Palermo Spasima è un’opera che sfugge a ogni categorizzazione: autobiografia, diario, saggio narrativo, romanzo urbano, guida letteraria. Un testo che, da una parte, offre spunti di riflessione profondi e stimolanti sul rapporto tra l’individuo e il luogo e, dall’altra, rappresenta una forma di narrazione del sé che enfatizza quella che potremmo definire la verità emotiva del suo Autore. Un’opera a metà strada tra memoir e flânerie, perché testo profondamente personale e riflessivo, ma allo stesso tempo fortemente radicato nella scoperta e nell’osservazione dell’ambiente urbano.
La città non è uno sfondo, ma un catalizzatore che stimola una riflessione che non ha un carattere meramente intimistico, ma assume ad oggetto, con valore universale, la condizione umana contemporanea. Palermo è una lente attraverso la quale Giampaolo Frezza esamina il proprio percorso esistenziale, in una meditazione che germoglia quasi spontaneamente dal tessuto dell’esplorazione cittadina.
L’architettura narrativa del libro è tutt’altro che casuale: essa rispecchia fedelmente il percorso sentimentale annunciato nella quarta di copertina: “La scoperta di una Città. L’arrivo, i primi approcci, la conoscenza, l’innamoramento e, infine, l’amore puro“.
L’indice suggerisce una progressione quasi romanzesca, che ricalca le fasi di una relazione affettiva. Questa impostazione metacritica permette all’Autore di trascendere la cronaca per approdare a una dimensione più universale del legame tra l’uomo e la città. Palermo non è semplicemente una scenografia, ma un’entità co-protagonista, personificata e investita di qualità emotive.
Si delineano, in maniera originale, temi ricorrenti nella letteratura urbana: l’identità del luogo che plasma quella dell’individuo, il ricordo come strumento di riappropriazione spaziale, la città come palinsesto di esperienze personali e collettive. Il riferimento a elementi concreti come le ‘stigghiole’, lo ‘stritti fudd’ o la ‘ricerca del mare a Mondello’ funge da ponte tra il particolare e l’universale, radicando l’esperienza emotiva in un contesto sensoriale tangibile.
La città non è soltanto un aggregato di edifici, ma un complesso sistema di segni, di memorie e di suggestioni. La menzione della ‘Bibbia dei poveri’ o di ‘Ballarò’ non è casuale: sono questi i luoghi dove la storia si stratifica e la cultura popolare si manifesta con forza. L’Autore assume quasi la postura del flâneur baudelaireiano, un osservatore attento e partecipe che si lascia permeare dall’ambiente urbano, trasformando l’esperienza soggettiva in materia narrativa.
In questo contesto, si potrebbe evocare l’immaginario di Mario Schifano, che – con la sua pittura carica di energia e contrasti – ha saputo restituire l’urgenza visiva delle città contemporanee. Come nei suoi paesaggi urbani, anche in Palermo Spasima si avverte una tensione tra ciò che è immediato e ciò che è sedimentato, tra superficie e profondità, tra estetica e verità. L’occhio dell’Autore – come quello di Schifano – si posa sui dettagli minimi, sui segni marginali, su quegli elementi che sfuggono al canone ufficiale ma che compongono, in realtà, il tessuto più autentico dell’esistenza.
Anche l’estetica povera e radicale del testo – con la sua frammentazione, la sua predilezione per materiali narrativi grezzi e non mediati – rimanda, in filigrana, all’esperienza dell’Arte Povera. I mercati, le voci, le ferite della città si fanno oggetti estetici, capaci di sovvertire l’ordine consolidato del racconto. L’opera di Giampaolo Frezza, come quella degli artisti poveristi, non si fonda sull’accumulo, ma sulla sottrazione; non sull’artificio, ma sulla verità nuda delle cose. Giampaolo Frezza raccoglie questa eredità: la sua Palermo non è idealizzata né abbellita, ma attraversata da una forza poetica cruda e necessaria, come un’installazione dell’Arte povera.
La quarta di copertina esplicita la dialettica intrinseca di Palermo: ‘Il decadentismo si rendeva vita: contrasti, ossimori, delusioni, munnizza, vastasi’. Questa affermazione cristallizza la capacità dell’Autore di confrontarsi con la realtà della città – ‘immondizia e odori intrisi di vita vissuta e rumorosa’ – senza tuttavia mai rinunciare alla ‘dolce speranza di luce’ che emerge dalle sue ombre.
È un contrasto tra romanticismo e decadentismo che attraversa l’intera narrazione, evidenziando come l’amore per la città non sia cieco alle sue imperfezioni, ma anzi si nutra della sua complessità. Questa prospettiva, che vede la forma (l’estetica della città) intrinsecamente legata al suo contenuto (l’etica della vita vissuta), trova – come vedremo nella conclusione del mio intervento – una risonanza nell’assioma di Michelangelo Pistoletto: “L’estetica è la forma, l’etica è il contenuto”.
Palermo Spasima è, infatti, un’opera che si configura non solamente come un’esplorazione profonda della città, ma soprattutto come una riflessione personale dell’Autore. La Palermo descritta è indissolubilmente legata al vissuto personale di Giampaolo Frezza. Ed è proprio in questa indagine dell’io attraverso il luogo che il lettore più attento scopre una storia celata, una narrazione che rivela il percorso evolutivo dell’Autore, dall’infanzia sino alla maturità dell’oggi. Questa trama sottostante, visibile attraverso i ricordi e le riflessioni che punteggiano il testo, conferisce al libro un significato più profondo, quasi un viaggio iniziatico nell’interiorità dell’Autore in parallelo con la scoperta di Palermo.
Del resto il termine “spasima”, richiamato fin dal titolo, è una potente chiave interpretativa, in quanto assume un significato ambivalente: è insieme dolore e tensione vitale, esperienza subita e impulso interiore. Palermo, in questo sguardo, non è soltanto una città che patisce, ma anche una realtà che anela, costantemente in bilico tra fasto e declino. Giampaolo Frezza non la condanna, ma la scruta con uno sguardo mai cinico e sempre appassionato, proprio di chi la città non la osserva da lontano, ma la abita nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, la consuma nel quotidiano.
Ed è proprio nella tessitura tra il generale e lo specifico che emergono episodi significativi.
L’arrivo del bambino russo in aeroporto, un momento di incontro tra mondi diversi che simboleggia l’apertura e la capacità di accoglienza della città. «Una nuova vita, per il piccolo russo e per il piccolo in me», scrive l’Autore, sì da fornire una chiave interpretativa ulteriore: l’amore per la città si intreccia con l’amore filiale, suggerendo come le radici personali e quelle territoriali siano intrinsecamente legate.
I ragazzi dello Zen che trasmettono “il senso della vita, la positività, valori genuini che” l’Autore, “con le sue inutili complicazioni” ha smarrito e riesce nuovamente a intravedere, “nella naturalezza più estrema“, così da mutare il proprio sguardo.
Il venditore ambulante di pesce di Brancaccio, orgoglioso della sua arte consistente nel disporre il banco di pesci: un pescivendolo «dotato di un orgoglio salvifico», simbolo neorealista della nobiltà del lavoro capace di elevare la dignità della persona.
Ma soprattutto la meravigliosa figura di Tanuzza, disperata straccivendola del mercato di Ballarò eppure aristocratica guardiana di un’antica tradizione mediterranea di solidarietà umana e simbolo iconico della quotidianità resiliente del popolo palermitano. Nel suo corpo Tanuzza incarna una figura mitologica di donna, testimone di un dolore secolare ma capace di una intatta dignità. Tanuzza è una Antigone del vicolo, che sfida le leggi dei potenti, custodendo con ostinazione i valori di un popolo che non è massa indistinta, ma corpo vivo, memoria incarnata, etica concreta. Ha l’aura tragica e carnale delle madri di Elsa Morante, come la protagonista de La Storia, travolta dagli eventi, ma ancora capace di proteggere, nutrire, amare. Nel suo stare tra le bancarelle, tra urla e silenzi, Tanuzza rievoca le figure femminili del cinema neorealista – come Anna Magnani in Mamma Roma – donne del popolo, segnate dalla sofferenza eppure portatrici di un’energia primigenia, una regalità senza corona. Tanuzza è, infine, una Penelope urbana, che non tesse la tela in attesa dell’eroe, ma rammenda ogni giorno la stoffa della comunità, con gesti piccoli e solenni.
In questo mosaico di ricordi, figure e spasimi, affiora con discrezione ma con forza una componente spirituale profonda e autentica, che attraversa tutto il racconto come un filo silenzioso ma tenace: la fede dell’Autore. Una fede né conformista né esibita, radicata nella biografia emotiva di Giampaolo Frezza e incarnata nei luoghi della Città, nella ricerca quasi istintiva di silenzio e bellezza nelle chiese palermitane, come quella visita improvvisa a Santa Caterina o l’irruzione dell’emozione di fronte alla Cattedrale, nel giorno più caldo dell’anno.
È una fede che si nutre di spiritualità popolare, di quelle vecchiette solitarie che attendono la Messa in silenzio; una fede che si manifesta nell’abbandonarsi al mistero e alla sorpresa, come accade allo Spasimo, chiesa senza tetto e simbolo dell’apertura della città verso un infinito che sa di redenzione; una fede che si celebra nel Festino di Santa Rosalia, non soltanto ricorrenza, ma momento nel quale “lo spirito di un popolo” si rende visibile, condiviso, vissuto. Un “desiderio di spiritualità” che emerge “senza prediche da ascoltare, ma con qualcosa da vedere, e se possibile in silenzio” e non teme l’imperfezione, perché sa che è proprio attraverso lo “spasimo” che si giunge all’amore puro.
Mi sembra, allora, che Palermo Spasima si inserisca con forza e originalità nella lunga e articolata tradizione letteraria siciliana, ma lo fa da un’angolazione nuova, spiazzante.
Ciò che rende questo libro particolarmente originale è il suo taglio quasi psicoanalitico, introspettivo: la città è al contempo esterna e interna, reale e simbolica. In essa si riflettono le lacerazioni di un’identità, le cicatrici di una storia non pacificata, ma anche un’energia irriducibile, una bellezza ostinata che resiste. Giampaolo Frezza eredita dalla tradizione siciliana la capacità di raccontare il dolore e la complessità, ma lo fa scegliendo una chiave intima e riflessiva, usando Palermo come uno specchio inquieto, che riflette una città, certo, ma anche l’io dell’Autore, e insieme il nostro.
Il parallelismo tra la gente dell’Isola e l’espressione di un amore «mai espresso a parole ma sempre manifestato nei gesti» evoca, poi, la reticenza e la profondità di un’affettività spesso silente, tipica di certe rappresentazioni della cultura mediterranea. Si nota un’eco dei cromatismi vividi e delle atmosfere intense che hanno ispirato pittori come Renato Guttuso, nel dipingere una Palermo vibrante e carica di energia. Giampaolo, pur non adottando una retorica politica esplicita, condivide con Guttuso un occhio attento alle realtà più crude e alle periferie dimenticate della città – come lo ZEN, lo Sperone e Brancaccio – presentando una Palermo nella sua interezza e cercando l’umanità e la speranza anche nei contesti più complessi. Ma accanto a Guttuso, in un orizzonte più fotografico e concettuale, si può accostare lo sguardo di Giampaolo Frezza a quello di Letizia Battaglia, capace di restituire le contraddizioni della Palermo profonda con uno sguardo mai giudicante, partecipe, empatico.
In questo contesto, Palermo Spasima può essere letta come un ideale parallelo ai quadri Specchianti di Pistoletto: come gli specchi dell’artista riflettono l’ambiente e includono lo spettatore nell’opera, così la narrazione di Giampaolo Frezza riflette la città e coinvolge il lettore in un’esperienza intima e partecipativa.
L’Autore e Pistoletto pongono al centro l’esperienza diretta, lo sguardo che si riflette e si trasforma in processo attivo, coinvolgendo chi osserva e l’ambiente circostante in un’opera aperta, in continua trasformazione. Palermo Spasima non propone un ritratto statico della città, ma un’immagine in costante movimento, dove la storia, i luoghi e le emozioni non sono solo oggetto di rappresentazione, ma si attivano nel presente di chi legge, generando una forma di partecipazione quasi fisica.
C’è poi, in entrambi i lavori, una tensione tra polarità opposte: nel caso di Pistoletto, tra statico e dinamico, superficie e profondità, assoluto e relativo; in quello di Giampaolo Frezza, tra bellezza e degrado, amore e disincanto, storia e presente. Queste opposizioni non si elidono, ma convivono, si rispecchiano a vicenda, creando uno spazio critico e fertile dove arte e vita si toccano. La capacità di unire gli opposti in una narrazione coerente e amorosa – creando “un terzo elemento che non esisteva prima” – riflette la poetica della “formula della creazione” di Pistoletto: armonia nata dalla sintesi dei contrari.
Di Gabriele Carapezza Figlia






