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I dati globali di IRENA

Transizione elettrica e record rinnovabili: l’Italia accelera la corsa, ma le infrastrutture restano indietro

sabato 15 Agosto 2026

Le fonti pulite superano la soglia dei 9.800 TWh raggiungendo il 31,7% della produzione mondiale. Solare ed eolico trainano una crescita mai vista prima, ma per centrare i target climatici al 2035 occorre una risposta sistemica.

Il panorama energetico planetario sta vivendo una metamorfosi senza precedenti nella storia industriale contemporanea: le fonti pulite non rappresentano più una semplice alternativa marginale o sperimentale, ma si sono consolidate come la spina dorsale della generazione elettrica globale.

Secondo le rilevazioni dettagliate contenute nel nuovo rapporto Renewable Energy Statistics 2026 pubblicato dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), la produzione mondiale di elettricità da fonti rinnovabili ha toccato nel 2024 la cifra record di 9.836 terawattora (TWh).

Questo risultato straordinario corrisponde a una quota del 31,7% sull’intera produzione elettrica globale, segnando un balzo in avanti del 9,8% rispetto all’anno precedente, quando la crescita si era fermata al 5,7%.

Un’accelerazione così marcata testimonia una reattività eccezionale dei mercati energetici, trainata primariamente dall’espansione travolgente delle tecnologie fotovoltaiche ed eoliche. In termini assoluti, il passaggio dai 8.957 TWh del 2023 ai 9.836 TWh del 2024 equivale all’immissione in rete di circa 879 TWh di energia pulita aggiuntiva in soli dodici mesi: un ammontare imponente, paragonabile al fabbisogno elettrico annuale di intere nazioni industrializzate.

A fronte di questo scatto delle rinnovabili, la generazione elettrica da fonti non rinnovabili è aumentata soltanto dell’1,4%, evidenziando come la nuova domanda di energia stia venendo progressivamente intercettata da vettori decarbonizzati.

solare a concentrazioneTuttavia, nonostante questi numeri da record e una capacità installata complessiva che ha toccato i 5,2 terawatt (TW), l’analisi di IRENA e le avvertenze delle Nazioni Unite delineano un quadro privo di compiacimenti.

L’attuale ritmo di crescita risulta ancora insufficiente se parametrato agli obiettivi fissati per il medio termine. In vista della COP31 sotto la presidenza della Turchia, le roadmap internazionali indicano che per portare l’elettricità al 35% della domanda finale di energia entro il 2035, la quota di rinnovabili nella matrice elettrica globale dovrà raggiungere un impressionante 78%.

La vera scommessa non si misura più soltanto nella capacità di aggiungere gigawatt alla rete, ma nella capacità di accelerare la dismissione dei combustibili fossili, superando asimmetrie regionali, strozzature infrastrutturali e disparità nell’accesso alla finanza climatica.

L’accelerazione del quinquennio: verso la soglia dei 10.000 TWh

 

L’analisi della traiettoria produttiva nell’ultimo quinquennio rivela una trasformazione strutturale che va ben oltre la semplice fluttuazione di mercato. Nel 2020, la produzione globale da fonti pulite ammontava a 7.480 TWh. Nel giro di quattro anni, il sistema planetario ha integrato oltre 2.350 TWh netti di generazione verde, mettendo a segno un’espansione cumulativa superiore al 31%.

Anno Produzione Rinnovabile Mondiale Variazione Assoluta
2020 7.480 TWh
2021 7.897 TWh +417 TWh (+5,6%)
2022 8.474 TWh +577 TWh (+7,3%)
2023 8.957 TWh +483 TWh (+5,7%)
2024 9.836 TWh +879 TWh (+9,8%)

Questo balzo dimostra come le politiche energetiche e gli investimenti mobilitati a livello internazionale abbiano impresso una spinta decisiva. Se tra il 2022 e il 2023 l’incremento di generazione si era attestato a 483 TWh (+5,7%), il salto registrato tra il 2023 e il 2024 (879 TWh, pari al +9,8%) rappresenta quasi un raddoppio del ritmo di crescita annuale.

La soglia psicologica e sistemica dei 10.000 TWh annui è ormai a portata di mano.

Solare ed eolico al centro della scena

 

Scomponendo i dati per tipologia di fonte, emerge con chiarezza come il cambio di passo della produzione elettrica sia guidato dal differente livello di maturità e velocità di installazione delle varie tecnologie.

Secondo i dati dell’International Renewable Energy Agency (IRENA), la capacità generativa rinnovabile complessiva nel mondo è passata da 2.021.302 MW nel 2016 a 5.155.007 MW nel 2025. Parallelamente, la produzione di energia elettrica da fonti pulite è cresciuta da 5.883.549 GWh nel 2016 a 9.836.128 GWh nel 2024.

L’idroelettrico si conferma la prima fonte per volume di produzione complessivo, con 4.633 TWh generati nel 2024 e un incremento del 4,8% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, i veri vettori dell’espansione accelerata sono il solare e l’eolico.

Il comparto solare ha fatto registrare performance straordinarie: nel 2024 ha prodotto 2.106 TWh, segnando un incremento del 28,6% in un solo anno rispetto ai 1.637 TWh del 2023. Su scala quinquennale (2020-2024), la generazione fotovoltaica è quasi duplicata, passando da 845 a 2.106 TWh (+149%). L’eolico ha raggiunto quota 2.499 TWh (+8,5% sull’anno e +57% dal 2020).

Fonte Produzione 2024 Variazione sul 2023 Trend Quinquennale (2020-2024)
Idroelettrico 4.633 TWh +4,8% Crescita matura
Eolico 2.499 TWh +8,5% +57%
Solare 2.106 TWh +28,6% +149%
Bioenergie 660 TWh +2,9% Progresso costante

Geografia dell’energia pulita: l’Asia guida, il Medio Oriente corre

 

Sotto il profilo geografico, il panorama tracciato dal report IRENA evidenzia una mappa della transizione caratterizzata da velocità, modelli di sviluppo e volumi estremamente differenti tra i vari continenti. Nel 2024, la generazione globale da fonti pulite ha raggiunto i 9.836 TWh, ma la distribuzione di questo valore rivela una profonda concentrazione della capacità produttiva e delle nuove installazioni in un ristretto nucleo di macro-regioni.

L’Asia si conferma l’egemone indiscusso della transizione energetica planetaria. Con una produzione record di 4.589 TWh nel 2024, il continente da solo genera il 46,7% di tutta l’elettricità verde del pianeta. A impressionare non è soltanto la massa critica già installata, ma il ritmo di espansione: l’Asia ha fatto registrare un incremento annuale del +14,3%, trainato quasi interamente dai giganti asiatici e, prima fra tutte, dalla Cina. Questa accelerazione è sostenuta da un’imponente filiera industriale interna che ha permesso di abbattere i costi di installazione per fotovoltaico ed eolico, portando la capacità rinnovabile totale della regione a superare i 2,89 milioni di MW.

L’Europa si attesta al secondo posto della graduatoria globale con 1.758 TWh prodotti (pari al 17,9% del totale mondiale) e una crescita del +7,2% rispetto al 2023. Il recupero della generazione europea è stato favorito da una duplice spinta: da un lato l’espansione costante del parco fotovoltaico e dell’eolico offshore nel Mare del Nord, dall’altro la ripresa della produzione idroelettrica dopo i lunghi periodi di magra dovuti ai fattori climatici degli anni precedenti.

Subito dietro si colloca il Nord America, che con 1.535 TWh (+5,8% sull’anno) copre il 15,6% della produzione globale, spinto dai grandi parchi eolici onshore degli Stati Uniti centrali e dalla progressiva decarbonizzazione delle reti statali.

Area Geografica Produzione 2024 Quota Globale Crescita Annuale
Asia 4.589 TWh 46,7% +14,3%
Europa 1.758 TWh 17,9% +7,2%
Nord America 1.535 TWh 15,6% +5,8%
Sud America 1.047 TWh 10,6% +2,9%
Eurasia 411 TWh 4,2% +11,9%
Africa 227 TWh 2,3% +5,7%
Oceania 138 TWh 1,4% +3,4%
Medio Oriente 76 TWh 0,8% +17,3%
America Centrale e Caraibi 55 TWh 0,5% +5,8%

L’analisi dei tassi di variazione percentuali mette in luce dinamiche particolarmente interessanti nelle regioni emergenti.

Il Medio Oriente ha fatto segnare lo scatto relativo più alto al mondo (+17,3%), guidato da progetti solari su scala utility e dall’integrazione di tecnologie termodinamiche (CSP). Tuttavia, l’area parte da volumi assoluti ancora contenuti (76 TWh, pari a poco più dello 0,8% mondiale), evidenziando come la diversificazione energetica nei Paesi esportatori di idrocarburi sia un processo appena avviato.

Il vero elemento di criticità emerso dalle rilevazioni riguarda l’Africa e l’America Centrale con i Caraibi. L’Africa, pur disponendo del potenziale di irraggiamento solare più elevato del pianeta e di ingenti risorse idriche, ha generato nel 2024 appena 227 TWh (il 2,3% del totale mondiale), con un tasso di crescita del +5,7%. L’America Centrale e i Caraibi si fermano allo 0,5% (55 TWh).

Questa marcata sproporzione dimostra come l’espansione delle rinnovabili stia viaggiando a due velocità: mentre le economie industrializzate e i mercati asiatici accumulano record produttivi, vaste aree del Global South rimangono ai margini della transizione a causa della carenza di infrastrutture di rete e delle diffuse barriere di accesso ai capitali.

Transizione globale “equa”? Superare le disparita regionali e gli ostacoli della “Finanza Climatica”

 

I divari territoriali evidenziano che la transizione globale non sta procedendo in modo omogeneo. L’accesso ai capitali, lo sviluppo delle infrastrutture di rete e la disponibilità di sistemi di accumulo elettrochimico variano enormemente tra le economie avanzate e i Paesi in via di sviluppo.

La transizione verso un’economia globale a basse emissioni di carbonio dipende in modo fondamentale dalla capacità di mobilitare risorse finanziarie su scala senza precedenti.

Tuttavia, l’architettura della cosiddetta “finanza climatica” affronta oggi una duplice problematica strutturale: la presenza di marcati divari territoriali nella distribuzione dei flussi di capitale e l’esistenza di profondi freni sistemici che ne rallentano l’efficacia, specialmente nei contesti in cui la necessità di investimenti è più urgente.

I divari territoriali rappresentano la prima grande distorsione del sistema attuale. Nonostante la necessità di decarbonizzazione e adattamento sia universale, la finanza climatica tende a concentrarsi in modo sproporzionato nelle economie avanzate e in un ristretto gruppo di mercati emergenti.

I Paesi a basso e medio reddito, che spesso subiscono in misura maggiore le conseguenze dei cambiamenti climatici pur avendo contribuito in minima parte alle emissioni storiche, ricevono solo una frazione marginale dei capitali globali.

Questa disuguaglianza nella geografia degli investimenti crea un circolo vizioso: la mancanza di risorse finanziarie adeguate impedisce la realizzazione di infrastrutture resilienti e di progetti di energia pulita, aumentando la vulnerabilità economica dei contesti più deboli e allontanando ulteriormente i capitali privati, attratti da mercati ritenuti meno rischiosi.

A questa frammentazione geografica si sommano i principali freni che ostacolano l’operatività della finanza climatica su larga scala. Il primo freno è rappresentato dall’elevato costo del capitale e dal rischio percepito.

Nei Paesi in via di sviluppo, i tassi di interesse applicati ai progetti legati alla transizione energetica o alla mitigazione sono nettamente superiori rispetto a quelli praticati nelle economie sviluppate.

Il rischio politico, la instabilità valutaria e le incertezze normative spingono gli investitori privati a richiedere rendimenti molto più alti per compensare l’esposizione finanziaria, rendendo molti progetti economicamente insostenibili sulla carta, nonostante l’elevato valore ambientale e sociale.

Un secondo ostacolo determinante è la carenza di capacità istituzionale e la scarsità di progetti bancabili. Molti governi ed enti locali nei Paesi meno sviluppati incontrano enormi difficoltà nella formulazione di piani di investimento a lungo termine e nella strutturazione tecnica di progetti capaci di soddisfare i rigidi criteri richiesti dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai fondi privati. Senza una solida pipeline di progetti pronti per l’investimento, le risorse disponibili faticano a tradursi in interventi concreti sul territorio.

Infine, gioca un ruolo cruciale la struttura del debito sovrano. Molti Paesi vulnerabili si trovano già in condizioni di forte stress finanziario o sovraindebitamento. Quando l’assistenza climatica viene erogata prevalentemente sotto forma di prestiti anziché di sussidi a fondo perduto, il risultato è un ulteriore appesantimento del debito pubblico.

Questo fattore riduce lo spazio fiscale dei governi locali per investimenti primari (come sanità e istruzione) ed evidenzia l’inadeguatezza dell’attuale architettura finanziaria multilaterale, pensata in un’altra epoca e oggi incapace di rispondere con la dovuta flessibilità alle emergenze del XXI secolo.

Per superare queste criticità, è indispensabile una riforma profonda dei meccanismi di mitigazione del rischio, un aumento della quota di finanza pubblica erogata a fondo perduto e un ruolo più audace delle banche multilaterali di sviluppo nell’attirare capitali privati verso le aree economicamente più fragili.

“La transizione energetica è diventata un processo irreversibile, guidato dalla convenienza economica e dalla sicurezza energetica. Tuttavia, non è ancora abbastanza veloce né abbastanza inclusiva. Molti Paesi vulnerabili necessitano disperatamente di finanza climatica, infrastrutture e competenze per sbloccare il proprio potenziale rinnovabile.” dichiara Simon Stiell, Segretario Esecutivo UNFCCC

Senza un sostegno finanziario strutturato e la rimozione delle barriere all’accesso alle tecnologie pulite, ampie porzioni del Global South rischiano di rimanere escluse dai benefici economici e ambientali della decarbonizzazione.

Il target del 2035 e la rotta verso la COP31

 

I dati del report IRENA assumono una rilevanza strategica in vista della COP31, che vedrà la Turchia alla presidenza. L’Agenda d’Azione fissa l’obiettivo di portare l’elettricità a coprire il 35% della domanda finale globale di energia entro il 2035.

Per sostenere questo livello di elettrificazione (nei trasporti, nel riscaldamento degli edifici e nell’industria), la roadmap di IRENA indica che le fonti rinnovabili dovranno coprire il 78% della produzione elettrica mondiale entro il 2035.

Si tratta di un valore pari a circa 2,5 volte la quota attuale (31,7%).

“Il mondo si sta mobilitando attorno all’elettrificazione come pilastro fondamentale della transizione energetica, con l’elettricità rinnovabile come forza trainante. L’elettrificazione pulita rafforza la sicurezza energetica, la resilienza e la competitività economica. Per riuscirci, tuttavia, la produzione rinnovabile dovrà espandersi a una velocità senza precedenti nel prossimo decennio.” dichiara Francesco La Camera, Direttore Generale IRENA.

Capacità installata vs generazione reale: Il nuovo record nel 2025

Accanto ai dati sulla produzione, il rapporto fornisce un quadro aggiornato della potenza installata. Nel corso del 2025 sono stati aggiunti a livello mondiale 693 gigawatt (GW) di nuova capacità pulita, il valore annuale più elevato di sempre.

A fine 2025, la potenza rinnovabile totale ha raggiunto i 5,2 terawatt (TW), arrivando a rappresentare il 49,5% della capacità elettrica globale. In sostanza, quasi la metà di tutti gli impianti di generazione esistenti sul pianeta sfrutta fonti rinnovabili. Le tecnologie pulite hanno coperto l’85,7% di tutte le nuove installazioni del 2025.

Il report ricorda tuttavia un principio fondamentale: la potenza installata (GW) non corrisponde direttamente all’energia prodotta (TWh). La resa effettiva dipende dal fattore di carico delle singole tecnologie, dalle condizioni meteorologiche, dall’efficienza delle reti di trasmissione e dalla presenza di sistemi di accumulo stazionario (BESS).

Dalla copertura della nuova domanda alla sostituzione dei fossili

Il record registrato rappresenta un passaggio storico, ma la vera prova del nove della transizione sarà la capacità delle rinnovabili di non limitarsi a soddisfare i nuovi consumi, bensì di sostituire concretamente le fonti fossili esistenti.

Sebbene la produzione pulita sia cresciuta di ben 879 TWh nel 2024, la generazione da fonti fossili è comunque aumentata dell’1,4%.

Per invertire definitivamente la rotta e centrare il target del 78% al 2035, le priorità strategiche dei governi devono concentrarsi su quattro assi principali:

  1. Ammodernamento e potenziamento delle reti elettriche: Interconnettere le aree di produzione ad alto rendimento con i grandi centri di consumo urbanizzati ed industriali.

  2. Sviluppo massivo degli accumuli: Installare batterie BESS e impianti di pompaggio idroelettrico per gestire la variabilità delle fonti solari ed eoliche.

  3. Semplificazione dei processi autorizzativi: Sbloccare i permessi burocratici garantendo al contempo la tutela degli ecosistemi e il coinvolgimento delle comunità locali.

  4. Elettrificazione dei consumi finali: Trasferire con decisione il settore automobilistico, il riscaldamento civile e i processi termici industriali verso i vettori elettrici puliti.

I dati IRENA confermano che la svolta tecnologica ed economica è già in corso. La sfida del prossimo decennio consisterà nel trasformare questa crescita record in un processo di decarbonizzazione rapido, equo e strutturale.

Il ruolo dell’Italia nella transizione europea: tra record nazionale e ritardi infrastrutturali

 

Mentre il rapporto IRENA evidenzia una crescita dell’energia rinnovabile in Europa pari al +7,2% nel 2024 (con un totale di 1.758 TWh prodotti), l’Italia rappresenta uno dei mercati chiave dell’Unione Europea per installazioni e potenziale di sviluppo. Nel contesto nazionale, la spinta verso la decarbonizzazione ha registrato nell’ultimo biennio un’accelerazione storica, guidata in primis dal fotovoltaico e dal graduale recupero della produzione idroelettrica dopo la grave siccità che aveva penalizzato il Paese nei periodi precedenti.

In Italia, il settore delle fonti pulite non rappresenta più una componente secondaria del mix elettrico, ma si è consolidato come pilastro strategico per la sicurezza energetica e la competitività industriale. Sulla scia del trend globale delineato da IRENA — che vede sole e vento coprire insieme quasi la metà della generazione verde mondiale — la penisola italiana presenta una dinamica analoga: la nuova capacità installata è quasi interamente trainata da impianti fotovoltaici ed eolici, con una netta prevalenza del comparto solare sia su scala industriale (utility-scale) sia attraverso la diffusione della generazione distribuita e dell’autoconsumo residenziale e aziendale.

La maturità tecnologica e il ruolo del fotovoltaico

La posizione geografica dell’Italia, e in particolare delle regioni del Mezzogiorno, conferisce al Paese un fattore di carico solare tra i più elevati d’Europa. Questa risorsa naturale ha permesso al fotovoltaico di diventare il principale motore della crescita energetica nazionale.

Impianto fotovoltaico “Iberdrola Fenix” tra Enna e Catania

L’abbassamento dei costi della tecnologia al silicio e le politiche d’incentivazione europee legate al PNRR hanno favorito una penetrazione capillare dei pannelli solari sui tetti degli edifici civili, sui capannoni industriali e nei grandi parchi a terra.

Tuttavia, al pari di quanto osservato a livello globale, la sola crescita della potenza installata non garantisce automaticamente la copertura del fabbisogno elettrico in assenza di continuità.

Sebbene la produzione solare italiana raggiunga i suoi picchi nelle ore centrali delle giornate estive, il sistema energetico nazionale affronta la questione cruciale della programmabilità. Per questa ragione, il contributo dell’idroelettrico — distribuito principalmente lungo l’arco alpino e la dorsale appenninica — e delle bioenergie rimane fondamentale per garantire la flessibilità di base e sostenere la stabilità della rete elettrica nazionale durante i periodi di calo della radiazione solare.

Terna-Tyrrhenian-Link

Il punto critico della transizione italiana ricalca esattamente i nodi sistemici evidenziati da IRENA su scala internazionale: il disallineamento tra i luoghi di produzione e i centri di maggiore consumo energetico. La maggior parte degli impianti eolici e dei grandi parchi fotovoltaici si trova nelle regioni meridionali e nelle isole, dove la disponibilità di suolo e l’irraggiamento sono superiori. Al contrario, la quota prevalente della domanda industriale ed elettrica continua a concentrarsi nelle regioni del Nord Italia.

Questo squilibrio geografico genera frequenti fenomeni di congestione di rete e il rischio di curtailment (il taglio forzato della produzione rinnovabile in eccesso). Per superare questa strozzatura, il gestore della rete di trasmissione nazionale (Terna) ha avviato un piano imponete di investimenti volti al potenziamento delle dorsali elettriche in alta e altissima tensione e alla realizzazione di grandi infrastrutture di interconnessione sottomarina (come il Tyrrhenian Link e l’Adriatic Link).

L’obiettivo strategico è trasformare l’Italia in un hub energetico del Mediterraneo, capace di trasportare l’energia pulita prodotta al Sud verso i distretti industriali del Settentrione e verso i mercati dell’Europa centrale.

Sistemi di accumulo e target PNIEC al 2030 e 2035

Per allinearsi alla traiettoria tracciata dagli obiettivi internazionali e dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), l’Italia è chiamata a compiere un ulteriore salto di qualità. Il PNIEC fissa al 2030 l’obiettivo di coprire almeno il 65% della produzione elettrica nazionale tramite fonti rinnovabili, un traguardo fondamentale per avvicinarsi alla soglia del 78% richiesta da IRENA a livello globale entro il 2035.

Per raggiungere questi target, la vera variabile determinante per il sistema italiano è rappresentata dai sistemi di accumulo di energia su grande scala (BESS – Battery Energy Storage Systems) e dagli impianti di idroelettrico da pompaggio.

L’integrazione di batterie a diffusione industriale permetterà di stoccare l’eccesso di energia fotovoltaica generata di giorno per rilasciarla nelle ore serali, riducendo la dipendenza dalle centrali termoelettriche a gas che ancora oggi coprono la quota marginale del prezzo dell’energia in Italia.

La scommessa della semplificazione e degli investimenti

In Italia se da un lato la flessione dei prezzi delle tecnologie pulite e la spinta della decarbonizzazione europea offrono un’opportunità irripetibile di sviluppo economico e riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, dall’altro rimangono da sciogliere i nodi legati alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento delle autorizzazioni ambientali.

Per far sì che il record europeo delle rinnovabili si traduca in una trasformazione strutturale e permanente per l’economia italiana, le istituzioni nazionali dovranno garantire la certezza del quadro normativo, accelerare i permessi per gli impianti di accumulo e promuovere la modernizzazione digitale della rete, posizionando il Paese all’avanguardia della transizione energetica continentale.

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