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Piste ciclabili

La città è di chi la vive

sabato 30 Maggio 2026

Carissimi,

oggi vorrei parlare di Palermo, impresa rischiosa quasi quanto discutere di calcio durante una retrocessione o di politica durante una spartizione di poltrone.

Perché Palermo ha una caratteristica straordinaria. Tutti la criticano, tutti la amano, tutti sostengono di sapere esattamente come dovrebbe essere amministrata e nessuno è disposto ad accettare che qualcun altro possa avere ragione.

Essere palermitani, in fondo, non è soltanto una condizione anagrafica. Ci sono persone nate qui che non hanno mai capito questa città e persone arrivate da lontano che, dopo pochi anni, ne comprendono perfettamente pregi, difetti e perfino le sue misteriose regole non scritte.

Palermo è una città che pretende amore, ma raramente ricambia con puntualità.

Per questo motivo meriteremmo una città migliore. Non perfetta, perché la perfezione è un vizio delle brochure turistiche, ma una città pensata, curata e governata con una parola che da noi viene pronunciata spesso e praticata raramente, quasi fosse una forma di eresia amministrativa.

La parola è programmazione. Programmare significa fare una cosa apparentemente rivoluzionaria. Significa pensare prima. Immaginare il futuro quando ancora non è arrivato. Sedersi davanti a un foglio bianco e chiedersi quali saranno i problemi di domani anziché rincorrere quelli di ieri.

E qui iniziano le difficoltà.

Perché noi italiani abbiamo un talento particolare. Riusciamo a discutere per settimane sul colore di una panchina senza riuscire a metterci d’accordo su dove collocarla. Così, per evitare conflitti, spesso rinunciamo a decidere e affidiamo il futuro alla speranza, che è una bellissima virtù cristiana ma un pessimo strumento urbanistico.

La conseguenza è che la città cambia senza che i cittadini capiscano sempre dove stia andando.

La strada è probabilmente l’istituzione più democratica che sia mai stata inventata. La percorrono il professore universitario e il posteggiatore abusivo, il professionista e il pensionato, il turista e il disoccupato. Tutti vorrebbero marciapiedi praticabili, carreggiate senza buche e attraversamenti che non somiglino a prove di coraggio.

Negli ultimi anni Palermo ha tentato di recuperare ritardi accumulati in decenni di sonnolenza amministrativa. Sono arrivati i tram, si parla di metropolitana, si progettano nuove connessioni tra periferie e centro.

Naturalmente ogni intervento ha generato entusiasmi e proteste, perché il palermitano riesce a lamentarsi contemporaneamente sia quando un’opera si realizza sia quando non si realizza.

Ricordo sempre che Londra inaugurò la sua prima metropolitana nel 1863. Noi siamo arrivati con qualche anno di ritardo, ma non è il caso di deprimersi. In fondo c’è chi arriva tardi a una festa e riesce ugualmente a divertirsi.

Anche il ritorno del tram ha diviso la città. Per qualcuno rappresenta il futuro, per altri il ritorno di un passato che credevano definitivamente archiviato. La verità è che ogni mezzo di trasporto ha diritto di cittadinanza, purché esista una visione complessiva che consenta a tutti di convivere.

Perché il problema non è la bicicletta contro l’automobile o il tram contro l’autobus. Il problema è la mancanza di equilibrio.

Se si restringe una carreggiata bisogna ripensare l’intero sistema. Se si chiede ai cittadini di usare meno l’automobile bisogna offrire un trasporto pubblico efficiente, frequente e affidabile. Nessuno abbandona spontaneamente la propria macchina per il semplice gusto dell’avventura.

Ma accanto alle opere serve qualcosa di ancora più importante. Serve ascoltare la città.

Non attraverso convegni solenni che producono verbali destinati a prendere polvere negli archivi, ma attraverso un confronto continuo con chi i quartieri li vive davvero. Chi percorre ogni giorno una strada conosce problemi che nessun progettista potrà mai individuare guardando una mappa.

Non è più tempo di cattedrali nel deserto. Non ci sono più i soldi per costruirle e non c’è più la pazienza per sopportarle.

Sono convinto che il palermitano, pur essendo geneticamente predisposto alla lamentela, sappia riconoscere il valore del cambiamento quando ne vede i risultati. Perfino i cantieri, che oggi sembrano soltanto un fastidio, domani potrebbero diventare il segno visibile di una città che prova finalmente a migliorarsi.

Tutto, però, ci riporta alle due parole più noiose e più importanti della pubblica amministrazione.

Programmazione e manutenzione. Perché costruire è importante, ma conservare ciò che si è costruito è una forma ancora più alta di civiltà.

E in questa responsabilità non possono essere coinvolte soltanto le istituzioni. Anche noi cittadini abbiamo il dovere di smettere di considerarci semplici spettatori. Palermo non sarà mai migliore soltanto grazie a chi la governa. Migliorerà quando ciascuno di noi smetterà di considerarla proprietà di qualcun altro e comincerà a trattarla come casa propria.

Perché Palermo possiede una ricchezza immensa. Il problema non è trovarla. È smettere di nasconderla sotto la polvere delle occasioni perdute.

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