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Le fratture interne nel centrodestra

Referendum sulla giustizia, Caporetto del centrodestra a Palermo: i “no” doppiano i “si” nel regno di Lagalla

martedì 24 Marzo 2026
Roberto Lagalla, Giulio Tantillo e Pietro Alongi

E’ il momento delle analisi al voto sul referendum della giustizia. Una vera e propria Caporetto per il centrodestra regionale ma soprattutto palermitano. “Il silenzio è d’oro“, recita un vecchio detto popolare. Ma oggi più che mai c’è attesa per capire qual è lo stato d’animo degli attori protagonisti della coalizione di Governo nell’Isola e nel capoluogo siciliano.

Il risultato uscito fuori dalle urne è stato inatteso. Almeno nelle proporzioni. In pochi potevano immaginare una sconfitta così sonora per la pattuglia siciliana di Giorgia Meloni e soci. Ben 20 punti di differenza a livello regionale. Quasi il doppio quelli registrati nella città di Palermo. La patria di diversi big della maggioranza si è rivelata la Waterloo politica di questo 2026. Una sconfitta figlia di una campagna referendaria condotta tanto nei palazzi e poco sul territorio. Un tonfo che potrebbe lasciare cicatrici in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Esulta il centrosinistra per la vittoria al referendum sulla giustizia

Festa del no a Palermo, referendum sulla giustizia
Festa del no a Palermo, referendum sulla giustizia

Intanto, il centrosinistra può certamente sorridere. Il fronte progressista ha salutato positivamente l’esito del referendum sulla giustizia, scagliando una serie di aspre critiche al governatore Renato Schifani. Anthony Barbagallo, Ismaele La Vardera e Nuccio Di Paola. Tutti uniti dalla campagna per il “no”. Tutti uniti da un concetto: “lo sfratto al Governo Regionale sta per arrivare“. Una vittoria che, oltre a rilanciare le ambizioni di un campo largo apparso fino ad oggi limitato da dinamiche interne, fa riflettere il mondo del centrodestra.

Gli affondi di Miccichè e Falcone agli alleati

A dare la sua personale spiegazione sul voto del 22 e del 23 marzo è stato l’eurodeputato di Forza Italia Marco Falcone. Il voto referendario, secondo l’esponente azzurro, “è un segnale da non sottovalutare, un forte campanello d’allarme per il centrodestra nel suo complesso e, per quanto ci riguarda, in particolare per la tenuta di Forza Italia. Le nostre roccaforti vanno difese con impegno e vicinanza alla gente, non considerate per acquisite“. Insomma, qualcuno pensava di aver già vinto ancor prima di giocare la partita. Ma come insegna Boskov, “incontro finisce quando arbitro fischia“. E il campo, giudice ultimo nel calcio così come nella politica, ha decretato un risultato amaro per il centrodestra siciliano e palermitano.

Non lesina critiche nemmeno l’ex presidente dell’Ars, oggi a Grande Sicilia, Gianfranco Miccichè. Posso accettare una vittoria del No, ma ho troppa esperienza per non capire cosa è successo. Dove erano dirigenti, deputati, senatori, sindaci e assessori di centrodestra? Poche iniziative – conclude Micciché – nessuna vera mobilitazione, nessuna sala piena come accade di solito. Spero comunque che la riforma possa essere completata in futuro, da qualsiasi schieramento, senza che qualcuno gridi all’annullamento della Costituzione o ad altre sciocchezze simili“.

I numeri in Sicilia: bassa affluenza, tante preferenze per il “no”

Ma basta solo questo a spiegare un simile epilogo? Ovviamente no. Come in ogni analisi, bisogna partire dai numeri. La Sicilia si è classificata all’ultimo posto nella graduatoria dell’affluenza nazionale, con un dato che si è fermato poco sopra il 46%. Ben dodici punti in meno rispetto alla media nazionale. Fatto che in una regione con un pubblico elettorale da 3,8 milioni di persone, ha rappresentato di certo un fattore anche sul risultato generale. Un elemento che di certo non può lasciare soddisfatta Giorgia Meloni.

La Caporetto a Palermo sul referendum della giustizia

E il presidente del Consiglio sarà ancor meno contenta dei dati venuti fuori dalla città di Palermo. Il capoluogo di Regione. Patria politica e natia di diversi esponenti di punta del centrodestra nazionale e regionale. Città nella quale il sindaco Roberto Lagalla governa con 26 consiglieri su 40. Numeri che avrebbero fatto pensare ad un successo, anche largo. E invece, la realtà si rivelata diversa. Qui infatti i “si” hanno totalizzato la misera cifra di 75.000 preferenze o giù di lì. Al contrario i “no” ne hanno registrato 166.000. Più del doppio.

I numeri non mentono. Il partito del “no” a Palermo ha fatto, in proporzione, più proseliti rispetto alla “rossa” Bologna (68,19% contro il 31,81% dei “si”).  E questa per il centrodestra palermitano è una sconfitta che rischia di lasciare il segno. Una forbice di quasi 38 punti percentuali (68,93% a 31,07%) che arriva in una città in cui il primo cittadino deve fare i conti, da tempo, con alcune fratture interne alla coalizione. Alcune sopite. Altre note alle colonne della stampa.

Le fratture nel centrodestra: la spaccatura FdI-Lavoriamo Per Palermo

I giorni antecedenti al voto referendario sono stati contraddistinti infatti da diatribe intestine. Due i casi più eclatanti. Il primo riguarda lo scontro a distanza fra il capogruppo di Fratelli d’Italia Giuseppe Milazzo e quello di Lavoriamo Per Palermo Dario Chinnici. L’eurodeputato meloniano non ha mancato di manifestare il proprio dissenso in più occasioni. A cominciare dal caso relativo all’emendamento sugli operatori Asacom, passando poi per il voto contrario agli ordini del giorno approvati con la prima variazione di bilancio del 2026 al Comune di Palermo.

Ma, secondo i microfoni di Radio Palazzo, dietro questi malumori ci sarebbero differenze di vedute sulle candidature in Provincia alle elezioni amministrative. Non sarebbe a caso quindi che Milazzo, nei giorni scorsi, abbia tirato fuori il tema dei “renziani travestiti da uomini di centrodestra“. Un collegamento che potrebbe essere relativo, in questo scenario, alle differenze di vendute sulle candidature proposte fra Isola delle Femmine e Villabate. Due scelte opposte a poco più di venti chilometri di distanza. Fatto che non sarebbe andato giù allo stesso Milazzo, il quale avrebbe a più riprese manifestato il proprio disappunto al sindaco Roberto Lagalla.

Il caso sull’odg per i lavoratori “Italo-Belga”

Un’altra fonte di dissapori è stata quella relativa all’ordine del giorno sulla tutela occupazionale dei lavoratori della compagnia “Italo-Belga“. Un gruppo di dipendenti che ha manifestato sabato scorso in quel di Mondello chiedendo certezze per il futuro. Una battaglia su cui si è riversata l’attenzione dei consiglieri comunali Gianluca Inzerillo ed Ottavio Zacco. La coppia. Le colonne portanti su cui si reggeva il mondo di quelli che sono stati ribattezzati “Tamajo Boys”.  Un nome chiaramente riferito al leader di preferenze in casa Forza Italia. Nativo di Mondello, Tamajo ha guidato la truppa azzurra non solo alle scorse elezioni regionali ma anche alla tornata del 2023 relativa alle elezioni europee. Salvo poi lasciare il posto a Bruxelles a Caterina Chinnici.

Proprio in quel periodo, Zacco ed Inzerillo salutavano la compagnia dell’ex assessore regionale. Il primo si è accasato qualche mese dopo a Lavoriamo Per Palermo. Ovvero, la costola di Grande Sicilia rappresentata proprio dal sindaco Roberto Lagalla. L’altro invece ha deciso di rimanere a Forza Italia ma all’interno della corrente del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, conseguendo nel frattempo anche l’incarico di consigliere nazionale della compagine. Insomma, le strade si sono divise. Ma per l’occasione Inzerillo e Zacco hanno fatto fronte comune, proprio a supporto dei lavoratori della compagnia Italo-Belga. I due, infatti, hanno proposto un ordine del giorno per impegnare il sindaco e la Giunta “ad attivarsi nelle sedi competenti per tutelare i livelli occupazionali” di quasi 200 persone.

Tutto ok, si direbbe. L’atto, infatti, è stato approvato a maggioranza dei presenti. Contrari solo i quattro esponenti di Fratelli d’Italia in aula in quel momento, così come è accaduto per tutti gli altri odg votati quel giorno. Pur tuttavia, in serata, gli occhi attenti delle opposizioni hanno fotografato e repostato sui social una reazione scomposta di un noto esponente azzurro. Un post, poi cancellato, nel quale si parlava di un “ordine del giorno approvato per tutelare una categoria di lavoratori” e nel quale i proponenti venivano definiti “pagliacci“. Insomma, non proprio un post distensivo.

La vittoria del “no” al referendum sulla giustizia: la riflessione nel centrodestra

Insomma, il clima a Palermo non è sereno. Ma non è la sola spiegazione possibile per un risultato inatteso come quello restituito dal referendum sulla giustizia. Certamente c’è una componente di centrodestra che ha deciso di votare “no”. Altri, semplicemente, non si sono recati al seggio. Altri ancora, forse, non hanno trovato la chiave di comunicazione giusta. E, nonostante i sondaggi della vigilia davano il “si” vincente in una situazione di alta affluenza come quella del 22 e del 23 marzo, il verdetto delle urne è stato diametralmente opposto. Una lezione amara per il centrodestra e che arriva a poco più di un anno dagli appuntamenti elettorali del 2027. Un momento in cui la coalizione di Governo dovrà arrivare con  maggiore convinzione se vorrà sperare di ripetere il tris calato in Sicilia nel 2022. Un filotto pronosticato almeno come “probabile” qualche settimana fa. Ma che oggi il dato elettorale ha rimesso quantomeno in discussione.

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