Carissimi
Cosa portereste con voi sapendo di dover lasciare tutto? I ricordi, le fotografie, le relazioni? O magari la password di Facebook, perché senza quella oggi non sei nessuno, nemmeno per il condominio.
Viviamo sospesi tra reale e digitale, in un’epoca in cui il lutto più grande non è perdere un amico ma perdere l’accesso al profilo, e allora viene da chiedersi quale valore abbiano davvero i rapporti umani e se i social ce li abbiano migliorati oppure semplicemente fotografati per quello che siamo.
Quando aprii il mio primo profilo Facebook era quasi un esperimento antropologico, una piazza nuova, un po’ ingenua e un po’ entusiasta, dove si condividevano emozioni, foto e pensieri, e sembrava di avere inventato la versione moderna della lettera, con la differenza che la leggevano in trecento.
Poi, come sempre accade con le invenzioni umane, arrivò l’evoluzione e con essa Twitter, Instagram, TikTok; non più solo condivisione ma costruzione di sé, o meglio costruzione della versione di sé che conviene mostrare.
La cerchia si fece rassicurante, poi autoreferenziale; il dissenso divenne unfollow e il confronto silenzio. Molti osservano senza intervenire per prudenza, per calcolo o per strategia, e non esporsi è diventata una forma di carriera.
Non sono stati i social a cambiare le persone, perché le persone erano già così. I social hanno soltanto tolto il microfono a uno e dato un megafono a tutti; il conflitto c’era già, la vanità pure e il bisogno di consenso anche, solo che prima lo sfogavi al bar mentre oggi lo scrivi sotto un post.
All’inizio era un Far West digitale, ora è un Far West con regolamento condominiale; l’anonimato si è ridotto e la responsabilità è più tracciabile, ma la sostanza resta, ognuno cerca il proprio spazio di visibilità.
Eppure c’è un momento in cui il social torna umano, ed è il compleanno. Apri la bacheca e trovi cento, duecento, trecento auguri, alcuni sentiti e altri palesemente suggeriti dall’algoritmo, ma sono pur sempre cinque secondi di attenzione e, in un mondo dove tutti hanno fretta, cinque secondi sono oro.
Ho sempre ringraziato uno per uno, non per virtù ma per coerenza, perché se tu trovi il tempo per scrivermi io trovo il tempo per risponderti. Le formule collettive tipo “Grazie a tutti, mi avete emozionato” mi sono sempre sembrate una PEC sentimentale protocollata, fredda e standard.
Quanto ai consensi, li ho sempre presi per quello che sono, un gioco, ma il problema nasce quando il gioco diventa misura del valore personale, perché esiste una regola non scritta del web secondo cui, se un servizio è gratuito, il prodotto sei tu. Le tue opinioni, le tue preferenze e perfino le tue indignazioni sono tutto materiale monetizzabile.
I politici lo hanno capito prima degli altri e hanno trasformato il profilo in tribuna permanente, ma in fondo facciamo tutti la stessa cosa, vendiamo una versione di noi, chi come opinionista, chi come genitore modello e chi come indignato professionista.
E allora torno alla domanda iniziale e mi chiedo cosa salveremmo davvero. Non i like, non i numeri e nemmeno le foto con il filtro “tramonto eterno”.
Forse salveremmo quei messaggi privati arrivati nei momenti difficili, le discussioni accese ma oneste, le relazioni che sono uscite dallo schermo e sono diventate strette di mano vere.
Perché i social sono uno strumento, non una fede e non una patria; possono essere un ponte o un muro, dipende dall’uso che ne facciamo.
E se un giorno dovessimo lasciare tutto non porteremmo con noi il profilo, ma quelle poche persone che dietro lo schermo non hanno mai smesso di essere persone.
Il resto è archivio digitale con backup automatico dell’ego. Un abbraccio, Epruno.




