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Racconti brevi da leggere online: “La vita appesa ai muri”

sabato 16 Febbraio 2019
Giovanni Varvaro (1888-1972), “Danza rustica” (1953), 70x10cm., olio su tela.
Giovanni Varvaro (1888-1972), “Danza rustica” (1953), 70x10cm., olio su tela.

Siamo alla settima parte del 1° capitolo de “La vita appesa ai muri” di Caterina Guttadauro La Brasca, un nuovo appuntamento di Romanzi da leggere online a puntate.

In questa puntata è Croce la protagonista, una giovane e bella ragazza siciliana, al servizio di una famiglia borghese e benestante… la sua curiosità di conoscere la vita, la porterà a scoprire “segreti” da confessare al parroco del paese… «Si abbassò per guardare dalla serratura e intravide due corpi nudi che rotolavano nel letto, il padrone era sopra alla signora che neanche volendolo avrebbe potuto ribellarsi, tanto era minuta…»

Caterina Guttadauro La Brasca, “La vita appesa ai muri”, Editoriale Programma Ed., Treviso, 2013.

1° capitolo –7^ parte. Una parete verde: un’acquasantiera.

Croce era da sempre una donna sola. Non ricordava nemmeno i suoi genitori, era stata, fin da piccola, a servizio di una famiglia benestante. Aveva imparato a fare tante cose e nessuno sapeva stare dietro a una casa come lei. Certe sere si sentiva a pezzi perché puliva e ripuliva fino a sentirsi dolorante, ma vuoi mettere la soddisfazione di non vedere nemmeno un granello di polvere, una macchia, una ragnatela?

La signora era buona con lei e certamente conosceva su di lei più cose di quanto potesse immaginare. Certo, quando vedeva le figlie sottobraccio alle madri che andavano in chiesa, si sentiva sola ma poi pensava che era ancora giovane e forse avrebbe avuto una famiglia tutta sua. Lo pensava quando il signorino la guardava con gli occhi così infuocati che non era capace di ricambiare il suo sguardo.

Una volta, in cucina, approfittando del suo imbarazzo, le aveva dato una pacca sul sedere, facendola arrossire più di un pomodoro maturo. Il signorino Diego era proprio un bell’uomo, era ricco e da tutte le ragazze della buona società era considerato un buon partito. Croce capiva che ne era un po’ innamorata e certe notti, pensandolo, perdeva qualche ora di sonno. Si vedeva servita e riverita al suo braccio, vestita elegantemente proprio come la sua signora, alla quale tutti davano del Voi.

Croce non era andata a scuola e tante cose non le erano chiare. Nessuna di quelle signorine cosiddette «perbene» sapeva ricamare e cucire come lei, stirare le camicie e le tende inamidate, cucinare quei dolci che, ogni volta che li portava in tavola, le facevano guadagnare un lungo applauso. Ma questo non bastava. Doveva esserci un modo d’amare che lei non conosceva ma che faceva la differenza. Una notte calda d’estate, faceva fatica ad addormentarsi e si affacciò al balcone.

Il cielo, per esempio, era per lei un mistero, quei punti sospesi che si chiamavano stelle come facevano a brillare così tanto, a darci l’impressione di poterle toccare quando invece sono lontanissime? Mentre così pensava, una serie di grossi sospiri e mugolii la spaventarono. Non riusciva a capire cosa fossero, gli animali erano tutti a cuccia e i cristiani a dormire. Poi, sporgendosi, si accorse che al piano di sotto la luce della camera dei padroni era ancora accesa. Gesummaria che qualcuno si sentisse male? Prese uno scialletto e, senza scarpe, scese al piano di sotto.

Si abbassò per guardare dalla serratura e intravide due corpi nudi che rotolavano nel letto, il padrone era sopra alla signora che neanche volendolo avrebbe potuto ribellarsi, tanto era minuta. Si stupì perché invece di chiedere aiuto la signora gridava: «Ancora, ancora!». Croce pensò che forse il matrimonio desse questi diritti, al maschio di dominare e alla femmina di subire. Una cosa ora sapeva, che se era così, lei non si sarebbe mai sposata.

Il giorno dopo portò la colazione alla signora ma non riusciva a guardarla in faccia, le sembrava di avere scritto in fronte che l’aveva spiata. Era sorpresa perché, invece di avere la faccia stanca e stralunata per il sonno perso, la vide serena, scialusa e negli occhi una strana luce che Croce pensò dovesse essere quella delle persone felici. Si preoccupò, non voleva perdere il lavoro e si sentiva anche in colpa per aver spiato. Fatto sta che non era più tranquilla.

Una donna come lei non aveva la possibilità di consultarsi con nessuno, l’avrebbero considerata una spiona e un’impicciona. C’era una sola cosa da fare: parlarne in confessione con il Parroco che non poteva tradirla, pena l’inferno. Croce andava sempre alla prima Messa del mattino, perché si celebrava a un orario che non sottraeva tempo al suo lavoro. Nel segreto della confessione, raccontò al prete quello che aveva visto, giurando e spergiurando che tutto quello che diceva era la verità, che non era una pazza. Don Luigi le spiegò che certe cose è meglio non saperle, per non avere la curiosità di farle. Le diede la penitenza e, in aggiunta, le consegnò una piccola acquasantiera da appendere al muro, sopra la testata del letto.

Il suo compito era riempirla di acqua benedetta e ogni sera Croce, prima di addormentarsi, doveva segnarsi con l’acqua benedetta. Inoltre, Croce volle adottare un’altra precauzione in base a quello che la signorina Sandra, la più piccola dei suoi padroncini, parlando con le amiche aveva sempre detto: che il verde era il colore della serenità. Lasciando tutti stupiti, si pitturò la parete contro cui poggiava la testata del letto, di una bella tonalità di verde.

Vero o no, da quella sera Croce si addormentò lasciandosi un dolce tramonto alle spalle e con due gocce di acqua benedetta che disponevano l’anima ai bei sogni.

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