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Tetti stipendi Ars: Quando la politica prima dice di sì e poi fa no. E intanto i colletti bianchi si arricchiscono

giovedì 8 Febbraio 2018

Un delegato del consiglio di presidenza dell’Ars, il deputato questore Giorgio Assenza e i rappresentanti di 7 sindacati per  177 dipendenti, con una densità di un sindacato in media per 25 lavoratori , si stanno avvicinando all’accordo sul ripristino del tetto degli stipendi all’Ars.

La narrazione sarebbe in apparenza semplice, con l’annuncio di un risparmio in tre anni di oltre 2 milioni di euro. Dov’è dunque il problema?

L’accordo triennale scaduto a fine anno stabiliva la soglia massima di 240 mila euro lordi per i dirigenti; 204 mila euro per gli stenografi, 193 mila euro per i segretari parlamentari; 148 mila euro per i coadiutori; 133.200 euro per i tecnici e 122.500 euro per gli assistenti parlamentari.

I  rappresentanti dei 5stelle all’interno del consiglio di presidenza erano disposti a condividere i termini della proposta in questione, chiedendo però in cambio di sganciare l’Ars dall’equiparazione con il Senato. Dal primo gennaio del 2021, i grillini chiedevano che venisse sganciata la parte di equiparazione economica del personale dell’Ars dal Senato. Ma su questo Gianfranco Miccichè non ha voluto sentire discussioni.

Salvo Siragusa dei 5stelle ha commentato:“Abbiamo chiesto che fra tre anni venisse sganciata la parte di equiparazione economica, neanche quella giuridica, dal Senato, non tutto il meccanismo, ma solo questo. Abbiamo trovato davanti un muro, e il sistema così rimane in piedi”

Tutto chiaro e pronto a essere ratificato e sancito, se non ci fossero in agguato i “se” ed anche i “ma” delle deroghe che in alcuni casi determineranno, di fatto, di sfondare sia il limite dei 240 mila euro annui appena stabilito che quelli intermedi.

A fine dicembre era scaduto l’accordo, siglato nel 2014, che aveva portato gli stipendi a 240 mila euro. Da gennaio si è quindi tornati a buste paga annuali che in qualche caso (per 5 dirigenti) arrivano a sfiorare i 340 mila euro e in vari altri casi superano i 240 mila. Le sigle sindacali – Sada, Osa, Sap, Scp, Udas e Uil – hanno chiesto che fosse prima a pronunziarsi il Senato, a cui l’Ars è equiparata: non prima di settembre insomma. Con l’accordo siglato ieri invece è passata la proposta di tornare ai tetti in vigore fino al 31 dicembre scorso ma di tenere fuori da questi limiti “le indennità di compensazione, produttività e quelle di importo fisso e variabile”.

Queste quindi vanno tutte virtualmente fuori dalla busta paga e non concorrono a determinare il tetto. In pratica le figure di vertice potranno guadagnare 240 mila euro più la somma di queste indennità. Quanto valgono?

Ad oggi i dati non sono resi noti, ma è possibile che le cifre lieviteranno e di parecchio.

Una clausola ‘ballerina’ invece è quella per cui, se il Senato a cui l’Ars è agganciata in termini di equiparazione giuridica ed economica, dovesse produrre un ulteriore abbassamento dei tetti, l’accordo verso cui vanno Ars e sindacati non si potrà toccare fino al 2019.

Quindi, ricapitolando, le regole in Sicilia non si possono cambiare da sé, perché vige l’equiparazione romana, ma se questa va da sola o riforma autonomamente, vale quello che si stabilisce in Sicilia.

Rimane, infine da capire se il blocco dei prepensionamenti stabilito dal presidente Ardizzone permane o se ci saranno anche su questo nuove regole.

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