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L'editoriale di Pasquale Hamel

Perché il velo integrale appare incompatibile con la cultura dei diritti di una democrazia occidentale

lunedì 19 Ottobre 2026

L’editoriale di Pasquale Hamel 

Pasquale Hamel

Il tema del velo integrale, nelle sue forme più note del niqab e del burqa, solleva una questione che va ben oltre l’abbigliamento religioso. Interroga il rapporto tra libertà individuale, dignità della persona, uguaglianza tra uomo e donna e valori fondamentali di una democrazia liberale.

Affrontarlo seriamente richiede di evitare tanto i pregiudizi verso l’Islam quanto il relativismo che induce a considerare ogni pratica culturale insindacabile. Il primo principio da cui partire è la libertà religiosa. In una società democratica ciascuno deve poter professare la propria fede, esprimere le proprie convinzioni e scegliere, entro i limiti stabiliti dalla legge, come presentarsi agli altri. La libertà, tuttavia, non è un principio isolato: si accompagna alla dignità, all’uguaglianza e all’autonomia della persona. È proprio nell’equilibrio tra questi diritti che si colloca il problema del velo integrale. Il volto non è soltanto una parte del corpo.

È uno strumento essenziale della comunicazione, del riconoscimento reciproco e della relazione sociale. Attraverso il volto esprimiamo emozioni, costruiamo fiducia e partecipiamo alla vita collettiva. La sua completa copertura, quando diventa una prescrizione sociale o religiosa imposta alle donne, può assumere un significato che trascende la scelta estetica o devozionale: può rappresentare una separazione simbolica tra la donna e lo spazio pubblico, come se la sua presenza dovesse essere nascosta o resa invisibile. È qui che emerge la questione più delicata. Una democrazia fondata sui diritti non può accettare che una donna sia obbligata a coprirsi il volto per imposizione familiare, pressione comunitaria o subordinazione religiosa. La libertà non consiste soltanto nel poter indossare un indumento, ma anche nel poter rifiutare di indossarlo senza temere ritorsioni, esclusione o disonore. Una scelta è autenticamente libera quando esiste anche la possibilità concreta di scegliere diversamente. Sarebbe però un errore concludere che ogni donna che indossa il velo integrale sia necessariamente oppressa o priva di autonomia.

Le motivazioni individuali possono essere diverse e non è legittimo presumere, senza conoscerle, che dietro ogni velo si nasconda una costrizione. Difendere i diritti delle donne significa riconoscerle come soggetti capaci di decidere, non sostituire un’imposizione religiosa con un pregiudizio laico. La critica deve quindi rivolgersi anzitutto alle strutture e alle norme che limitano la libertà, non alla dignità di chi indossa quel velo. Resta, tuttavia, una questione di convivenza civile.

Lo spazio pubblico di una democrazia non è un semplice luogo in cui culture diverse coesistono senza incontrarsi: è uno spazio condiviso, regolato da principi comuni. La possibilità di riconoscersi, comunicare e partecipare alla vita collettiva ha un valore concreto. In determinate circostanze, come l’identificazione personale o specifiche esigenze di sicurezza, può essere legittimo richiedere che il volto sia visibile, purché le limitazioni siano proporzionate, non discriminatorie e previste dalla legge. Questo non autorizza a trasformare il velo integrale in un simbolo automatico di arretratezza, né a confondere una religione intera con alcune sue interpretazioni.

La cultura occidentale dei diritti non si difende umiliando chi proviene da altre tradizioni, ma applicando coerentemente i propri principi a tutti, senza eccezioni arbitrarie e senza doppi standard. Il punto decisivo, dunque, non è stabilire se una cultura debba prevalere su un’altra, ma chiarire quali valori non possano essere sacrificati.

L’uguaglianza tra i sessi, la libertà effettiva della donna e la possibilità di vivere lo spazio pubblico senza coercizioni sono principi irrinunciabili. Nessuna tradizione può invocarli a proprio vantaggio e negarli agli altri. Il velo integrale appare incompatibile con la cultura dei diritti quando diventa espressione o strumento di subordinazione, quando ostacola la piena partecipazione sociale o quando viene imposto come obbligo. La risposta democratica, però, non può essere la condanna indiscriminata delle persone: deve essere la difesa rigorosa della libertà, soprattutto di quella di chi rischia di non poterla esercitare. Una società libera non impone a tutti di essere uguali nell’aspetto, nella fede o nelle convinzioni. Esige, invece, che nessuno sia privato della propria autonomia in nome di una tradizione, di un’autorità o di un’identità collettiva. È questo il confine che una democrazia deve saper riconoscere e difendere.

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