Carissimi,
sempre così il giorno dopo: sopravviveremo a Sanremo?
Pare di sì. Anche questa volta ce l’abbiamo fatta, siamo ancora qui, reduci da cinque sere di luci, paillettes e televoti che cambiano il destino dell’umanità più di un vertice internazionale.
Malgrado il presidente dal ciuffo biondo abbia tentato di cambiare i palinsesti imponendo un po’ di guerra sugli schermi, come se non ce ne fosse già abbastanza, ma imponendola con sobrietà, nel suo solito stile, spacciandola per qualcosa di sempre mosso da buoni propositi – ricorderete quello che sembrava uno slogan, “portare la democrazia” a chi non l’aveva chiesta – un simpatico signore napoletano con i capelli tinti ha mostrato in diretta l’unica “fede” indiscussa, quella portata al dito della mano destra, quale segno di vittoria.
E noi lì, a discutere di scale musicali mentre il mondo scala altre vette.
Sì, anche questa volta le cose non sono andate come dovevano, ma con un’unica scusante: ai risultati finali, per quanto meritori, non crede più nessuno.
Godiamoci lo spettacolo durante il percorso, perché alla fine il risultato scontenterà tutti, vincitori compresi.
Personalmente, se fossi uno dei big della musica, non andrei a gareggiare a Sanremo per farmi mortificare da un prodotto dei social, magari anche mascherato, o da ragazzini usciti dai talent e vestiti con taglie di almeno un paio di misure in eccesso.
Mi direte: è la moda.
Certo, è la moda, sono le tendenze. Ma i gusti possiamo ancora permetterceli o anche questi ci verranno forniti precotti, sottovuoto, con data di scadenza impressa sul cartellino?
Posso ancora permettermi una visione idealistica per cui lo Zio Sam interviene soltanto per il bene del mondo, della democrazia e della sicurezza, sempre dopo aver verificato che il Paese in cui si interviene abbia ingenti risorse energetiche, come petrolio o gas, giusto per evitare che durante le azioni militari vada via la luce?
Per la musica, invece, vorrei restare ancorato ai gusti coltivati fin qui, senza sentirmi un reperto archeologico.
Riceviamo complimenti per la grande vetrina della cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, dove il made in Italy ha deliziato il mondo; potremmo ambire, se vogliamo che questo evento nazional-popolare vada in Eurovision, a pretendere che chi salga su un palco vesta, come si dice dalle nostre parti, “come i cristiani”, cioè decentemente?
Mi riesce difficile non dico indossare, ma anche solo vedere indossata da un collega di lavoro una pelliccia modello Yeti sopra una canottiera, con braccia tatuate e pantaloni abbondanti senza orlo cucito, dando l’impressione di aver afferrato la prima cosa trovata nell’armadio dovendo scappare per un allarme nucleare.
Mi direte: ma quelli sono artisti.
Effettivamente sono artisti, ed io e i miei colleghi non lo siamo. È questa, allora, l’immagine moderna che intendiamo offrire in Eurovision per soppiantare quella di “spaghetti, chitarre e mandolino”?
Forse sì. Del resto, chissà quanti vestono Armani o il Rosso di Valentino; probabilmente, come campione sociale, è più autentica questa rappresentazione che una danarosa cerimonia olimpica.
Vedete, crescendo aumentano i dubbi, si moltiplicano i momenti di dibattito, si scorgono complotti ovunque e, seguendo i social, non si ha più la certezza che le notizie e le immagini che vediamo siano reali o semplici ricostruzioni dell’intelligenza artificiale.
Pertanto può anche darsi che “ciuffettino biondo” abbia voluto zittire “l’uomo dalla lunga barba e dal turbante” proprio il giorno della finale di Sanremo, confidando che la notizia dell’attacco passasse in secondo piano. Tutto può essere vero e, male che vada, qualora fosse stato sbugiardato, avrebbe sempre potuto dire che era tutta colpa di Beniamino.
Ma il fatto che Sanremo sia ormai più un San Gennaro, visto che la lingua ufficiale dei protagonisti negli ultimi anni è il napoletano, mi pare assai meno complottistico e assai più reale.
Un abbraccio,
Epruno.




