Carissimi,
confesso che, più passa il tempo, più mi convinco che fare il docente non sia un mestiere ma una disciplina ascetica, una via di perfezionamento interiore che, se praticata a lungo, dovrebbe dare diritto almeno a una pensione anticipata o a un piccolo altare votivo. Perché insegnare a una classe brillante è quasi una forma di turismo culturale: si parla, loro capiscono, qualcuno persino annuisce, e il docente torna a casa persuaso che il genere umano sia salvabile. Ma il vero cimento è un altro, è quando davanti hai una platea che ti guarda come si guarda il libretto delle istruzioni di una lavatrice, con sospetto e rancore. Lì comincia il sacerdozio.
Perché spiegare concetti semplici a chi non vuole comprenderli è come tentare di insegnare il contrappunto a una gallina. Tu insisti, ti sforzi, elabori metafore, esempi, parabole, fai persino il mimo se necessario, sperando che qualcosa attecchisca. E qualche volta succede. Un lampo. Un neurone che si accende. Un miracolo minore. Ed è per quei miracoli che uno continua.
Un poco è lo stesso vizio che mi porto dietro scrivendo queste note di costume, dove uno si ostina a parlare dell’essere umano come se fosse un soggetto riformabile, nonostante prove contrarie raccolte in anni di osservazione sul campo. Si insiste su certi argomenti per provocare un contraddittorio, per suscitare una reazione, magari persino un dissenso intelligente, che è sempre meglio del consenso cretino. Perché il problema non è avere ragione, che è una forma elegante di vanità, ma capire se esiste ancora qualcuno disposto a pensare che il mondo non finisca esattamente sulla punta del proprio naso.
Dicevano che la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri. Bellissimo. Una frase talmente bella che viene citata spesso da chi parcheggia in doppia fila. Perché il dramma è che molti non vogliono convivere, vogliono prevalere. Non intendono raccogliere il testimone per proseguire una corsa comune, ma per sequestrarlo. Oggi c’è gente che non aspira a fare bene una funzione, aspira solo a trattenere il ruolo il più a lungo possibile, come certi bambini che al mare non ti ridanno il pallone. E guai a parlare di merito, qualità, successione, crescita. Sono parole che generano orticaria.
Ci riempiamo la bocca di princìpi, poi alla prima occasione utile molti venderebbero pure il certificato di battesimo pur di afferrare un piccolo potere. Perché esiste una fauna specializzata, e non mi riferisco ai cinghiali urbani. Parlo di quelli che vivono di energia altrui. Parassiti relazionali. Gente che prospera appoggiandosi sulle idee, il lavoro, la buona fede degli altri. In natura almeno questi insetti hanno una dignità biologica. Nell’umano spesso si candidano pure a maestri di vita.
E qui veniamo al diavolo, che ingiustamente è stato ridotto a stilista. “Il diavolo veste Prada”, si dice. Sciocchezze da boutique. Il diavolo veste cordiale. Si presenta simpatico, premuroso, sensibile, perfino spiritoso. Se avesse le corna lo vedremmo arrivare da lontano e ci organizzeremmo. Invece no, arriva come l’amico ideale, ti chiama fratello, ti ascolta, ti loda, ti studia, ti avvolge come l’edera sui muri antichi. E tu pensi: finalmente una persona meravigliosa. Certo. Come no. Poi scopri che ti ha prosciugato tempo, fiducia, segreti, entusiasmo, e se ne va lasciandoti il conto.
Per questo io dico sempre che il diavolo non veste Prada, il diavolo veste simpatico. E spesso pure competente, che lo rende ancora più credibile.
Ma attenzione, non sto predicando il sospetto universale, che è una malattia peggiore dell’ingenuità. Dico soltanto che le cose preziose vanno custodite. I sentimenti, i segreti, le affinità vere non si mettono in vetrina come i saldi di fine stagione. Si proteggono. Non per chiusura, ma per rispetto. Le porte di casa si chiudono la sera non perché odiamo il mondo, ma perché sappiamo che esistono i ladri.
E veniamo all’amicizia, parola ormai usata con la stessa larghezza con cui si usa “eccellenza” nei convegni. L’amicizia vera nasce quando non hai niente da offrire, quando non servi a nessuno, quando non sei un contatto utile. Nasce nell’età in cui non si fanno investimenti relazionali. E per questo dura. Tutto il resto spesso è una forma di arredamento umano. Compagnie temporanee per riempire il silenzio. Nulla di male, purché non lo si chiami fratellanza.
Perché non può esserci vera amicizia dove la sopravvivenza dipende dalla competizione. Lì ci sono alleanze, non amicizie. Ci sono tregue. Patti di non aggressione. E a volte persino ottime cene. Ma l’amicizia è un’altra faccenda.
E allora, carissimi, non smettete di credere nelle persone, ma nemmeno scambiate per oro ogni luccichio. Custodite i vostri affetti, i vostri pochi amici veri, i cassetti segreti del cuore. E soprattutto ricordatevi che esiste un malware umano che non entra forzando la porta, ma facendosi invitare.
Perciò antivirus aggiornato, anima blindata e senso dell’umorismo sempre acceso. Perché alla fine il miglior modo di difendersi dal diavolo non è esorcizzarlo, ma riconoscerlo mentre ti offre il caffè.
Un abbraccio eprunico.



