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Una storia millenaria

“Carrube e lupini” raccontano la Sicilia contadina di una volta tra passato e futuro

mercoledì 6 Maggio 2026

“Il carretto passava e quell’uomo gridava “Carrubbeee!!” per l’appunto, rigorosamente con due b per scandire nettamente il suono delle due consonanti così da stagliarsi tra gli altri suoni della piazza e dare enfasi allo slogan.

Questi baccelli scuri noti appunto come carrube perchè derivano dal Carrubo, per esempio hanno rappresentato per intere generazioni di bambini siciliani del secolo scorso, soprattutto nel dopo guerra, uno snack da sgranocchiare fra i denti, una coccola che dissimulava la profonda crisi post bellica e che per tale ragione ricevette anche il soprannome di “cioccolato dei poveri”. Proprio del cioccolato le carrube hanno il colore e le note dolci amare che si frappongono ai sapori che evocano il miele, il malto e la resina che da vita allo sciroppo d’acero e alla manna. Un connubio gustativo reso interessante dalla consistenza fibrosa capace di appagare non solo i bimbi, attraverso una masticazione lenta che tiene compagnia. 

In verità il carrubo in Sicilia ha una storia millenaria, importato da Fenici e Greci durante le loro  rotte commerciali e divenuto solo con gli Arabi un caposaldo inamovibile del commercio contadino  siciliano tra il X° e l’XI° secolo. Oggi è possibile ammirarne centinaia di esemplari sui monti iblei,  nel ragusano maggiormente, dove è facile in estate soprattutto godere della loro ombra.  Spostando l’attenzione sul consumo, quello di carrube ovvero di baccelli essiccati è praticamente  nullo, lasciando spazio agli usi ricavati dalla farina delle carrube. Infatti oggigiorno la farina di  carruba è ancora uno degli addensanti principali per la produzione di gelato artigianale e sciroppi  aromatici. 

 

“E i lupini? — ripeté padron ‘Ntoni. — I lupini?…  

Non ce li abbiamo mangiati, i suoi lupini; non li abbiamo in tasca;  

cit. G.Verga – I Malavoglia 

 

Dal ragusano ci spostiamo più a nord est e precisamente nella valle dell’Aci, più precisamente ad  Aci Catena nella contrada Reitana dove viene ancora prodotto e coltivato questo legume “il lupino”  legato indissolubilmente al romanzo di Verga “i Malavoglia”. Un legume antico le cui tracce  risalgono fino a 4000 anni fa, che per secoli è stato simbolo di fame e miseria oggi torna alla ribalta come superfood per le sue qualità nutrizionali e per il suo impiego in ambito medico e zootecnico.  

Scopriamo insieme perchè il lupino da ranocchio si è trasformato in un principe silente  dell’alimentazione sana e non solo. Innanzitutto i lupini hanno un alto valore proteico contenendo  proteine di alto valore biologico quindi risultano perfetti per diete vegetariane e vegane. Inoltre i  lupini sono ricchi di fibre e naturalmente dotati di un basso indice glicemico, caratteristiche  fondamentali per il controllo glicemico e molto utili per i diabetici.

Il consumo di lupini apporta  all’organismo anche una notevole quantità di ferro, potassio, calcio, magnesio e vitamine del  gruppo B e risulta un vero toccasana per la salute del cuore contribuendo a ridurre il colesterolo  cattivo LDL. Per finire urge menzionarne anche l’uso nelle diete per celiaci proprio perchè il lupino  e la sua farina risultante non contengono glutine. 

Se già in ambito nutrizionale i lupini si sono scrollati di dosso definitivamente l’onta di un passato  povero e simbolo di miseria, è in ambito biomedico e zootecnico che si registra un effetto davvero  sorprendente. Nella ricerca “biomedica” balza all’occhio uno studio dell’Università di Tor Vergata  incentrato sulle bucce di lupino per creare bioplastiche in grado di rigenerare tessuti con cellule  staminali o fibroblasti. Nell’alimentazione animale d’altro canto i lupini sono un ottimo sostituto della soia OGM, utilizzati negli allevamenti biologici proprio grazie all’elevato contenuto proteico (40%  circa sul totale). 

Lo studio e la ricerca ancora una volta ci permettono di cambiare la nostra prospettiva sulle cose e  sugli eventi, ci guidano sapientemente verso nuove forme di consapevolezza e prosperità intellettuale non lasciandoci abbandonati soltanto all’istinto e all’intuito. Lo stesso intuito avuto da  Padron ‘Ntoni acquistando quel carico di lupini, che poi andò perso per il naufragio della barca  provvidenza, e che pone proprio lo stesso personaggio dei Malavoglia come antesignano delle  ricchezze del lupino, un legume antico portatore del seme del futuro.

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