Carissimi,
crescendo ho imparato a credere anche a cose che da bambino avrei giudicato impossibili. Ad esempio oggi credo ai vampiri, ma non a quelli transilvanici con il mantello e le occhiaie incapaci di sopportare la luce del sole. Credo piuttosto a quelli moderni, assai più eleganti e socialmente integrati, che basano la propria esistenza cannibalizzando il lavoro altrui, le conoscenze altrui, talvolta perfino le tavole altrui, poiché il vero patrimonio della nostra epoca non è più il denaro ma la rete dei contatti.
Una volta esisteva la vecchia agendina, custodita quasi come un tesoro dagli organizzatori di eventi, dai professionisti, da chiunque avesse bisogno di muoversi dentro relazioni utili. Oggi quell’agendina è diventata digitale e il suo valore si misura attraverso follower, like, consensi, visualizzazioni, numeri che spesso producono una ricchezza più apparente che reale. Il prestigio contemporaneo sembra fondarsi non su ciò che si è, ma sul numero di persone che fingono di interessarsi a ciò che mostriamo.
Anche la politica, del resto, si è adattata perfettamente a questa trasformazione. Un tempo la ricerca del consenso personale passava attraverso il confronto, la presenza nei quartieri, la capacità individuale di conquistare fiducia. Oggi, invece, il sistema sembra preferire la comodità delle nomine, delle liste preconfezionate, delle coalizioni blindate, dove il consenso raccolto dai singoli finisce spesso per sostenere figure che nessuno avrebbe scelto direttamente. E allora accade qualcosa di curioso: prima si ottiene il ruolo e soltanto dopo si costruisce il consenso necessario a consolidarlo.
Sorrido pensando a quanto fossero diversi i tempi della nostra gioventù, soprattutto alle nostre latitudini. Chi possedeva realmente potere o denaro manteneva quasi sempre un basso profilo. Esistevano uomini immagine, figure mandate avanti a rappresentare interessi più grandi, mentre chi muoveva davvero i fili restava prudentemente nell’ombra. Oggi, al contrario, viviamo nell’epoca dell’esibizione permanente. I social hanno trasformato ogni inaugurazione, ogni cena privata, ogni taglio di nastro, in una vetrina da sbattere davanti alla collettività, quasi a voler ribadire la differenza tra chi è dentro e chi è rimasto fuori.
Ed è curioso osservare come, nonostante questa ossessione per la visibilità, tanti avvertano il bisogno di rinchiudersi nuovamente nei circoli, nelle confraternite, nei gruppi ristretti, dentro quattro mura rassicuranti dove riconoscersi tra simili e celebrare periodicamente la propria appartenenza attraverso eventi, feste o iniziative di beneficenza. È come se la società contemporanea oscillasse continuamente tra l’esibizione pubblica e la paura del mondo reale.
Ricordo ancora quando la politica usciva dai salotti e scendeva davvero nelle strade, mescolandosi alle persone comuni. Oggi assistiamo invece al percorso inverso. La distanza viene esibita quasi con orgoglio e il messaggio implicito sembra essere sempre lo stesso: noi siamo qui, voi siete lì. Una fotografia di gruppo, qualche sorriso studiato, due mani strette davanti a una telecamera, ed ecco costruita l’illusione del consenso.
Nel frattempo non c’è più spazio per gli idealisti, per gli “aventiniani”, per quelli che scelgono di restare fuori da certi giochi. La politica moderna assomiglia sempre più a una campagna elettorale permanente nella quale il cittadino viene invitato a consegnare il proprio voto con la rassicurante promessa: pensiamo a tutto noi. E guai a contestare, perfino sul piano dialettico, chi occupa una posizione di potere, perché il dissenso continua a essere considerato una forma di sovversione.
E allora chi sono davvero i nuovi vampiri? Sono quelli che riescono a entrare nella tua vita non per ciò che sei, ma per ciò che possiedi in termini di relazioni, conoscenze, contatti, coloro che frugano finanche nella tua immondizia per cibarsi dei tuoi scarti. Persone incapaci di costruire un proprio mondo e per questo costrette a nutrirsi di quello degli altri. Sono quelli sempre sorridenti nelle fotografie, i “simpatici d’ufficio”, spesso collocati in seconda fila, prudenti, accomodanti, disponibili con chiunque pur di non dispiacere mai a nessuno, pronti a salire su qualunque carro vincente, qualunque sia la direzione presa per saziare la propria ambizione.
Tanto, in fondo, la memoria collettiva dura sempre meno. Ma c’è un problema che costoro dimenticano. Le parole volano, è vero, ma oggi restano le fotografie, i social, gli archivi digitali. Restano per sempre quei sorrisi distribuiti ovunque, con qualunque maglia indossata e accanto a qualunque padrone del momento.
E quelle immagini, prima o poi, raccontano tutto anche davanti ad imbarazzanti proposte di richieste di consenso, poiché torna in mente la saggezza popolare della storiella del “mulo al mercato”: “Bastià, fatti accattari di cu nun ti canusci”.
Un abbraccio, Epruno.




