Carissimi,
vorrei approfittare, prima di ogni cosa, per farvi gli auguri di una buona Pasqua, quella festa che arriva puntuale alle porte della primavera, proprio quando pensavamo di esserci liberati dall’assedio delle festività, che da noi, inutile negarlo, finiscono sempre nello stesso modo, cioè a tavola, perché siamo un popolo talmente organizzato che il calendario lo scandiamo a colpi di dolci, ricorrenze e specialità varie.
E se Natale ha il suo Santo Stefano, Pasqua riesce persino a fare di meglio, perché si porta dietro la Pasquetta, che non è il giorno degli avanzi, come la logica vorrebbe, ma il giorno del raddoppio, della replica, della rivincita, della scampagnata fuori porta, dove l’esercente con l’occhio lungo intercetta il palermitano e lo cattura con il menù a prezzo fisso, dove si mangia di tutto, talmente di tutto che, se il cameriere non sta attento, rischia pure lui di finire nel piatto.
Una teoria infinita di antipasti, spacciati come chilometro zero, che arrivano a ondate, poi una pasta che nessuno aspettava più, e infine il trionfo, l’arrosto, la costoletta, il callozzo di salsiccia, e il vino, sempre lui, che non manca mai, anzi abbonda, perché la misura, in questi casi, è solo un’opinione.
E il dolce?
Il dolce è un capitolo a parte, è un atto di fede, perché quando il palermitano è ormai saturo, pieno, esausto, quasi rassegnato al proprio destino, trova dentro di sé uno spazio che nemmeno la scienza riesce a spiegare, e lì si infila la colomba, semplice, al cioccolato, farcita, reinterpretata, contaminata, fino al limite del recupero creativo di ciò che si era mangiato prima.
La colomba, simbolo di pace, che diventa testimonianza di una vera e propria strage alimentare, spesso affiancata, se non sostituita, da cassate, cannoli e uova di Pasqua.
No, le uova no, quelle sono per i picciriddri, ai quali mostreremo soltanto la sorpresa, perché il cioccolato, misteriosamente, a Palermo non arriva mai.
E quando tutto sembra finito, quando il corpo chiede tregua e l’anima invoca silenzio, arriva la domanda rituale, quella che segna il punto di non ritorno, “caffè o amaro?”, e lì, in quell’istante, qualcosa si rompe, un rigurgito tradisce la dignità e finisce, inevitabilmente, sulle scarpe del cameriere che tenta, invano, di schivare l’inevitabile.
L’indomani nessuno parlerà di questo, nessuno racconterà delle curve affrontate per raggiungere l’agriturismo e di ciò che è stato lasciato lungo la strada, restituito alla natura con gesto liberatorio, perché l’indomani è il giorno della narrazione ufficiale, quello in cui tutti diranno che è stata una magnifica Pasquetta, in un posto da consigliare, dove si è mangiato tanto, benissimo, e spendendo poco, e dove, finalmente, si sono potuti “avviare i cagnoli”, liberandoli per un giorno dalla prigionia domestica e concedendo alle madri il lusso di una conversazione senza interruzioni.
E poi ci sarà chi racconterà del villino, quella seconda casa costruita con sacrificio, abitata a intermittenza, oggi aperta con la stessa frequenza di una porta santa, giusto il tempo per “l’arrusta”, quei bracieri olimpici che, a distanza di chilometri, fanno pensare che l’Etna abbia deciso di dare spettacolo, tanto è alta la colonna di fumo.
Barbecue, per dirla all’americana, nei quali, in un solo giorno, si sacrificano intere mandrie, offerte in olocausto a un rito pasquale e pasquettaro che tiene in allerta perfino i Vigili del Fuoco, pronti a intervenire per ogni eventualità.
E in fondo, queste sono le poche soddisfazioni di una vita che non regala grandi scosse, lontani da una televisione che ripete all’infinito guerre, morte e odio, mentre qualcuno, più vigliacco che furbo, spera di costruire la propria felicità sulle disgrazie altrui.
E allora, che male facciamo, in un giorno in cui è concesso esagerare?
Ai trigliceridi, al colesterolo?
Tanto domani si corre, si va in palestra, si promette di cambiare vita, almeno fino alla prossima occasione, che è già lì, dietro l’angolo, perché il 25 aprile e il primo maggio non sono poi così lontani, e ogni festa, religiosa o pagana, è buona per essere santificata a modo nostro.
Ah, dimenticavo, io la Pasquetta la passerò come sempre a casa, perché, ormai, lo sapete, sono diventato scucivolo.
Un abbraccio, buona Pasqua.
Epruno.



