Carissimi,
Vi ho già detto che secondo me la città e di chi la ama. Perché una città, a differenza di un appartamento o di un suv parcheggiato in doppia fila, non ha un proprietario esclusivo. Appartiene un po’ a tutti quelli che riescono ad amarla.
E l’amore, si sa, è una faccenda strana. Non chiede certificati di nascita, alberi genealogici o attestati di residenza. Si può arrivare in un luogo per caso e finirci intrappolati per sempre, come succede con certi amori e con certe gastriti.
In questi giorni abbiamo letto della celebre cantante internazionale che ha deciso di festeggiare a Palermo il proprio matrimonio, insieme a una nutrita compagnia di ospiti importanti, ricchi, famosi e probabilmente anche ben vestiti. Pare che la scelta sia nata da un precedente viaggio durante il quale la nostra città le avrebbe rubato il cuore.
A Palermo, però, quando qualcuno si innamora della città, c’è sempre qualcuno che si offende.
La notizia ha infatti provocato un certo agitarsi di anime. Strade chiuse, controlli, limitazioni temporanee. Nulla che normalmente possa impressionare un palermitano, abituato a convivere con cantieri eterni, deviazioni misteriose e transenne che spesso sembrano monumenti permanenti.
Eppure stavolta il disagio è diventato quasi una questione filosofica.
Naturalmente si è detto che la città era stata sequestrata ai cittadini. Curiosa espressione. Perché quando una strada viene chiusa per sei mesi a causa di lavori che sembrano progettati dagli archeologi del futuro, nessuno parla di sequestro. Quando invece la chiusura dura poche ore e coinvolge persone famose, improvvisamente nasce una sensibilità civica degna dell’Assemblea Costituente.
La verità è che il fastidio spesso c’entra poco.
Molto più spesso c’entra quell’antica malattia dell’anima che prende il nome di invidia. Una patologia diffusissima alle nostre latitudini. Non soffriamo perché qualcuno entra; soffriamo perché noi siamo rimasti fuori.
Ricordo ancora il magnate giapponese che anni fa celebrò il proprio compleanno a Palermo. Davanti ai cancelli qualcuno urlava indignato: «State facendo tutto questo con i soldi miei!».
Il che era piuttosto singolare, considerato che il magnate stava pagando ogni singola cosa. Ma l’indignazione ha un vantaggio enorme: non richiede verifiche contabili.
Quello che molti sembrano non capire è che episodi del genere stanno diventando sempre più frequenti. Persone che passano da Palermo e decidono di tornarci. Persone che scelgono di vivere qui un momento importante della propria vita.
E sapete una cosa? Questa non è una cattiva notizia.
Per secoli Palermo è stata una destinazione desiderata. Ai tempi dei Florio arrivavano aristocratici, imprenditori, artisti e viaggiatori da tutta Europa. Era una tappa prestigiosa del Grand Tour. Poi siamo diventati la città raccontata quasi esclusivamente attraverso i problemi, la mafia e il degrado.
Problemi che esistono ancora, certo. Ma non sono l’unica cosa che esiste.
Oggi, finalmente, qualcuno torna a vedere anche il resto.
Siamo però terribilmente provinciali. A Roma, Londra o Parigi si può incontrare una celebrità al ristorante o in aeroporto senza che si formi una processione votiva. Qui invece basta che passi una persona famosa e metà città vuole una foto, mentre l’altra metà vuole una commissione d’inchiesta.
Eppure Palermo dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che la sua forza è sempre stata l’apertura.
Le cose più belle che possediamo non le abbiamo costruite da soli. Arabi, normanni, spagnoli, francesi e tanti altri hanno lasciato qui tracce meravigliose. Palermo è diventata grande contaminandosi, non chiudendosi.
Per questo auguro ogni felicità agli sposi e, soprattutto, auguro a Palermo di continuare a essere scelta.
Da chi arriva con uno yacht e da chi arriva con una valigia sgangherata. Da chi soggiorna una settimana e da chi decide di restare una vita.
Magari sostituendo qualche spritz celebrativo con un po’ più di artigianato, cultura, manutenzione e ospitalità autentica.
Perché una città internazionale non è quella che si mette in vetrina. È quella che sa accogliere senza perdere la propria anima.
E per questo sopporterò senza drammi anche il fatto che, per una sera, qualcuno abbia utilizzato i bagni di un museo pubblico.
Dopotutto, se Palermo vuole essere conosciuta dal mondo, prima o poi dovrà accettare che qualcuno cominci dalla porta principale.
O, nei casi più urgenti, da quella del bagno.
Un abbraccio, Epruno



