalla mafia il 16 maggio 1955. A differenza della lunga sequela di delitti che aveva caratterizzato la lunga stagione della lotta contro il feudo, con l’occupazione delle terre e la conquista della riforma agraria, e che si proponevano di bloccare quel poderoso movimento che stava segnando la fine di un’epoca, questo delitto avviene dopo un lungo periodo in cui quella catena di omicidi si era interrotta.

Stava cambiando l’Italia, stava cambiando la Sicilia, cambiava la mafia. L’Italia passa da paese rurale a paese industriale e in Sicilia l’industria principale è l’edilizia. Carnevale accompagna e vive questi mutamenti economici e sociali in cui s’inserisce la mafia. Egli aveva guidato le lotte e l’occupazione delle terre. Dopo quella fase fa l’edile, lavora in una cava, un lavoro durissimo con orari pesantissimi senza alcuna tutela e riconoscimento dei più elementari diritti. La mafia lo minaccia, in giro si dice che ne avrà per poco, ma lui non ha paura, al contrario continua a organizzare i lavoratori, attua un lungo sciopero e subito dopo è assassinato in modo barbaro e infame mentre si reca al lavoro. Il corpo sfregiato, sparato in testa e in bocca.

Il contesto sociale, economico e culturale di allora porta a un errore di valutazione. Siamo nel pieno del boom economico, i favolosi anni, con i primi segni di un benessere diffuso, per cui quel delitto viene ritenuto un retaggio del passato, un colpo di coda di una mafia in declino. La mafia invece sta cambiando pelle, sta per trasferirsi nelle città e l’edilizia anche nei comuni della provincia rappresenterà il nuovo Eldorado.

L’assassinio aveva una finalità più generale: doveva essere d’insegnamento e di monito nei confronti di una classe operaia che si stava formando e di quanti si ponevano alla testa di una battaglia per i diritti e la dignità dei lavoratori.

Il processo fu una farsa, nonostante in primo grado gli autori fossero stati condannati, in appello e in Cassazione tutto fu annullato con testimoni intimiditi e costretti a ritrattare. In questa drammatica vicenda e nelle aule giudiziarie emerse le figure della mamma di Carnevale, Francesca Serio, “Madre Coraggio” che spezzò il muro di omertà, denunciò gli assassini e lottò fino alla fine e che non si toglierà mai il lutto per il resto della sua vita per non avere ottenuto giustizia.

Il processo ebbe anche un certo clamore nazionale per la presenza di due avvocati di peso, futuri presidenti della repubblica, il socialista Sandro Pertini a difesa della famiglia, e il democristiano Giovanni Leone, a difesa degli imputati, assumendo anche un valore simbolico.

Non mancarono i depistaggi: dalla solita questione di donne a quella della pista interna: “Sono stati suoi stessi compagni di lavoro che non ne potevano più perché danneggiati dallo sciopero”. Anche la sentenza della Corte di appello di Santa Maria Capua Vetere del 21 dicembre 1961 non poté fare a meno di scrivere: “Alla vittima non può non riconoscersi un’alta statura morale. Salvatore Carnevale, infatti, dedicò la sua giovinezza alla difesa sindacale dei contadini e degli operai di Sciara. Svolse il suo compito di sindacalista con accanimento, talvolta con discorsi accesi e addirittura violenti, ma sempre con assoluto distacco da ogni personale interesse, con generosità, con profondo senso morale e non venne mai meno ad esso finché non venne abbattuto sulla trazzera che mena alla cava, il luogo del lavoro e della sua ultima lotta dai primi colpi di lupara esplosi dagli assassini nascosti nel grano”.

Ignazio Buttitta in una struggente poesia a lui dedicata lo definì un angelo senza le ali: “Ancilu era ma l’ali nun avia, santu nun era ma miracoli faciva”. Carlo Levi nel suo libro “Le parole sono pietre” gli dedicherà toccanti pagine, mentre i fratelli Taviani ne esalteranno la figura nel bellissimo film “Un uomo da bruciare“, magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté.

Noi lo ricordiamo con le parole scritte da Giuseppe Di Vittorio alla mamma Francesca: “Sii certa che il sacrificio di tuo figlio non resterà senza frutto”.

 

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