Lavoriamo Per Palermo versus Fratelli d’Italia. E’ questo il leitmotiv che ha contraddistinto nelle ultime settimane la maggioranza del sindaco Roberto Lagalla. La presenza dei “renziani” in Giunta continua a non essere digerita dai meloniani. Tanto che, un paio di giorni fa, il capogruppo di FdI Giuseppe Milazzo è tornato a chiedere un segnale di discontinuità con il passato al primo cittadino. La risposta data dall’ex Rettore è stata sostanzialmente la stessa data alle richieste di tagliando mosse dalla parlamentare Carolina Varchi: nessuna. Frizioni che confermano l’esistenza di un clima teso, reso ancora più esacerbato dagli appuntamenti dei prossimi mesi. Ovvero, le elezioni amministrative e il rinnovo dei CdA delle società Partecipate.
Una situazione che sta imbarazzando la maggioranza. A cominciare da Forza Italia. Il capogruppo azzurro Leopoldo Piampiano ha cercato di rinviare la palla in tribuna, lasciando decidere ai vertici siciliani delle varie compagini del centrodestra. Richiesta rinviata al mittente dall’ex capogruppo Gianluca Inzerillo. “Scaricare ogni decisione sui vertici nazionali o regionali significa sottrarsi al confronto politico e depotenziare il ruolo del Consiglio comunale, che invece deve rimanere il cuore del dibattito democratico e dell’azione amministrativa. In un momento così complesso per gli equilibri della maggioranza Forza Italia ha bisogno di chiarezza, autorevolezza e responsabilità. Non possiamo permetterci ambiguità o atteggiamenti che rischiano di indebolire la nostra credibilità politica e istituzionale“.
Lavoriamo Per Palermo vs Fratelli d’Italia: le battaglie politiche
Ufficialmente, la guerra intestina fra Lavoriamo Per Palermo e Fratelli d’Italia è iniziata circa un mese fa. Ad aprire le danze è stato quanto successo in Consiglio Comunale sull’ordine del giorno relativo allo stadio Renzo Barbera. Un atto d’indirizzo votato dall’aula senza il “permesso” dei meloniani (Milazzo, quel giorno, era a Bruxelles). Pochi giorni dopo è stato il turno dello scontro avvenuto sul cosiddetto “emendamento Asacom”, ovvero la manovra per consentire un aumento del monte ore per gli assistenti alla comunicazione operanti nella città di Palermo. Fu proprio in quell’occasione che Milazzo iniziò a parlare di “renziani travestiti da uomini del centrodestra“. Un chiaro riferimento ad una delle correnti del gruppo di Lavoriamo Per Palermo. Gruppo civico fondato da Roberto Lagalla e che costituisce una delle tre costole di Grande Sicilia insieme all’MpA di Raffaele Lombardo e al gruppo facente capo all’ex presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè. Un affondo che ha provocato “dispiacere” fra le fila del primo cittadino, senza però generare conseguenze politiche.
Situazione surriscaldata dal referendum: le richieste inascoltate sul “tagliando”
Si arriva così ai giorni del referendum. Fratelli d’Italia aveva chiesto al sindaco un maggiore impegno nel sostegno alla campagna per il “sì”. Fatto che si è limitato ad un post social, pubblicato nella giornata di venerdì, in cui Lagalla invitava il suo parterre elettorale a difendere la riforma della giustizia proposta a Roma dal Governo Meloni. Ma le cose non sono andate come speravano in casa FdI. A Palermo infatti il “no” ha vinto con un risultato bulgaro (69 a 31).
Un risultato che ha portato la parlamentare nazionale Carolina Varchi, ex vicesindaco del capoluogo siciliano, a chiedere un “tagliando” per il centrodestra palermitano. Una circostanza non replicata per altre aree della Sicilia, nonostante i risultati praticamente identici in diverse roccaforti del centrodestra siciliano. “Chiedere è favore, rispondere è cortesia“, recita un vecchio detto popolare. E Lagalla ha risposto, sostanzialmente non rispondendo all’affondo meloniano: “Tagliando? Vediamo di che si tratta“, disse il primo cittadino ai microfoni de ilSicilia.it all’indomani della sconfitta nel referendum. Una risposta che lasciava trapelare una volontà di non prestare il fianco al “fuoco amico”.
Il caso Aricò e i malumori sulle Partecipate
La richiesta dei “meloniani” finisce così presto nel dimenticatoio. Tutto è rimasto com’era. Fino ai giorni nostri, ovvero alla doppia spallata di FdI al primo cittadino. La prima, esplicita, ha visto lo stesso Giuseppe Milazzo chiedere l’espulsione di tutti i renziani dal Governo della città. Ciò in seguito a quanto accaduto alla Stazione Centrale di Palermo nei confronti di Alessandro Aricò (da poco assessore regionale ai Rapporti Istituzionali con l’Ars). L’altra, implicita, riguarda il caso Rap. L’assessore alle Partecipate Brigida Alaimo avrebbe chiesto al primo cittadino di chiarire, una volta e per tutte, la questione del possibile conflitto d’interessi riguardante il presidente Giuseppe Todaro.
Uno di quei dirigenti delle società Partecipate vicino al sindaco di Palermo. Il riferimento è alla nota dell’Autorità Garante del 10 febbraio firmata dalla dirigente Rita Renzi, in cui quest’ultima chiedeva entro 30 giorni aggiornamenti all’Anac sulle attività intraprese o che si intende intraprendere sulla situazione rappresentata, anche in vista del PTPCT/PIAO“. Non è passata poi inosservata dalle parti di Palazzo Comitini la fitta corrispondenza degli ultimi mesi fra l’azienda Rap e il Capo Area del Controllo Analogo Roberto Pulizzi. Area di competenza della stessa Brigida Alaimo. Non va dimenticato, a tal proposito, che il sindaco dovrà procedere al rinnovo dei CdA delle società Partecipate. E fra queste figura proprio la Rap.
Amministrative e sottogoverni: il caso Amg
Dietro questa guerra intestina fra Lavoriamo Per Palermo e Fratelli d’Italia però, i microfoni di Radio Palazzo ci vedono una ragione ufficiosa, da attribuire alle scelte politiche effettuate da FdI e Grande Sicilia nell’ottica del turno primaverile di elezioni amministrative. Il centrodestra, in alcuni casi, non sta manifestando particolare unità. A volte, le coalizioni si trovano davanti ad improbabili alleanze territoriali. Anche se qualcuno pensa a possibili esperimenti in vista dei big match politici del 2027, comunali e regionali in primis.
In ogni caso, nulla di nuovo sotto il sole primaverile del centrodestra siciliano. Quello che conta, però, è il presente. Quotidianità che parla di una maggioranza in attesa di novità sulla delibera Irpef (ìl tanto atteso aiuto di Roma per lenire gli aumenti non sarebbe ancora arrivato). Una cronaca giornaliera che ha visto ieri la mancata audizione del presidente di AMG Francesco Scoma. L’ex Lega, oggi a Forza Italia, era stato chiamato in causa, fra gli altri, dal capogruppo di FdI Giuseppe Milazzo. Ciò in merito all’andamento aziendale e alla manovra di partenariato pubblico-privato in corso dalle parti di via Tiro a Segno. “Asfaltiamo le strade della città al buio“, commenta un esponente della maggioranza a microfoni spenti. Ed è lo stesso esponente del centrodestra palermitano a parlare di una possibile insofferenza dello stesso Milazzo rispetto ad alcuni aspetti della gestione aziendale.
Amap senza CdA, si prosegue con l’amministratore unico
Eccezione della regola è il posto di comando in casa Amap. Una di quelle caselle decise proprio dalla compagine meloniana. Un’azienda che ha visto l’avvicendamento fra Alessandro De Martino (vicino all’eurodeputato Marco Falcone) con Giovanni Sciortino. Nome più vicino al capogruppo Giuseppe Milazzo e al deputato regionale Fabrizio Ferrara. Ad oggi, Sciortino agisce da amministratore unico. Ciò nonostante le richieste arrivate sia dalla coalizione che dai sindaci della Provincia di ricorrere alla creazione di un CdA. Una scelta rigettata dal gruppo maggioritario di FdI per i possibili rallentamenti sui processi decisionali.




