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Questo non si dice e quello non si fa

martedì 24 Ottobre 2017

Facciamo un tuffo nel passato, a quando eravamo piccoli

Tutti i miei scritti, anche quelli non ancora pubblicati, compresi gli articoli che ho scritto per diverse testate giornalistiche, sono legati da un filo conduttore, un minimo comune multiplo e un medesimo intento educativo che è racchiuso nella nota frase: “Questo non si dice e quello non si fa”. Tutto d’un balzo oggi vorrei farvi fare un tuffo nel passato, a quando eravamo piccoli.

I giochi per me, femminuccia, erano le bambole. Vivendo nel benessere (ai tempi della lira e di una società meno narcisistica), avevo addirittura un appartamento per il gioco, in cui passavo gran parte delle mie giornate, a lavare i vestitini delle bambole, a cucire, ricamare, lavorare a maglia, pulire e modificare la data di nascita ai miei bambolotti-bambini, per giocare nel modo più realistico possibile (i bambolotti non crescono…) al gioco che preferivo: fare la mamma. Bè, almeno questo non è cambiato. Resta il gioco preferito anche dalle bambine di oggi, anche se la loro mentalità è cambiata.

E i cartoon? Gli inventori sono, di certo, geniali, perché colgono i bisogni dei bambini e ne fanno una tendenza. Li colgono o li svellono?I bambini hanno bisogno delle favole e del romanticismo, degli eroi e di sognare luoghi fantastici e “mirabilianti”…

Anche gli amati ed esilaranti Tom e Jerry sono stati sostituiti da un gatto e un topo iperviolenti: Grattachecca (?) e Fichetto (?).

Se il fil rouge dei cartoni animati di una volta era l’amore, oggi è la violenza. Si è passati dall’Eros al Thanatos. Gli effetti di questo transito sono drammatici. I bambini, infatti, identificandosi con il protagonista del cartone animato vengono attraversati da quote di violenza che, come dei potenti tsunami, inondano il panorama della loro mente. Quote di violenza che, se non vengono dotate di senso, possono divenire agiti verso gli altri o verso sé stessi (acting-in o acting-out). A Java (Indonesia centrale) un bambino è morto dopo essersi strangolato con una cintura, nel tentativo di imitare una mossa di Naruto.

Io appartengo alla generazione di Candy Candy, una ragazzina piena di vita e sempre sorridente che ha segnato e condizionato il mio modo di essere. Questo è stato uno degli oggetti transazionali che mi ha accompagnato nella definizione della mia personalità. Nulla a che vedere con le Winx. Come si fa! Disegni che hanno maggiormente portato i bambini a una sfera irreale e fittizia, gonfia di apparenza e bellezza superficiale. Io ricordo la mia Candy. Era virginea, solare, affrontava la vita con un certo spirito, lo spirito libero di una individualista sana, che si arrotolava le maniche anche di fronte alle numerose difficoltà, che non erano i mostri e gli intrecci fantasiosi da telenovelas(!) che affollano i cartoni adesso, le cui forme rispecchiano quelle socio-economiche e dei modelli di genere attuali.

Forme asimmetriche, strane, potenti… che dovrebbero essere il veicolo di noi adulti per comunicare ai bambini valori – non solo valori di consumo-.

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