Carissimi,
la città che sarà, o forse quella che dovrebbe essere, perché a ben pensarci la domanda più giusta non è quale città verrà, ma quale città vogliamo diventare davvero.
C’è una cosa che nel dibattito pubblico quasi sempre sfugge e che invece gli addetti ai lavori conoscono bene: le opere importanti, soprattutto quelle pubbliche e le grandi infrastrutture, non nascono il giorno in cui si apre un cantiere, ma molto prima, da un’idea che deve maturare, che attraversa livelli diversi di progettazione, che passa attraverso verifiche tecniche, controlli e approvazioni e che solo alla fine arriva alla fase esecutiva davvero cantierabile, quando finalmente può essere affidata a un’impresa che la realizzerà.
Questo significa una cosa semplice ma spesso dimenticata, cioè che il tempo di un’opera non è soltanto quello del cantiere, perché esiste un tempo precedente fatto di studio, progettazione e controlli, quel tempo che molti liquidano con l’espressione “burocrazia”, mentre in realtà è il tempo della responsabilità.
Ogni passaggio serve infatti a verificare che ciò che si costruisce sia utile, corretto e soprattutto sicuro, ed è il lavoro silenzioso di tecnici e istituzioni che devono controllare prima che qualcosa venga costruito e non dopo.
Questo tempo però raramente coincide con quello della politica, perché un progetto nasce spesso durante un governo e viene realizzato da quelli successivi, ed è la natura stessa delle grandi opere, poiché chi le immagina quasi mai è lo stesso che le inaugura.
Ed è giusto così, o almeno dovrebbe esserlo in una comunità matura.
Il governo della cosa pubblica dovrebbe infatti avere un solo obiettivo, consegnare alla collettività un bene utile senza trasformare ogni passaggio in una gara di bandiere o in una contabilità di meriti.
Per farlo serve maturità, serve professionalità e serve soprattutto la capacità di guardare oltre gli schieramenti, perché davanti agli interessi collettivi una comunità dovrebbe saper fare sistema.
Immaginate quanto questo sia ancora più necessario in una terra che per decenni è rimasta indietro nella realizzazione delle grandi infrastrutture, un territorio che oggi sembra quasi una pagina da riscrivere.
Le persone competenti non possono perdere tempo in discussioni infinite sull’opportunità di costruire o non costruire, perché quel dibattito può avere senso nei luoghi dove lo sviluppo è già arrivato e dove molto è stato realizzato nel corso del tempo, mentre nelle realtà come la nostra spesso diventa soltanto un alibi.
Il benaltrismo non costruisce strade, non costruisce porti, non costruisce città.
Qui serve tutto e servirà tempo per fare tutto.
Dovremo recuperare ritardi enormi, ma almeno dovremmo evitare di ripetere uno dei mali peggiori del nostro passato, cioè le opere incompiute, quelle strutture fantasma sparse nel territorio come monumenti allo spreco.
Sono state occasioni perdute, opportunità trasformate in arricchimento per una classe infedele, e il risultato è stato lasciare il territorio indietro e le comunità senza sviluppo.
Oggi qualcosa cambia, perché il territorio si trasforma anche se porta ancora con sé disagi temporanei e vecchie malattie, e in alcuni casi scelte sbagliate hanno prodotto anche ferite ambientali, eppure la città si muove.
Cambia lo skyline urbano, cambia l’idea stessa di città e nasce la necessità di modernizzare i centri abitati e collegarli alle grandi reti infrastrutturali del Paese.
Negli ultimi anni abbiamo visto finalmente rimuovere anche le macerie della seconda guerra mondiale, che per decenni erano rimaste davanti ai nostri occhi come segno dei bombardamenti sugli obiettivi militari lungo il fronte del mare e lungo gli assi principali della città, rimanendo troppo a lungo un triste biglietto da visita.
Il recupero del centro storico ha rappresentato un passaggio decisivo, perché anche grazie al contributo dei privati si è iniziato a rivitalizzare il centro storico più grande d’Europa, un luogo che paradossalmente era rimasto vuoto e abbandonato.
Gli investimenti hanno riportato la gente ad abitare nei palazzi antichi del cuore della città, ma questa rinascita ha incontrato anche un nuovo problema, cioè il conflitto tra la vita quotidiana degli abitanti e la crescita delle attività commerciali serali e notturne, una trasformazione che nel tempo ha reso più difficile immaginare una residenza stabile nel centro storico.
Un altro intervento decisivo è stato il recupero del fronte a mare, un luogo che in qualsiasi altra città sarebbe stato il principale punto di attrazione urbana, e questo risultato è arrivato grazie a un lavoro progettuale serio e al rispetto dei tempi da parte dell’Autorità portuale, restituendo alla città spazi e prospettive che per decenni erano rimaste invisibili.
Oggi gli interventi continuano, le strutture portuali vengono riqualificate e i collegamenti con la rete viaria cittadina migliorano, e una città che nel suo stesso nome porta l’idea del porto può finalmente riappropriarsi del proprio significato.
Nel frattempo altri progetti stanno trasformando il tessuto urbano, perché il recupero delle aree ferroviarie e lo sviluppo della metropolitana cittadina offrono finalmente un’alternativa reale per collegare le periferie con il centro.
Questo passaggio è fondamentale, poiché il tessuto viario storico della città non era stato progettato per sostenere l’attuale traffico automobilistico, essendo un sistema pensato per un’altra epoca.
Oggi i progetti e i disegni mostrano una città più moderna e più vicina agli standard europei, immagini che molti di noi hanno visto viaggiando e che da tempo desideriamo per la nostra realtà.
Quanto tempo servirà non lo sappiamo, e sarebbe inutile legarsi a scadenze precise, perché ogni progetto incontra ostacoli lungo il percorso, ma l’unica cosa davvero importante è che la città abbia ripreso a camminare.
Non conta chi taglierà il nastro, conta che la corsa arrivi fino in fondo, perché al di là delle polemiche e degli interessi di parte esiste una sola vera priorità, il sistema città, cioè una comunità che riesce a mettere insieme le proprie energie e una città che non si arrende all’abbandono.
Una città che prova a costruire il proprio futuro e che magari riesce finalmente a fare una cosa semplice ma decisiva, convincere le migliori energie nate qui a restare, a costruire qui il proprio progetto di vita e nello stesso tempo attrarre chi arriva da fuori con talento e volontà.
Perché questa terra, nel bene e nel male, ha sempre avuto una vocazione naturale, l’ospitalità.
Un abbraccio,
Epruno.




