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Vincere facile

Perché Abbiamo Smesso di Competere

venerdì 26 Giugno 2026

Carissimi,

sapete qual è il vero problema?

Non è che perdiamo. È che abbiamo quasi smesso di gareggiare, e sono due cose completamente diverse.

Una volta il gusto consisteva nel battere l’avversario sul campo; oggi, invece, il vero capolavoro consiste nel convincerlo a non presentarsi nemmeno, perché è molto meno faticoso. Così ci siamo specializzati in una disciplina tutta nostra che alle Olimpiadi ancora non esiste, ma che, se mai dovessero introdurla, ci vedrebbe conquistare l’oro senza bisogno dei supplementari: la delegittimazione preventiva.

L’avversario non si affronta, si squalifica, possibilmente prima ancora che scopra dove si gioca la partita. È la vittoria perfetta, quella che non comporta sudore, fatica e nemmeno il rischio di perdere, perché, in fondo, è molto più rassicurante organizzare un torneo nel quale partecipiamo soltanto noi. Naturalmente, in quel caso, arriviamo primi.

Il sistema funziona benissimo finché restiamo dentro il nostro pollaio, dentro quel piccolo stagno dove tutti conoscono tutti e qualcuno conosce qualcuno ancora meglio. Poi, però, capita l’imprevisto: bisogna uscire, confrontarsi con persone che non devono nulla a nessuno, che non sanno chi siamo, che non hanno ricevuto telefonate e che non hanno promesso favori. È allora che scopriamo una verità sconvolgente: esistono persone più brave di noi.

A quel punto il problema non diventa migliorare, ma spiegare perché l’altro non meritava di vincere.

Per anni abbiamo criticato quei sistemi nei quali qualcuno riusciva puntualmente a eliminare il concorrente più scomodo poco prima dell’inizio della gara; oggi siamo diventati perfino più moderni, perché non eliminiamo più una persona, ma costruiamo un ambiente nel quale chiunque possa disturbare il risultato capisca da solo che è meglio farsi da parte. È molto più elegante e, a guardarlo bene, sembra perfino democrazia.

Per anni ci raccontammo la favola che “quannu u suli spunta, spunta ppì tutti” che, tradotto dal politichese all’italiano corrente, significava semplicemente: mangiamo tutti, ma nessuno esageri, perché chi prende tutto rischia di rimanere solo e ciò garantì stabilità.

Oggi, invece, sembra cambiata perfino questa regola non scritta. Chi vince vuole il tavolo, le sedie, le carte, il mazziere e, se possibile, anche scrivere il regolamento mentre la partita è già cominciata. Naturalmente tutto viene chiamato con parole elegantissime: governance, condivisione, equilibrio. Parole bellissime, talmente belle che spesso servono semplicemente a nascondere cose piuttosto brutte.

Nel frattempo ci distraiamo discutendo di fascismi, totalitarismi e fantasmi del Novecento, mentre continuiamo serenamente a riprodurne gli stessi meccanismi, limitandoci a cambiare il colore delle bandiere.

Tutti i dibattiti televisivi e le inchieste per trovare il losco dietro gli avversari e loro sostenitori. La “disperazione” per la mancata qualificazione per la terza volta di seguito ai campionati mondiali di calcio. I tanti “capi popolo” pronti a raccogliere consensi dal malcontento. Tutto frutto della mancanza di qualità dovuta all’assenza di confronto leale e di competizione, tanto che alla fine ognuno che arriva promette “rivoluzioni” (grandi radicali cambiamenti e defenestrazioni).

Scrivevo tempo fa che ogni “rivoluzione” finisce quasi sempre nello stesso modo: con una “restaurazione”. Ed è curioso osservare come le restaurazioni riescano puntualmente a raccogliere il peggio di ciò che avevano promesso di abbattere, perché, pur di ricostruire il proprio recinto di potere, si prende tutto, perfino quello che fino al giorno prima faceva orrore.

Io non so se esista ancora la “mafia” almeno quella raccontata nei film, quella della coppola, della lupara e delle campagne. So però che continua a esistere qualcosa di molto più resistente: la “mafiosità”, che non spara, non minaccia e non lascia nemmeno tracce. Semplicemente convince che una regola sia una perdita di tempo, che la fila sia fatta per gli altri, che il merito sia una bella idea purché non disturbi la raccomandazione e che conoscere qualcuno sia sempre più utile che conoscere qualcosa.

Ed è questa la forma più raffinata del potere, perché riesce perfino a sembrare normale.

Abbiamo riempito le piazze per anni; poi, lentamente, abbiamo iniziato a svuotare le piazze e a riempire i salotti, segno che molti hanno smesso di credere che il consenso si costruisca davanti alla gente e hanno iniziato a convincersi che sia molto più efficace una stanza chiusa, con meno sedie, meno domande e soprattutto meno sorprese.

La nostra storia, in fondo, è sempre stata piuttosto elastica. Siamo stati borbonici, garibaldini, monarchici, fascisti, democristiani e domani saremo qualcos’altro, non perché cambiamo davvero idee, ma perché aspettiamo sempre di capire da quale parte passi il carro del vincitore e, appena lo individuiamo, saliamo sopra con la naturalezza di chi sostiene di esserci stato fin dall’inizio.

Il vero potere, dalle nostre parti, non ha mai amato il palcoscenico. Preferisce il retropalco, dove gli applausi non arrivano ma le decisioni sì.

Ed è forse questa la nostra più grande debolezza. Non quella di perdere, ma quella di avere quasi paura delle competizioni vere, perché una competizione autentica contiene sempre una possibilità intollerabile: che qualcuno possa essere semplicemente più bravo di noi e questa, per molti siciliani, continua a essere l’unica eventualità davvero inaccettabile.

Quindi cosa di meglio di “scelte mediocri” e di supporti di “gente accondiscendente”?

Un abbraccio, Epruno.

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