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Verso le elezioni: davanti ai fiumi di parole dei politici si ribella il Fantozzi che c’è in noi

domenica 4 Febbraio 2018

Chi non ricorda la scena di Fantozzi munito di mutandoni ascellari, stordito davanti alla televisione dai politici della tribuna elettorale e pronto ad ascoltarli tutti e a non farsi “fottere stavolta”, prima di dare il suo voto alle Politiche?

Il libro dei sogni adesso si aggiorna on line. I politici italiani hanno studiato. Prima si parlava di programmi fatti di promesse non realizzabili. Oggi si dice tutto e il suo contrario, facendo però attenzione a esprimere un linguaggio fruibile, a portata di soglia (scarsissima) di ascolto di un popolo che passa il tempo sulla tastiera degli smartphone e dei pc ingolfando i social che sono diventati l’ultima rimessa utile dove si raccolgono le riserve dei voti.

E spuntano dunque le parole-chiave. L’apriscatole dei discorsi.

Dice che serve poco parlare di destra e sinistra. Una delle parole più usate (e abusate anche dai populisti) è ad esempio populismo, ma quel che invece preoccupa veramente sono le identità che si affievoliscono.

Si fa prima a dire contro chi si è, (da Renzi in poi) che per cosa si debba poter votare.

Le parole e si simboli in campagna elettorale sono importanti. Lo sa Salvini, che sbarca in una Sicilia per lui sempre meno maleodorante rispetto a prima, raccontando il passato della sua Lega e promettendo un futuro d’ordine, qualora diventasse premier, anche alla rappresentanza che i Siciliani gli vorranno consegnare. Alessandro Pagano e Angelo Attaguile dovrebbero essere i suoi big nell’isola.

Per Forza Italia sarebbe un trauma dolorosissimo, invece, se non si dovessero rinverdire i fasti del 1994. Tutto cospira, sin dallo esordio del Cavaliere nella campagna elettorale di Musumeci, perché venga ripreso il filo romantico con gli elettori della prima vittoria azzurra. Stesse parole, cambia solo, a volte, l’intonazione. Il leader, Gianfranco Miccichè è lo stesso di vent’anni fa. È solo un po’ appesantito dagli anni a e anziché volare a Roma, controllerà la sua pattuglia da Palazzo dei Normanni.

Giorgia Meloni, a proposito di impegni pesanti, propone contratti antinciucio contro le larghe intese e invita Berlusconi a fare altrettanto. Intanto in Sicilia ha trascurato molto del suo patrimonio specie nella parte occidentale dell’Isola, ma sul messaggio identitario da mandare avanti ci sono pochi dubbi.

I 5stelle puntano ripetutamente su cittadini e Italia, due parole ripetute con grande frenesia da Di Maio, piccolo leader napoletano, ordinatissimo nell’esporre la tesi che la colpa è sempre di qualcun altro. Baumann ricordava spesso che “l’individuo è il peggior nemico del cittadino”, per ricordare anche quanto sia impegnativo il contratto sociale che va onorato da parte di tutti, a luci e riflettori spenti e campagna elettorale conclusa.

Sul gilet di Grasso che campeggia sui manifesti, meglio sorvolare, anche perché più va avanti la campagna elettorale e più il presidente del Senato sembra un pesce fuor d’acqua su tempi, toni e competitor da mettere al centro del mirino.

Nella galleria della comunicazione liquida, forse fin troppo, non poteva mancare Matteo Renzi. Crocetta lo ha definito Pinocchio, gratificandolo in termini di immagine di simpatica monelleria. Il suo trend oscilla tra un passo di alto sul populismo, dove insegue i 5stelle e fa finta di litigare con Berlusconi, e l’amarcord dei 1000 giorni di governo. Troppo poco per portare a casa il pareggio di Bersani di 5 anni fa

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