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Assistenza fragile

Samot, l’allarme di Trizzino sulle cure palliative: “Tariffe ferme da oltre dieci anni, la rete è a rischio”

domenica 10 Maggio 2026

La cronicità avanzata cresce, i bisogni assistenziali diventano più complessi e le cure palliative sono chiamate a sostenere una domanda sempre più ampia, dentro un sistema sanitario già sotto pressione. A dimostrarlo sono anche i dati del Ministero della Salute, che raccontano il peso crescente delle patologie croniche sui servizi, sulle famiglie e sulla rete territoriale.

Secondo il Piano Nazionale della Cronicità aggiornato dal Ministero della Salute, 5,5 milioni di italiani dai 15 anni in su convivono con tre o più patologie non gravi, pari al 10,6% della popolazione di quella fascia d’età. Il documento segnala anche 2,8 milioni di persone con al massimo due malattie croniche, di cui almeno una grave, e 6,1 milioni di cittadini con almeno tre patologie, incluse quelle gravi.

La risposta normativa esiste già, dalla Legge 38/2010, che riconosce il diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore, fino alla programmazione sanitaria che richiama la necessità di reti territoriali integrate. Eppure il divario tra principi e organizzazione concreta resta evidente, soprattutto quando si guarda alla sostenibilità dell’assistenza domiciliare e degli hospice. È dentro questo scarto che si inserisce la posizione di Giorgio Trizzino, medico, già parlamentare e fondatore della Samot.

“Le cure palliative sono uno degli ambiti in cui il sistema sanitario misura davvero la propria capacità di essere giusto, umano ed efficiente. Non parliamo di un settore marginale, né di una risposta residuale da attivare solo nelle fasi finali della malattia. Parliamo di un modello di cura che mette al centro la qualità della vita, la continuità dell’assistenza e il sostegno alle famiglie. L’aumento della cronicità avanzata, della fragilità e della complessità clinica impone un cambio di passo. Non possiamo più ragionare per singole prestazioni, perché questi bisogni richiedono équipe multidisciplinari, coordinamento e presenza costante.

La sostenibilità delle cure palliative non è una questione tecnica o di nicchia. È un tema centrale per il futuro del Servizio sanitario, perché riguarda il modo in cui riusciamo a tenere insieme diritti, appropriatezza e uso responsabile delle risorse. Se il sistema non sostiene adeguatamente questi percorsi, il rischio è indebolire proprio uno degli strumenti più efficaci per evitare ricoveri inutili, accessi impropri al pronto soccorso e frammentazione delle cure. Investire nelle cure palliative significa costruire risposte più umane, ma anche più razionali”.

Il nodo delle tariffe

“In Sicilia il problema emerge con particolare evidenza nell’assistenza domiciliare. Le tariffe riconosciute per le cure palliative domiciliari, 30 euro al giorno per il livello base e 60 euro per quello specialistico, sono ormai lontane dalla complessità reale dell’intervento. Una presa in carico a domicilio non può essere ridotta a una somma di prestazioni. Significa entrare nella vita del paziente e della famiglia, garantire valutazioni cliniche, assistenza infermieristica, supporto psicologico, coordinamento medico e capacità di intervenire nei momenti critici.

Quelle tariffe sono ferme da oltre dieci anni, mentre sono aumentati i costi del personale, dell’organizzazione, degli spostamenti, dei materiali e soprattutto è cambiata la complessità dei pazienti. Questo produce uno scollamento tra ciò che viene finanziato e ciò che realmente serve per garantire cure adeguate. Quando il finanziamento non riconosce il valore effettivo della presa in carico, il sistema rischia di reggersi su equilibri fragili. Non possiamo chiedere al domicilio di sostenere la rete territoriale e poi non metterlo nelle condizioni di funzionare”.

Hospice e territorio

“Le criticità non riguardano solo il domicilio. Anche gli hospice rappresentano un presidio fondamentale, soprattutto quando la casa non è più il setting più adeguato o quando la complessità assistenziale richiede una struttura residenziale dedicata. Gli hospice hanno bisogno di personale formato, organizzazione continua, assistenza qualificata e ambienti capaci di accogliere non solo il paziente, ma anche la famiglia.  Anche qui, se le tariffe non coprono i costi reali, il rischio è comprimere la qualità o mettere in difficoltà la tenuta stessa delle strutture.

Il Terzo Settore ha svolto e continua a svolgere un ruolo prezioso, soprattutto nei territori in cui esistono realtà solide e radicate. Ma questo contributo non può sostituire la responsabilità pubblica. L’accesso a cure palliative di qualità non può dipendere dalla capacità di una comunità di raccogliere fondi o dalla forza organizzativa di una singola realtà locale. Qui si apre un tema di equità. I diritti devono essere garantiti in modo uniforme, dentro una cornice pubblica chiara, stabile e adeguatamente finanziata”.

Una scelta di civiltà

L’aggiornamento delle tariffe non deve essere letto come una rivendicazione di settore. È una condizione necessaria per rendere realmente esigibile un livello essenziale di assistenza. Se riconosciamo le cure palliative come un diritto, dobbiamo costruire le condizioni perché quel diritto non resti solo sulla carta. Le istituzioni regionali hanno una responsabilità cruciale: programmare la rete, sostenere domicilio e hospice, valorizzare le competenze e superare le disomogeneità territoriali.

Le cure palliative riguardano la dignità della persona nella fase più fragile della vita. Parlare di sostenibilità, in questo caso, non significa parlare soltanto di conti, ma decidere quale idea di sanità vogliamo difendere. La cura della persona non finisce quando non si può più guarire. Anzi, è proprio lì che il sistema sanitario dimostra se è capace di restare umano. Per questo servono scelte concrete, risorse adeguate e una visione che metta davvero al centro il paziente e la sua famiglia”.

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