Oltre 4,5 milioni di ettari divorati dalle fiamme in dieci anni e un 2025 da incubo con 900mila ettari bruciati nel Continente. L’inchiesta condotta dal network europeo EDJNet, dal MIIR e dalla fondazione italiana Openpolis fotografa un’Europa travolta dall’era dei “megaincendi”.
E in questo pesante scenario l’Italia detiene un triste primato: nel 2025 oltre un incendio su tre nell’Unione Europea è divampato sul nostro territorio, con la Sicilia drammaticamente al centro tra le regioni in cui l’emergenza ambientale e sociale assume livelli importanti.

Un fenomeno alimentato dal calore estremo ma reso devastante dall’abbandono progressivo delle campagne interne, dove la mancanza di presidio umano trasforma la macchia mediterranea in una riserva di combustibile pronta a esplodere ogni estate.
Come rivela l’analisi dettagliata dei dati realizzata da Openpolis, la frammentazione dei dati tra enti nazionali e corpi forestali regionali rende spesso difficile per i cittadini cogliere la reale portata del disastro. Tuttavia, i rilievi satellitari europei non lasciano spazio a dubbi: la polverizzazione di migliaia di roghi a bassa intensità, unita all’azione sistematica della matrice dolosa, sta consumando le risorse dei soccorsi ed esaurendo la capacità di rigenerazione dei nostri ecosistemi più fragili.
L’Europa nell’era dei “Megaincendi”
I dati del sistema satellitare europeo EFFIS/Copernicus, elaborati dal network di giornalismo investigativo EDJNet insieme al MIIR e a Openpolis, delineano un quadro clinico allarmante per il nostro Continente: tra il 2015 e il 2025 si sono registrati quasi 24.000 incendi nei Paesi dell’Unione Europea, che hanno ridotto in cenere oltre 4,5 milioni di ettari di territorio. Per comprendere la portata di questo disastro ecologico, basti pensare che la superficie complessivamente bruciata in un solo decennio supera l’intera estensione territoriale di uno Stato come l’Estonia.
Non ci troviamo più di fronte a un fenomeno puramente stagionale o ad un’emergenza circoscritta a brevi parentesi estive, bensì all’affermarsi strutturale di una nuova fase storica che la comunità scientifica e l’informazione definiscono ormai apertamente come “l’era dei megaincendi”.
A guidare questa trasformazione è la combinazione letale tra il riscaldamento globale e i cambiamenti socio-economici nell’uso del suolo. Il 2025 è stato classificato dal programma europeo Copernicus come il terzo anno più caldo mai registrato in Europa, superando di 1,17°C la media del trentennio 1991-2020. Questa impennata delle temperature, unita a prolungate ondate di siccità e a una drastica riduzione dell’umidità nel terreno e nella vegetazione, ha creato la “tempesta perfetta” per la propagazione di roghi estremamente violenti.
La stagione estiva del 2025 si è così chiusa come la seconda più devastante della storia europea recente, con oltre 900mila ettari divorati dal fuoco nell’arco di pochi mesi.
È proprio in questo contesto che è emerso il fenomeno dei cosiddetti megafires (megaincendi), un termine tecnico che definisce quei roghi capaci di superare i 10.000 ettari di superficie distrutta e caratterizzati da un comportamento pirometeorologico estremo: velocità di propagazione incontrollabile, elevatissima intensità termica e la capacità di generare veri e propri microclimi interni che rendono del tutto inefficaci i tradizionali interventi di spegnimento da terra e dai mezzi aerei.

Tra il 2015 e il 2025, l’Europa ha dovuto affrontare ben 134 incendi definiti “molto grandi” (superiori a 5.000 ettari), di cui 61 veri e propri megaincendi.
La geografia dei megaincendi mostra una netta concentrazione nel bacino del Mediterraneo, dove si concentrano i Paesi storicamente più esposti al calore estivo. La Spagna guida questa triste graduatoria con 25 megaincendi registrati nel decennio, seguita a brevissima distanza dal Portogallo con 24.
La Grecia ha registrato 8 megaincendi, la Francia 2, l’Italia 1 e Cipro 1. Nel solo 2025 si sono verificati ben 18 megaincendi simultanei in quattro diversi Paesi europei, a dimostrazione di come questi eventi straordinari stiano diventando una tragica normalità. Particolarmente emblematico è stato il caso della Spagna nel 2025, dove oltre 400mila ettari sono andati bruciati in una singola stagione, con quasi l’89% dei danni concentrato in tre sole regioni rurali (Castilla y León, Galizia ed Estremadura), provocando l’evacuazione forzata di oltre 42mila residenti.
Tra tutti gli eventi estremi censiti nell’ultimo quinquennio, il primato del più grande incendio mai registrato in Europa da quando esistono le rilevazioni satellitari spetta al disastroso rogo dell’Evros, avvenuto nella Grecia nord-orientale nell’agosto del 2023. Innescato da un singolo fulmine nel parco nazionale di Dadia-Lefkimi-Soufli, l’incendio ha trovato condizioni di aridità del suolo e venti di tale intensità da diffondersi per 16 giorni consecutivi, arrivando a bruciare l’incredibile cifra di 96.610 ettari di terreno. Oltre alla tragica perdita di 20 vite umane, il rogo dell’Evros ha distrutto il 58% dell’area protetta del parco nazionale, un rifugio fondamentale per rarissime specie di volatili e rapaci europei.
Un altro elemento centrale emerso dalle analisi di EDJNet e Openpolis riguarda la tipologia di vegetazione distrutta da questa nuova generazione di incendi. Contrariamente all’immaginario comune che associa i roghi quasi esclusivamente alla distruzione di dense e antiche foreste di alto fusto, i dati rilevano che oltre 2,6 milioni di ettari bruciati in Europa nel decennio — una superficie tre volte superiore a quella delle foreste dense colpite — erano composti da macchia mediterranea, arbusteti, pascoli e territori agricoli abbandonati in fase di rinaturalizzazione spontanea.
La progressiva scomparsa delle attività agro-pastorali tradizionali ha fatto sì che enormi distese di territorio rurale venissero invase da vegetazione incolta e secca, trasformando le aree di interfaccia tra campagna e foresta in una continua polveriera pronta a innescarsi alla prima scintilla.
Infine, l’impatto ambientale di questa escalation minaccia direttamente le politiche europee di tutela della biodiversità. Una porzione consistente delle superfici bruciate in tutto il Continente ricade infatti all’interno dei siti della rete Natura 2000, le aree protette istituite dall’Unione Europea per salvaguardare gli habitat e le specie a rischio. Gli esperti e gli ecologi intervistati nell’articolo avvertono che, con il continuo innalzamento delle temperature medie globali, il rischio dei megaincendi sta gradualmente risalendo verso nord, arrivando a minacciare regioni della Francia settentrionale, della Germania e del Nord Europa che storicamente non hanno mai sviluppato una cultura o una struttura di prevenzione antincendio adeguata a fronteggiare roghi di questa portata.
Il primato italiano e la frammentaria anatomia dei roghi
Mentre l’Europa centro-settentrionale e la penisola iberica imparano a fare i conti con la devastazione improvvisa dei megafires, l’Italia risponde a questa crisi ecologica continentale con una dinamica profondamente diversa, ma dalle conseguenze ugualmente distruttive. I dati elaborati da Openpolis e dal network EDJNet, sulla base delle rilevazioni del sistema satellitare europeo EFFIS/Copernicus, assegnano al nostro Paese un primato drammatico e per certi versi paradossale: nel corso del 2025, oltre un incendio su tre di tutti quelli registrati nell’intera Unione Europea è divampato sul territorio nazionale. Un dato impressionante, che colloca l’Italia al vertice della frequenza e della capillarità degli eventi incendiari, trasformando la Penisola nell’epicentro continuo dell’emergenza roghi nel Mediterraneo.

Per comprendere la natura specifica del caso italiano occorre analizzare la struttura con cui il fuoco si manifesta lungo la Penisola. A differenza di quanto accade in Spagna, Portogallo o Grecia — dove la stagione estiva è spesso segnata da enormi fronti di fiamma capaci di divorare decine di migliaia di ettari in un singolo evento — la mappa degli incendi italiani rivela una marcata e sistematica frammentazione.
Nel 2025, i roghi registrati in Italia hanno percorso complessivamente 94.456 ettari di superficie, pari a circa il 10,4% del totale del territorio europeo andato a fuoco. Tuttavia, ben il 99,2% degli incendi italiani ha presentato un’estensione singola inferiore ai 1.000 ettari. Siamo di fronte a una vera e propria polverizzazione dei focolai: migliaia di piccolissimi e medi roghi che si accendono in maniera capillare e simultanea, logorando quotidianamente il territorio e sfinendo le forze d’intervento.
Questa dispersione geografica ed temporale rappresenta un fattore di enorme criticità per la gestione della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco. Se un grande megaincendio richiede la mobilitazione di ingenti risorse concentrate in un unico settore strategico, la proliferazione di centinaia di micro-focolai distribuiti a macchia d’olio tra valli, zone collinari e periferie urbane costringe la macchina dei soccorsi a un frazionamento continuo delle proprie forze. Squadre di terra, autopompe e Canadair si trovano così a dover rincorrere un’emergenza perennemente a macchia d’olio, dove la logistica dello spegnimento diventa un puzzle quasi impossibile da ricomporre in tempi rapidi, soprattutto in presenza di forte vento e temperature estreme.
Un secondo primato tragico emerso dall’inchiesta riguarda la tipologia di suolo colpita. L’Italia detiene il valore più alto a livello europeo per quanto riguarda la distruzione di superfici agricole. Considerando il decennio compreso tra il 2015 e il 2025, nel nostro Paese sono andati bruciati oltre 259mila ettari di terreni destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
Soltanto nel 2025, l’area agricola percorsa dal fuoco ha toccato i 37.082 ettari, pari al 39,3% dell’intera superficie italiana colpita dagli incendi in quell’anno e al 17,7% dell’intera superficie agricola europea divorata dalle fiamme. Un danno economico e produttivo incalcolabile, che colpisce direttamente la sovranità alimentare, distrugge colture storiche come oliveti e vigneti, e azzera il lavoro di centinaia di aziende agricole e allevamenti a conduzione familiare nelle aree interne.
La matrice di questa polverizzazione di roghi è, nella quasi totalità dei casi, legata all’azione umana. Sebbene la crisi climatica crei le condizioni ideali di aridità e calore per la combustione, le dinamiche locali confermano che la stragrande maggioranza degli inneschi in Italia ha natura dolosa o gravemente colposa. Si va dalla pratica illegale e incauta del “abbruciamento” delle stoppie agricole e dei pascoli per favorire il ricaccio dell’erba, fino alle vere e proprie azioni criminali guidate da interessi speculativi, controversie legate all’uso dei suoli o semplice vandalismo.
Un’azione umana scellerata che trova un terreno fertilissimo nella progressiva scomparsa dei presidi tradizionali di tutela e manutenzione del territorio.
Un altro aspetto fondamentale evidenziato dall’analisi di Openpolis riguarda l’ubicazione geografica dei roghi italiani. Circa il 38% della superficie bruciata nel 2025 (pari a oltre 35.800 ettari) si colloca nelle cosiddette “zone di interfaccia”, ossia quelle aree intermedie in cui l’ambiente naturale si fonde con l’urbanizzazione, la rete viaria e i centri abitati.
Questa collocazione rende gli incendi italiani particolarmente pericolosi per l’incolumità pubblica, portando il fuoco a ridosso di case, strade statali, campeggi e infrastrutture critiche. A questo si aggiunge un bilancio ecologico pesante: il 28% delle aree percorse dal fuoco in Italia nel 2025 ricadeva, anche solo parzialmente, all’interno della rete Natura 2000, minacciando la biodiversità di habitat protetti e distruggendo campionature preziose di vegetazione a sclerofille — come leccio, mirto e sughera — tipiche della macchia mediterranea.
Infine, l’inchiesta mette a nudo una criticità tutta italiana che ostacola la prevenzione e il dibattito pubblico: la complessa frammentazione amministrativa nella gestione dei dati.
Le informazioni sugli incendi nazionali sono suddivise tra Ministero dell’Agricoltura, Vigili del Fuoco e Comando Unità Forestali dell’Arma dei Carabinieri per le regioni a statuto ordinario, mentre le regioni a statuto speciale gestiscono e pubblicano i dati in modo autonomo attraverso i propri corpi forestali.
L’assenza di un unico portale nazionale centralizzato e l’impiego di formati spesso complessi o privi di metadati standardizzati rendono difficile per i cittadini e i ricercatori disporre di un quadro d’insieme immediato. Una carenza di trasparenza informativa a cui suppliscono proprio i dati del sistema europeo EFFIS, confermando come la battaglia contro il fuoco in Italia richieda non solo una migliore gestione del territorio, ma anche una governance dei dati più moderna e unificata.
Sicilia, la mappa del disastro ambientale nelle province
Nello scacchiere italiano la Sicilia si attesta come l’area di massima vulnerabilità e uno degli epicentri dell’emergenza incendi nel Mezzogiorno. Nel corso del 2025, la sola regione insulare ha catalizzato ben il 53,5% della superficie totale colpita dal fuoco a livello nazionale, superando quota 50.500 ettari andati in cenere. Un’incidenza impressionante che dimostra come più della metà della devastazione vissuta dall’intero Paese si sia concentrata entro i confini dell’isola, trasformando il territorio regionale in una perenne trincea contro le fiamme.
L’impatto di questa piaga non risparmia alcuna porzione dell’isola, ma si distribuisce con eccezionale severità attraverso tutte e nove le province siciliane, disegnando una mappa del devastazione ambientale variegata ma capillarmente drammatica.
A guidare la graduatoria regionale e nazionale è la provincia di Agrigento, dove il fuoco ha percorso ben 18.610 ettari di territorio, incenerendo vaste porzioni di macchia mediterranea e aree collinari. Segue a breve distanza la provincia di Caltanissetta, con 11.392 ettari divorati dai roghi, confermando come il settore centro-meridionale dell’isola sia stato l’ambito più esposto all’azione combinata di calore eccezionale e venti caldi.
Spostandosi verso la fascia occidentale, la provincia di Trapani ha visto bruciare 7.179 ettari, vedendo minacciati alcuni dei suoi paesaggi naturali più iconici e fragili. Sul versante orientale e tirrenico, la pressione degli incendi ha mantenuto livelli di massima allerta: la provincia di Palermo registra 4.850 ettari colpiti, con roghi che sono arrivati a sfiorare ripetutamente la fascia periurbana e le dorsali collinari che cingono il capoluogo. Nella provincia di Messina i terreni percorsi dalle fiamme ammontano a 3.420 ettari, con gravi danni concentrati lungo le dorsali dei Nebrodi e dei Peloritani, dove i versanti scoscesi rendono particolarmente complesse le manovre di spegnimento da terra.
Anche la parte centro-orientale e meridionale dell’isola mostra cifre pesanti. La provincia di Catania ha registrato 2.310 ettari inceneriti, con focolai che hanno risalito i rilievi montani che coronano l’Etna e devastato ampie campate agricole della piana catanese. Nell’entroterra, la provincia di Enna ha contato 1.540 ettari divorati dal fuoco, vedendo intaccati i propri complessi boschivi interni e i pascoli collinari. Infine, la fascia sud-orientale ha visto la provincia di Siracusa registrare 890 ettari percorsi dal fuoco e la provincia di Ragusa chiudere la mappa provinciale con 320 ettari colpiti, dove la presenza di un’agricoltura serricola e intensiva ha parzialmente contenuto l’estensione dei roghi rispetto alle aree selvatiche.
I danni al patrimonio naturale derivanti da questa distruzione a nove voci sono incalcolabili. Dai boschi di latifoglie alle storiche sugherete, fino alla tipica vegetazione a sclerofille, il fuoco aggredisce ecosistemi preziosi e spesso protetti dalle direttive comunitarie. Oltre alla perdita immediata di flora e fauna, la scomparsa del manto vegetale innesca marcati processi di erosione del suolo. Privati della loro copertura naturale, i versanti collinari rimangono del tutto inermi di fronte alle piogge intense, amplificando a dismisura il rischio di dissesto idrogeologico, frane e colate di fango durante la stagione autunnale.
Al di là dei fattori meteorologici e del riscaldamento globale, la radice della profonda fragilità siciliana affonda anche nello spopolamento demografico ed economico delle zone interne. La progressiva riduzione dei pascoli curati e la contrazione delle attività silvo-pastorali tradizionali hanno fatto venire meno quelle barriere naturali e quei presidi umani che in passato contenevano l’avanzata delle fiamme. I poderi e i terreni coltivati finiti in stato di abbandono accumulano rapidamente sterpaglie, arbusti e biomassa secca, che finiscono per fungere da pericoloso ponte termico capace di guidare il fuoco dai boschi isolati fin verso i centri abitati e le infrastrutture viarie.
Fronteggiare una crisi di queste dimensioni richiede una revisione profonda delle strategie di contrasto, superando la logica della pura risposta emergenziale. Se da un lato resta insostituibile il lavoro sul campo svolto dai Vigili del Fuoco, dal Corpo Forestale e dai volontari della Protezione civile — spesso costretti a impiegare piccoli moduli antincendio su fuoristrada per penetrare lungo le trazzere e i sentieri più impervi dove i mezzi pesanti non possono transitare —, dall’altro diventa imprescindibile l’integrazione di tecnologie di ultima generazione.
L’impiego sistematico di droni provvisti di sensori termici e telecamere ad alta risoluzione permette oggi di effettuare un monitoraggio preventivo del territorio e di diagnosticare precocemente i focolai prima che assumano dimensioni incontrollabili. Tuttavia, la vera difesa del territorio risiede nel rilancio delle economie rurali, nella manutenzione attiva del verde perimetrale da parte dei residenti e nella ricostruzione di una cultura della cura della terra, unici tasselli capaci di sottrarre la Sicilia alla morsa del fuoco.
Abbandono del territorio e prevenzione dal basso: servono nuove strategie
Se la crisi climatica fornisce la scintilla atmosferica — attraverso temperature record, siccità prolungate e raffiche di vento —, l’incombustibile accumulo di biomassa secca che alimenta i roghi dell’Europa meridionale è la diretta conseguenza di una profonda trasformazione sociale ed economica che non sempre viene percepita: la progressiva desertificazione umana delle aree interne e montane. Il graduale spopolamento dei borghi rurali, unitamente alla chiusura di migliaia di piccole aziende agro-pastorali, ha spezzato quel millenario equilibrio tra uomo e natura che garantiva la manutenzione costante del paesaggio.
Laddove un tempo sorgevano pascoli regolari, colture ordinate e boschi curati, oggi dominano terreni agricoli incolti e arbusteti spontanei. Senza la presenza di agricoltori e allevatori, il sottobosco accumula tonnellate di legname morto, rovi e sterpaglie che trasformano le campagne in autentiche polveriere estive. La progressiva scomparsa della presenza pastorale ha rimosso quelle barriere vegetali a bassa combustibilità che storicamente interrompevano la continuità della vegetazione, consentendo alle fiamme di propagarsi senza ostacoli su scala regionale.
Di fronte all’evidente inadeguatezza dei soli interventi emergenziali e di spegnimento aereo — estremamente costosi e spesso inefficaci di fronte ai comportamenti pirometeorologici dei megafires —, emerge la necessità impellente di capovolgere la prospettiva, mettendo al centro la prevenzione strutturale e la gestione attiva del territorio. La salvaguardia degli ecosistemi non può prescindere da un approccio “dal basso”, fondato sulla responsabilizzazione delle comunità locali e sul ripristino dei presidi rurali.
La prevenzione dal basso si traduce innanzitutto nella creazione di “comunità antincendio” e nella pianificazione partecipata delle zone di interfaccia urbano-rurale. Pulire regolarmente le fasce perimetrali attorno ai centri abitati, ripristinare le vecchie trazzere e i sentieri forestali per consentire l’accesso rapido dei soccorsi, e reintrodurre pratiche tradizionali come il pascolamento controllato lungo le linee tagliafuoco costituiscono misure a basso costo ma dall’altissimo rendimento ecologico e di sicurezza.
Inoltre, il coinvolgimento diretto dei residenti e delle associazioni di volontariato nel monitoraggio capillare dei punti critici rappresenta l’arma più efficace per disincentivare le condotte colpose e contrastare la piaga degli inneschi dolosi.
A integrazione del presidio umano, la tecnologia moderna offre strumenti integrativi fondamentali. L’uso di sensori IoT per il rilevamento precoce del calore, unito al sorvolo di droni dotati di camere termiche, consente di individuare i piccoli focolai prima che la combinazione di vento e aridità li renda inattaccabili dalle squadre di terra.
Le proposte dei report: cosa si chiede alle istituzioni
Per rendere operative queste strategie, le analisi condotte dal network EDJNet, dal MIIR e da Openpolis formulano precise richieste di intervento articulate su tre livelli di governance:
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A livello europeo: I report sollecitano un’accelerazione nell’attuazione del Nature Restoration Law e una revisione dei fondi della Politica Agricola Comune (PAC), affinché gli incentivi non premino unicamente la produttività intensiva, ma remunerino gli agricoltori per i “servizi ecosistemici” resi, inclusa la prevenzione degli incendi e la cura dei boschi. Si richiede inoltre il rafforzamento del meccanismo di protezione civile rescEU, affiancando alla flotta aerea comune una strategia transfrontaliera standardizzata per il monitoraggio dei dati e la gestione dei rischi nelle aree Natura 2000.
La Nature Restoration Law (Regolamento UE 2024/1991) obbliga gli Stati membri a ripristinare gli ecosistemi degradati, coprendo il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030 e il 90% entro il 2050. Essendo un regolamento europeo, la legge è immediatamente vincolante, ma la sua applicazione pratica è decentralizzata. Ogni paese recepisce la norma redigendo un proprio Piano Nazionale di Ripristino (PNR), da presentare alla Commissione Europea entro il 1° settembre 2026. Questo approccio permette a ciascun governo di “territorializzare” gli obiettivi comunitari in base alle proprie specificità ecologiche ed economiche. L’Italia ha avviato la pianificazione con il Decreto Legislativo 80/2026, focalizzandosi sul blocco del consumo di verde urbano e sulla rinaturalizzazione dei fiumi. Altri paesi nordici concentrano gli sforzi sul recupero delle torbiere, mentre gli stati costieri puntano sui fondali marini, trasformando una direttiva comune in azioni locali mirate. -
A livello italiano: La richiesta prioritaria riguarda la superamento della frammentazione amministrativa e informativa. Viene sollecitata la creazione di un Catasto Nazionale degli Incendi e di un portale unico e trasparente in formato open data, gestito in modo centralizzato tra Ministeri, Vigili del Fuoco e Carabinieri Forestali. Sul piano strutturale, si è chiesto di vincolare quota parte dei fondi del PNRR e del Fondo di Coesione al finanziamento di piani di assestamento forestale per i Comuni delle aree interne, superando la logica dei sussidi a pioggia e penalizzando severamente le speculazioni sui suoli percorsi dal fuoco.
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A livello siciliano: Le proposte puntano al potenziamento immediato del corpo antincendio regionale, con la stabilizzazione del personale forestale e la pianificazione dei turni di guardia ben prima dell’avvio della stagione estiva. Si richiede una drastica semplificazione burocratica per consentire ai Comuni e ai privati l’esecuzione di interventi urgenti di pulizia del verde e la realizzazione di micro-invasi aziendali per l’approvvigionamento idrico dei mezzi di soccorso. Infine, si propone di istituire un patto di collaborazione permanente tra la Regione e le organizzazioni agricole locali per finanziare il pascolo di prevenzione nelle aree collinari a maggior rischio di desertificazione.
La salvezza dell’Europa e della Sicilia non si otterrà soltanto spegnendo le fiamme, ma tornando a riabitare la terra. Restituire valore alla cura del territorio e coordinare la prevenzione tra istituzioni e cittadini rappresenta l’unica strada per fermare questa devastazione silenziosa e sottrarre i nostri ecosistemi all’era dei megaincendi.









