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Le criticità

Siccità e crisi idrica: corsa contro il tempo nella Sicilia che deve cambiare passo e mentalità

martedì 4 Giugno 2024
Non c’è dubbio che la Regione stia affrontando, con tutti gli strumenti previsti dalla legislazione vigente, una crisi idrica senza precedenti. La Sicilia soffre la più grave siccità degli ultimi 50 anni e le iniziative messe in campo dal governo regionale per mitigare gli effetti negativi sono partite già lo scorso febbraio: dalla dichiarazione di emergenza regionale – a cui è seguita la richiesta dello stato di emergenza nazionale già accolta dal Consiglio dei ministri – all’assegnazione di venti milioni di euro per i primi e più urgenti interventi messi a disposizione dal dipartimento nazionale della Protezione civile.
Come fondi per l’emergenza, la Sicilia dispone anche di altri 10 milioni stanziati dalla Regione per l’acquisto di foraggi e per il trasporto di acqua a favore delle aziende agricole e zootecniche. Ma i finanziamenti attuali non sono sufficienti per il rifacimento della rete infrastrutturale idrica. Oggi il compito da portare avanti, dicono gli uffici del dipartimento regionale Acqua e rifiuti di viale Campania, è quello di provvedere con interventi tampone realizzabili nell’ambito delle risorse che già ci sono e che siano eseguibili entro un periodo ragionevole di tempo che va dai 30 giorni ai 150 giorni.
Le alte temperature degli ultimi anni hanno prosciugato gli invasi rendendo la situazione idrica per nulla idilliaca. E considerati i termini di disponibilità idrica con i quali la Sicilia dovrà confrontarsi per il prossimo futuro, rispetto alla piovosità media, la crisi sta cominciando a diventare strutturale. Se prima sapevamo che pioveva una certa quantità di acqua di pioggia, 700 millimetri circa, adesso il dato è notevolmente variato, sceso fino a 400 millimetri d’acqua. A una minore quantità di pioggia corrisponde una minore quantità di acqua disponibile negli invasi artificiali, una minore ricarica di risorsa idrica e così via.

A fronte di una importante riduzione della piovosità media dati degli ultimi 10 anni, la Regione cosa sta facendo per il potenziamento delle infrastrutture idriche e per invertire questa dannosa tendenza? L’Assessorato regionale ai Servizi di pubblica utilità, guidato da Roberto Di Mauro, non sta di certo a guardare.

E’ inutile negare che il futuro non è roseo, ci saranno situazioni puntuali uniche di emergenza su tutto il territorio regionale e non si potrà assicurare acqua ai fini dell’irrigazione dei campi, per la produzione e quasi sicuramente anche per il mantenimento degli impianti. Per quanto riguarda la disponibilità idropotabile ci sono delle aree, soprattutto nel Nisseno e nell’Ennese, che dipendono da due serbatoi artificiali che hanno una particolare carenza di acqua, in particolare il serbatoio Fanaco, dove sono già in essere delle restrizioni importanti in termini di approvvigionamento, circa il 35 per cento di riduzione nell’erogazione dei quantitativi idrici. Riduzione che si traduce in una forma di razionamento dell’acqua abbastanza pesante e che è stata portata avanti con l’intento di prolungare la disponibilità di acqua all’interno degli invasi e per non lasciare a secco le città, in attesa che vengono realizzate una serie di opere che sono surrogatorie della indisponibilità di acqua che in questo momento la Sicilia registra.

Il piano è quello di mettere in atto delle opere che siano speditive e molte di queste sono già in fase di completamento, finalizzate all’individuazione di nuove risorse per sopperire alle mancanze. In base alla dichiarazione dello stato di emergenza e del finanziamento reso disponibile dallo Stato che vale 20 milioni e che sarà probabilmente incrementato da qui a breve, la Regione ha prospettato un piano di opere eseguibili tutte in tempi rapidi dai due ai 5 mesi al massimo e che sono dirette a conseguire delle risorse idriche che fino a poco tempo fa non venivano utilizzate o non erano disponibili.

Parallelamente, il dipartimento regionale ha programmato altre opere sulla base delle risorse messe a disposizione, prevedendo interventi per il miglioramento delle dighe e il totale riempimento e programmato anche nuovi dissalatori, in questo momento l’unica risorsa idrica che certamente possediamo e che va sfruttata a pieno a fronte della stagione estiva in arrivo e per quelle che verranno, se pensiamo che la Sicilia dovrà confrontarsi con la perdurante assenza di pioggia anche nel futuro e la strategia deve necessariamente cambiare.

La Regione ha programmato tre impianti da sistemare nei siti tradizionali di Trapani, Gela e Porto Empedocle. Aree in cui erano ubicati altri impianti che oggi non hanno più motivo di esistere perché avevano una impostazione che poteva andare bene 30 anni fa, con costi di gestione rilevanti e che comunque oggi non sono idonei, considerato che la vita media di un dissalatore ha 10 anni anni. Ma il punto rimane sempre uno: quali sono i fondi a disposizione?

Siamo nella fase di chiusura della programmazione 2021-2027, ci sono in campo i fondi degli Fsc, poi il Pr Fesr 2021-27, il piano operativo complementare. Piani economici che offrono certamente cifre importanti. Tuttavia, nell’ambito dei numeri siamo ancora parecchio lontani rispetto a ciò che sarebbe necessario per garantire la vera risoluzione definitiva del problema, ossia la eliminazione diffusa delle perdite sulla nostra rete idrica di distribuzione a causa di infrastrutture che sono fortemente vetuste e che pregiudicano l’utilizzo della risorsa idrica: circa il 50% di questa si disperde nel sottosuolo. Nel tempo investimenti ne sono stati fatti tanti, ma a fronte della fatiscenza delle infrastrutture, le risorse spese, seppur tante, non sono state bastevoli per risolvere il problema e garantire l’ordinario. In Sicilia, solo per la rete di distribuzione, servirebbero circa 8 miliardi di euro per contrastare la crisi idrica e garantire l’approvvigionamento della popolazione. Ma manca la disponibilità finanziaria, così come manca il tempo.

Anche il modello gestionale del servizio portato avanti dai comuni non ha ripagato. Negli ambiti dove non c’è un gestore, la governance è deficitaria. I comuni difficilmente potranno gestire l’emergenza in termini ottimali, difficoltà legate ai problemi di bilancio a quelli della riscossione dei tributi. Cosa diversa riguarda le gestioni affidate. 

Entrando nel merito dell’organizzazione dei servizi di gestione dell’acqua, la configurazione del Servizio idrico integrato (S.I.I.) in Sicilia organizza il servizio acquedottistico in due segmenti: il Sovrambito, costituito dalle grandi infrastrutture di approvvigionamento e trasporto della risorsa idrica, fornita “all’ingrosso” a utenze collocate in ambiti diversi. Poi ci sono i nove Ambiti territoriali ottimali (Ati), coincidenti con i limiti amministrativi delle nove Province siciliane e che gestiscono gli approvvigionamenti a scala provinciale o comunale.

I servizi idrici gestiti dal Dipartimento Acqua e rifiuti non si esauriscono qui, anzi riguardano anche la quasi totalità delle dighe siciliane. In particolare viale Campania gestisce il servizio idrico integrato come attività di gestione diretta di coordinamento e controllo degli organismi provinciali, gli Ati per l’appunto, cioè enti di regolazione che affidano il servizio idrico integrato su base provinciale. In Sicilia esiste poi un ulteriore società di gestione, Siciliacque, che ha un rapporto contrattuale con la Regione e che esercita un’attività sovraordinata a quella dei gestori del servizio idrico integrato.
Tuttavia, sotto l’aspetto della governance il servizio idrico integrato non è ancora completo, infatti esistono tre sacche cioè le Province di Messina, Siracusa e Trapani dove ancora non c’è un gestore del servizio idrico integrato. Queste tre province sono state commissariate con l’applicazione di un decreto legge del 2022 che prevedeva delle scadenze per l’affidabilità del servizio idrico, scaduti i termini scattava automaticamente il commissariamento a cura della Regione. A Messina e a Siracusa le gare per gli affidamenti sono state fatte. In particolare a Siracusa si è vicini all’aggiudicazione e a Messina la presentazione delle offerte scadrà a fine giugno. Trapani, invece, ha ancora delle difficoltà e la situazione è più controversa. Le gare si fanno sulla base di un documento programmatorio, il Piano d’ambito che prevede tutte le opere che necessariamente vanno realizzate e la situazione in termini di disponibilità idrica. All’interno dello stesso documento si trova un piano economico finanziario, lo strumento con cui si verifica la cosiddetta sostenibilità economica del piano per procedere con la gara per l’affidamento. Un piano d’ambito, per potere essere attuato, deve essere bancabile, e quello di Trapani non aveva un piano economico adeguato. Ragion per cui in quella provincia l’assemblea territoriale idrica sta revisionando il piano per quanto sia possibile, verosimilmente riducendo gli investimenti previsti, altrimenti sarà impossibile avere la bancabilità del piano e consentire così l’avvio delle procedure di gara.
Per quanto concerne, poi, le gestioni affidate, al momento la Sicilia ne conta sei: esistono quelle consolidate, soprattutto ad Enna e Caltanissetta, un’altra più o meno consolidata è quella di Palermo. Il capoluogo siciliano si avvale di Amap che rappresenta un gestore radicato sul territorio, la rete palermitana da sola vale circa il 70% dell’intera provincia. È chiaro che il panorama infrastrutturale può e deve migliorare specie per quanto attiene alla depurazione. Però, ci sono anche contesti in cui si è fatto tanto per la riduzione della dispersione di acqua. Un lavoro importante è stato condotto a Enna dove il regime delle perdite di risorsa idrica è stato ridotto per oltre il 50 per cento rispetto a quello che si verificava all’inizio. Un lavoro il cui epilogo si è tradotto in una minore dispersione idrica, in minori spese per l’approvvigionamento dell’acqua, in maggiori garanzia rispetto alla qualità dell’acqua stessa erogata alla cittadinanza, e soprattutto nella garanzia della continuità del servizio nella Provincia di Enna. Questo non vuol dire che si esauriscono qui gli interventi da fare, soprattutto per quanto attiene alla depurazione. La Sicilia è soggetta a un sistema di procedure di infrazione comunitarie che non risparmia quasi nessuno dei 391 comuni. Circa 250 di questi sono soggetti a procedura di infrazione. Il commissario nazionale, che ha competenze per la depurazione in Sicilia, sta operando tra una serie di difficoltà perché ha ereditato una quantità di opere da realizzare con dei costi abbastanza onerosi, e il programma di opere costa 2 miliardi e mezzo di euro.

 

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